Terzi:”Con l’arbitrato i due marò sarebbero a casa già da mesi”.

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di Susanna Pesenti – L’Eco di Bergamo

24 Dicembre 2013

L’ex ministro Giulio Terzi torna sul caso dei militari bloccati in India: «Scelta una via errata, dando per scontate garanzie mai ottenute». Il pensiero a padre Dall’Oglio e a Lo Porto, ancora sotto sequestro.
Nella sua casa romana, il pensiero di Natale di Giulio Terzi, ex ministro e ambasciatore, «va ai nostri connazionali in pericolo, speriamo non di vita. Di loro non abbiamo notizie da troppi mesi e non sappiamo quanto spazio di negoziazione vi sia. Penso a padre Paolo Dall’Oglio, grande figura di religioso, stimato in tutto il Medio Oriente per le realtà di dialogo create in Siria, e per la voce alzata per i diritti della persona fin dall’inizio della repressione di Assad. Lo conobbi alla Farnesina e ne rimasi molto colpito per la fede e la cultura. Credo che molte preghiere si leveranno per lui in questi giorni. L’altro caso non risolto è quello di Giovanni Lo Porto, sequestrato in Pakistan due anni fa. Anche per lui si sono attivate tutte le reti possibili».
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Ma il tempo passa…
«In questi casi si può valutare solo conoscendo in dettaglio e in tempo reale gli andamenti delle trattative. E in situazioni così delicate, chi opera deve mantenere il silenzio. In difficoltà ci sono anche tremila italiani detenuti all’estero, assistiti per quanto possibile dalla nostra rete consolare».

Ha in mente casi particolari?
«Ci sono connazionali finiti in carcere dopo processi non limpidi, che meriterebbero una revisione. Un caso di palese iniquità del processo, violazione della convenzione di Vienna sull’assistenza consolare, scarsa trasparenza degli organi giudicanti, incapacità di produrre prove informate è quello ad esempio di Chico Forti, che per una serie incredibile di circostanze è stato condannato all’ergastolo e ha già scontato 14 anni in un carcere della Florida. C’è una mobilitazione in atto, che prende forza anche dalla pubblicazione di un libro documentatissimo della criminologa Roberta Bruzzone,”Il grande abbaglio”, ma occorre anche continuare la presa in carico politica».

E poi ci sono i marò, che campeggiano sulla sua pagina di Facebook e per i quali chiede, attraverso la Rete, auguri virtuali.
«Sul blog da sempre tengo vivo il tema, anche se non è l’unico di cui mi occupo. Questo thread riservato alla catena degli auguri in pochi giorni ha già raccolto 11 mila “mi piace”, 200 mila persone hanno visto il singolo post, abbiamo registrato oltre 4.000 condivisioni su bacheche di altri e i commenti sono alcune centinaia. Sono stato fin troppo “identificato” con questa vicenda, ma ripeto che non solo li hanno rimandati in India, illegittimamente per l’ordinamento italiano, per affrontare un’indagine politicizzata al massimo nel contesto preelettorale di quel Paese e per essere sottoposti a una Corte speciale di cui sappiamo poco. Mese dopo mese, si conferma che nessuna delle ferme garanzie che dovevano essere ottenute dagli indiani prima di quella avventata “riconsegna”, non è mai stata ottenuta, e neanche negoziata».

Ma quando li hanno rimandati, come dice, lei era ministro degli Esteri.
«Infatti è stato un errore, io ero contrario, e come è finita lo sanno tutti. Perché, da marzo, la linea è stata: “Affidiamoci alla giustizia indiana, confidiamo sulla loro comprensione”? Per dimostrare ”continuità” ed evitare di riconoscere quel drammatico errore commesso su impulso di chi era coinvolto soprattutto nell’aspetto economico della questione. E si é lasciata perdere la strada maestra dell’arbitrato internazionale obbligatorio».

Perché ritiene che l’arbitrato sarebbe stata la scelta migliore?
«Scegliendo l’arbitrato internazionale, i nostri due uomini sarebbero tornati a casa da mesi, e avremmo ottenuto da un’autorità giudicante Onu una decisione sull’intera questione».

