<< L'Italia sempre meno capace di gestire crisi internazionali >>

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Giulio Terzi e il caso marò, i rapporti con l’ex premier Monti, la situazione in Egitto e Siria.

<<Per paura di perdere affari in India abbiamo perso credibilità con gli indiani: disastro>>

di Susanna Pesenti – L’Eco di Bergamo

18 Agosto 2013

La biografia dell’ambasciatore Una vita spesa in diplomazia fino alle clamorose dimissioni. Una vita tutta spesa in diplomazia, quella del bergamasco Giulio Terzi di Sant’Agata, ministro degli Esteri del Governo Monti dal 17 novembre 2011 al 26 marzo 2013, Giulio Terzi, 66 anni, è stato fino al 2011 ambasciatore d’Italia negli Usa, e tra il 2008 e il 2009 rappresentante permanente d’Italia presso le Nazioni Unite. In precedenza era stato ambasciatore d’Italia a Tel Aviv, in Israele, tra il 2002 e il 2004 e, alla Farnesina, vicesegretario generale, direttore generale e direttore politico. Clamorose le sue dimissioni, nel marzo scorso, da ministro degli Esteri, per dissensi con il premier Monti sulla “gestione” della vicenda dei due marò trattenuti in India in attesa di processo. Giulio Terzi annunciò di lasciare l’incarico intervenendo in Parlamento, in diretta televisiva, meravigliando gli stessi componenti del governo.

Nel silenzio del parco, ritagliato fra i capannoni di Tresolzio, Giulio Terzi di Sant’Agata rende omaggio alla tradizione del ferragosto bergamasco in quel di Brembate Sopra. E quest’anno riprende le forze, dopo le montagne russe pubbliche e private degli ultimi mesi. Un anno fa era ministro degli Esteri, nel pieno della crisi indiana. Ora, fuori dalla Farnesina da marzo e chiusa la carriera diplomatica a dicembre, appare disponibile a parlare con la consueta cortesia e un filo meno (solo un filo) di diplomazia.

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Allora i marò tornano a Natale, come si augura Staffan De Mistura?
“Mah, De Mistura ha detto che sente “vibrazioni” in base alle quali il processo inizierà a settembre e ritiene che debba finire entro dicembre per via della politica indiana. Se sente “good vibrations” come i beach boys…”

Sul serio?
“Sul serio, io trovo molto grave che in questi mesi si sia consolidato il principio che l’attività delle nostre Forze armate all’estero in missione di pace sia giurisdizione di un altro paese. Tanti giuristi internazionale vedono un errore nella linea presa dopo il 21 marzo, opposta a quella decisa l’11 marzo”.

Quando i marò erano stati detenuti in Italia, contro i patti di rimandarli in India?
“Tenuti in base al fatto che gli indiani erano inadempienti rispetto alla richiesta di consultazioni bilaterali, mirate ad un arbitrato internazionale, obbligatorio secondo il Trattato sulla legge del mare, ratificato da entrambi i Paesi. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, aveva richiesto che la regolamentazione della vicenda avvenisse secondo il diritto internazionale. L’11 marzo avevamo avviato il percorso verso l’arbitrato obbligatorio. Tempo massimo due mesi, il Tribunale dei diritti del mare ci avrebbe detto di chi era la giurisdizione. Se italiana, i marò sarebbero rimasti definitivamente; se indiana, avremmo rispettato l’obbligo internazionale”

Invece il 21 marzo il governo ha capovolto la decisione per motivi di onorabilità internazionale.
“Il 21 marzo è stato un disastro. Si è rovesciato tutto per paura che Finmeccanica perdesse i suoi affari. Abbiamo perso credibilità con gli indiani (e infatti il nostro export sta andando a picco) e per far le cose bene, abbiamo cancellato anche l’azione verso l’arbitrato obbligatorio. Cambiato il governo, il nuovo – penso in omaggio alla linea Monti – continua a non prendere la strada dell’arbitrato e conferma l’incarico a De Mistura, che l’11 marzo aveva dichiarato che il governo nella sua collegialità aveva fatto bene a decidere di mantenere i marò in Italia”.

E’ ancora arrabbiato con Monti?
“Il punto è un altro. La mia preoccupazione è che Latorre e Girone tornino. Ma la seconda è che si apra un processo nel quale vi sono elementi che non sono compatibili con il nostro ordinamento. Inoltre, il vulnus che il nostro paese subisce, sarebbe più grave se l’Italia continuasse a non avere alle istanze internazionali. Se per far rispettare la nostra sovranità siamo tenuti a rivolgerci ai livelli internazionali, non possiamo non farlo. E’ un sistema di sicurezza dello Stato, sono in gioco lo statuto giuridico dei nostri militari, settemila uomini in giro per in mondo, e la tranquillità ei cittadini italiani che devono sentirsi difesi all’estero”.