E i rapporti con l’India?
«Sarebbe stata un’opzione infinitamente migliore, anche per il mantenimento di buoni rapporti con l’India. E rinunciamo all’azione internazionale, suggerita dai giuristi di mezzo mondo per il timore che il solo fatto di adire la Corte di arbitrato obbligatorio possa rendere più spigolosi gli acquirenti indiani di materiali per la Difesa».

Sta dicendo che per non perdere l’affare, lasciamo perdere gli uomini?
«Non esistono precedenti di Paesi che non solo non agiscono di fatto, ma che non agiscono neppure in via di diritto, per la tutela della propria sovranità e le Forze armate ne sono espressione. L’Italia ha ricorso in decine di casi, negli ultimi anni, in sede internazionale, anche per casi assai meno rilevanti, senza che i rapporti con i Paesi oggetto della controversia ne risentissero».

Italiani all’estero: sembra stia tornando un’epoca di emigrazione. Come vede la situazione?
«C’è una generazione che prima è andata all’estero da studente, ora va in cerca di lavoro. E non riguarda più solo il comparto scientifico, ma tocca ormai tutti i mestieri. Andare apre nuove opportunità, ma queste energie devono restare in contatto con l’Italia, non essere perdute. Per questo una rete diplomatica di assistenza forte è importante».

Lei continua a essere attento osservatore della realtà internazionale, atlantica ed europea, in rapporto all’Italia. Come vede il momento?
«Non bello. La tempesta sull’uso dei dati informatici non è finita, la cascata di informazioni continuerà, il disegno è preordinato e concordato per indebolire la capacità di Intelligence e creare difficoltà nell’alleanza atlantica. Si stanno chiarendo ruolo e a responsabilità di certi Paesi insulari. Occorre collaborazione e chiarezza riguardo agli obiettivi dell’attività di Intelligence: antiterrorismo, sicurezza, difesa, senza sconfinare nella competizione industriale. L’Italia deve fare attenzione che certe ferme prese di posizione di Berlino e Parigi non preludano ad accordi che taglino fuori l’Italia. Dobbiamo essere inclusi nei gruppi ristretti di concertazione. Sempre per la nostra sicurezza, potremmo essere anche meno timidi nel proporci come guida nelle missioni internazionali. Infine, in Europa abbiamo bisogno di più equilibrio e meno Germania. Guardiamo all’Unione bancaria, due anni che se ne parla, la Germania sembrava convinta. Adesso scopriamo che il monitoraggio delle banche sistemiche europee è stato comunitarizzato, ma l’eventuale salvataggio delle banche è lasciato al livello nazionale. La soluzione concordata per l’Unione bancaria è di sicuro un passo avanti per la capacità di sorveglianza della Bce sulle banche sistemiche e consente di prevenire crisi improvvise e inattese, anche se bisognerà vedere come risponderanno i mercati a un sistema molto complicato in un campo dove le decisioni operative devono essere immediate per essere efficaci. Tuttavia c’è un notevole “problema politico” nell’accordo: gli squilibri di fondo determinati dal prevalere della Germania nelle decisioni a Bruxelles hanno fatto sì che a una comunitarizzazione del sistema di sorveglianza non corrisponda, come ci aspettavamo e come doveva essere, la comunitarizzazione degli oneri finanziari per eventuali salvataggi di banche in crisi. Questi ultimi restano a carico di azionisti, creditori e governi nazionali. Sempre la stessa logica, quindi, che non fa che alimentare risentimenti antieuropei, e critiche a Berlino, anche eccessive, di indifferenza e scarsa solidarietà. Non bene, per le prossime elezioni europee. E’ l’allentamento dell’austerità adesso sarebbe condizionato ad accordi-Paese specifici che, in realtà, sono riforme già implicite nel fiscal compact. Come Italia, in questo contesto, sarà meglio sbrigarsi con le riforme».

A proposito di elezioni europee, Giulio Terzi si candida?
«È Natale, ora facciamoci gli auguri».

©2020 Giulio Terzi

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