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Ce lo spiega perché li avete lasciati entrare in porto?
“Il ministero degli Esteri è stato informato dal comando interforze cinque ore dopo che l’incidente era accaduto, a quel punto noi abbiamo detto di non farli entrare in acque territoriali, ma la nave era già in porto, attraccata. E ancora adesso subiamo le conseguenze, con questa commedia di mandare avanti e indietro un negoziatore”.

E che ne pensa del caso kazako?
“La capacità di gestire le crisi, secondo me, sta diminuendo. Non siamo sufficientemente attrezzati perché il concetto di sicurezza nazionale come difesa della sfera di sovranità non è abbastanza presente nell’opinione pubblica e tra gli stessi politici. Dopo la gestione del caso Shalabayeva, qualche accademico è arrivato con l’idea brillante di creare il Consiglio di sicurezza nazionale. C’è già, si chiama Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica. Riunisce la decina di ministri che contano e i Servizi e dovrebbe essere in sessione permanente. L’estate scorsa, proprio per la gestione marò, avevo chiesto un incontro rapido ogni giorno per avere sempre il polso della situazione. Da luglio a dicembre ci saranno stati 4 incontri. C’è un deficit di attenzione sui temi internazionali. E quindi, quando arriva la crisi, la reazione è scomposta”.

Detto da un ex ministro degli esteri fa un po’ paura.
“La politica estera è poco sexy per l’opinione pubblica, il politico pensa che il cittadino sia attirato più dalle tasse che dalle elezioni in Mali, ed è vero, se non gli spieghi che le elezioni in Mali influenzi anche il suo futuro. L’indifferenza parlamentare indebolisce l’azione del governo quando capita la crisi perché, invece di ragionamenti, ottieni umori”.

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Quirico

Ha ragione il ministro Emma Bonino a chiedere il silenzio sugli italiani scomparsi in Siria, padre Paolo Dall’Oglio e il giornalista Domenica Quirico?
“Assolutamente. C’è anche un altro ostaggio italiano: in Pakistan, il cooperatore Giovanni Lo Porto. Ogni caso è diverso e preoccupante. Ho conosciuto padre Dall’Oglio alla Farnesina: mi ha fatto una grande impressione. Un uomo di un coraggio assoluto e di grande fede, con un’ autorevolezza riconosciuta da tutti in un contesto difficilissimo. Finora era riuscito a farsi comprendere da tutte le parti in gioco anche nel corso delle missioni più difficili. Ma è uno che da anni rischia senza nascondersi”.

Si aspettava che la situazione egiziana si evolvesse nella strage?
“Morsi all’inizio aveva dato l’impressione di voler tenere in piedi l’economia e di voler restare in buoni rapporti con i Paesi occidentali. Poi, dovendo rispondere alle sollecitazioni della Fratellanza islamica, ha cominciato a scivolare. Impressionante è che il movimento di rifiuto sia stato così veloce e variegato. La crisi è tanto grave e l’evoluzione è così veloce che mi sento solo di sottolineare alcuni elementi: dato che le stragi sono inaccettabili e da fermare, bisogna mantenere come europei la capacità di mediare per riannodare rapporti, non necessariamente fra questa dirigenza e i militari, ricordando che i Fratelli musulmani hanno diverse anime e sfumature di Islamismo. La Fratellanza ha dimostrato di avere una sua milizia armata che ha risposto subito e con tattica militare: una sorpresa. Ricorderei che la Fratellanza ha espresso anche Hamas, un movimento non jihadista, ma che ha usato il terrorismo suicida durante la seconda Intifada, con decine di attentati fra il 2002 e il 2003. Dall’altra parte c’è la brutalità di un esercito che finora aveva avuto il rispetto della popolazione. Dobbiamo riconoscere che c’è la possibilità di una situazione che si cronicizzi se il confronto armato non viene spento subito dalla pressione internazionale”.

Le minoranze religiose hanno lanciato l’allarme
“Sono a rischio non solo i copti, ma tutte le confessioni cristiane. Da parte musulmana, spero in Al Tayeb, l’imam della moschea Al Azhar, che ha grande coraggio e influenza nel mondo sunnita e una visione dell’Islam più aperta: una figura che l’Occidente deve incoraggiare”.

Che cosa si può fare?
“Come primo passo c’è la possibilità dell’embargo delle armi. Certo, è tutto molto scivoloso, l’azione diplomatica deve fare i conti con interlocutori che hanno costruito la loro politica in chiave anti-occidentale. Anche le dimissioni di Baradei non sono state un buon segno: non è un uomo d’azione capace di cavalcare la piazza, si è dissociato per le stragi, ma forse anche per salvaguardare le prospettive future. Se pensiamo alle primavere arabe in generale, ma all’Egitto in particolare, vediamo che, dalla richiesta della gente di giustizia economica e sociale, si è passati al desiderio di rappresentanza politica, di accedere al potere. In questa situazione non possiamo realisticamente parlare di democrazia, ma è necessaria una qualche forma di Stato di diritto che assicuri stabilità. Per il bene loro, ma anche nostro, se vogliamo che i nostri investimenti siano garantiti, che le nostre imprese rimangano sul posto, che ci siano mercati con la minor corruzione possibile”.

Egitto in fiamme, ma anche Siria irrisolta.
“Sulla Siria si è passati dalla decisione di sostenere le Forze di opposizione al timore di armare le fazioni jihadiste che negli ultimi quattro mesi hanno preso forza, anche grazie ai missili portatili che arrivano dal Sudan con tecnologia cinese. Ma la frenata americana e inglese ha dato la sensazione ai siriani che sia dia via libera ai signori della guerra, primo tra tutti Hassad. E i russi non hanno certo fretta di convocare nuovi colloqui con Ginevra 2, dopo che Ginevra 1 è partita su presupposti poco seri. Il rischio per la Siria è di finire divisa in tre tronconi: la costa ad Hassad, il centro un magma e la parte ai confini con l’Iraq in bilico. Un Iraq dove le autobombe hanno fatto mille morti in un mese. E adesso in Libano l’attacco al fortino di Hezbollah. Quindi tutta la regione disegna un quadro molto pericoloso”.

C’è il rischio che le crisi si saldino?
“Ognuna ha le sue caratteristiche, non penso ad una logica complessiva come quella di Al Qaeda che si muove dal Maghreb all’Iraq. Mi sembra che prevalga, per motivi in ogni Paese diversi, la disgregazione sociale, istituzionale ed economica, alla quale le popolazioni rispondono. Il dato nuovo è la velocità della contestazione. Nel corso della storia abbiamo visto colpi di Stato e sovvertimenti, ma questa pressione dal basso che si organizza nel giro di pochissimi giorni e confronta il potere costituito, è la vera novità.”

Lei è osservatore attento di Israele: ora si sono aperti colloqui di pace, sotto il segno di Obama
“Il paradosso di questo eterno negoziato è che ne sono ampiamente noti i traguardi possibili, con parametri discussi e in buona misura concordati a Camp David e a Taba, durante la presidenza Clinton, con la “road map” sottoscritta da Sharon e da Abbas, nel 2003, su iniziativa del presidente Bush, e ancora nelle conclusioni di Wayne Plantation. Sono più di dieci anni che il principio dei due Stati è posto al centro dell’attività diplomatica tra Israele e Autorità palestinese, ma non è scontato che l’opinione pubblica israeliana e quella palestinese ne restino convinte ancora a lungo. Però l’alternativa della creazione di un solo Stato è respinta dagli israeliani, perché svanirebbe l’ebraicità dello Stato e l’andamento demografico porrebbe, nel tempo, gli Ebrei in minoranza. Nell’attuale situazione l’elemento nuovo è che la Palestina potrebbe porre alle Nazioni Unite la questione di Stato occupato e Israele rischierebbe sanzioni pesanti.”

Parliamo di Giulio Terzi: che farà da grande? Politica?
“Per ora continuerò ad occuparmi dei temi internazionali. E credo molto nelle potenzialità della presenza italiana nel mondo. Alla Farnesina, insieme al ministro Francesco Profumo, abbiamo consolidato le reti di scienziati e ricercatori italiani all’estero. Si tratta di un terreno che presenta opportunità di sviluppo per i giovani – in questo senso mi piacerebbe per esempio creare un avvicinamento di queste reti con BergamoScienza, che mi sembra affine come intento – ma ci sono moltissimi altri ambiti legati all’economia e alla cultura (si sta concludendo l’Anno della cultura italiana negli Stati Uniti, sul quale da ministro avevo puntato molto, ndr) che possono essere sviluppati dagli italiani, tutti assieme”.

Sembra riecheggiare il pensiero di Mirko Tremaglia.
“L’intuizione di valorizzare l’azione degli italiani all’estero, di farli sentire parte attiva del Paese dovunque si trovino a vivere o lavorare, era giusta e umanamente più profonda del solo aspetto elettorale e dei suoi esiti”.

©2020 Giulio Terzi

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