Discorso evento “Global Warming: Il Diritto alla Conoscenza e le responsabilità della Comunità Internazionale”

EVENTO SIOI – Global Warming: Il Diritto alla Conoscenza e le responsabilità della Comunità Internazionale

Roma, 5 Giugno 2017

Desidero anzitutto esprimere un sentito ringraziamento al Presidente della Sioi, Franco Frattini, per la decisione di ospitare e contribuire concretamente alla realizzazione di questo Convegno dedicato – nella giornata mondiale dell’Ambiente-al riscaldamento climatico. Un sentito ringraziamento a Luca Poma , che  sta dando  un apporto insostituibile , in questo e in altri contesti, all’approfondimento di tematiche che hanno elevata valenza valoriale ed etica nella società in cui vogliamo vivere.

Nell’intervenire a nome del Comitato Globale dedicato a Marco Pannella, è per me un vero piacere  constatare il comune impegno che anche oggi – e proprio su un tema cruciale per il diritto all’informazione dei cittadini e il loro “diritto alla conoscenza”- collega in una stretta collaborazione Istituzioni importanti nei processi formativi della nostra politica estera: la SIOI, il Siracusa International Institute, lo IAI, Nessuno Tocchi Caino, il Comitato Globale per lo Stato di diritto, Il Partito radicale non Violento ,Transnazionale e Transpartito.

E’ auspicabile che questa collaborazione possa sempre più contribuire al radicamento nella cultura politica del nostro Paese di un impegno condiviso, in particolare  sui cambiamenti climatici e sull’ambiente.

Come ha detto il Cancelliere tedesco all’indomani dei Vertici di Taormina e di Bruxelles, gli europei devono essere pienamente consapevoli che ora tocca a loro stessi affrontare direttamente sfide quali i cambiamenti climatici, i rapporti con la Russia e le migrazioni. L’Europa non deve più illudersi di poter sempre contare sugli Stati Uniti. Mentre la sua posizione elettorale in Germania si rafforza, Angela Merkel ha espresso pubblicamente una verità sentita anche dagli altri leaders europei, in particolare dal Presidente francese.

Al Vertice G7 di Taormina le politiche climatiche , dell’energia e dell’ambiente hanno rappresentato , più di altre pur difficili questioni riguardanti la solidarietà atlantica e il rapporto con la Russia, il vero motivo di frizione tra gli Stati Uniti e gli altri sei Paesi partecipanti.

“Il clima – ha commentato il FT- è diventato il nodo più evidente quando Trump si è rifiutato di sottoscrivere l’epocale accordo di Parigi, firmato da quasi tutti i Paesi del mondo in uno sforzo senza precedenti di limitare le emissioni di gas serra…Trump ha riconosciuto l’importanza dell’ambiente, ma ha insistito che gli obiettivi fissati da Obama erano troppo dannosi per l’economia americana”: un riferimento alla riduzione delle emissioni al 28% dei livelli 2005 entro il 2025, al contributo di   3mld$  al Green Climate Fund dell’Onu, destinato ai paesi poveri , e di 1mld$ annunciato da Obama appena prima di lasciare la Presidenza; tutti impegni esclusi dal bilancio che sta per essere presentato dall’Amministrazione Trump . Ciò potrebbe portare a ripensamenti di Paesi in via di sviluppo che avevano aderito alla COP 21 a condizione di ottenere sostegni economici.

“Gli altri partecipanti al G7 hanno preso nota ma non hanno ceduto. Hanno reiterato la richiesta di una sollecita adesione americana all’accordo,  lasciando gli Stati Uniti isolati proprio nella fase conclusiva del G7…Persino Theresa May che in certo senso era un  elemento estraneo sul continente dopo il voto britannico per lasciare l’Unione, si è trovata costantemente dalla stessa parte dei partners  Europei sulle questioni chiave: clima, libero commercio, Nato. …Gli Usa hanno anche bloccato gli sforzi dell’Italia di includere nel comunicato finale il riferimento aun piano sulle migrazioni .”

L’arretramento del G7 di Taormina rispetto a quello di Ise-Shima emerge eloquentemente dal raffronto tra il Comunicato finale di quest’anno, rispetto a quello del 2016. L’unico “ commitment”a Taormina ha riguardato in termini generali la sicurezza energetica e i mercati dell’energia. Ben diverse le conclusioni del G7 dello scorso anno in Giappone : il paragrafo  sul clima ribadiva la leadership dei Paesi del G7 a proseguire nella strada intrapresa a Parigi con la COP 21 e la volontà politica di assicurare l’entata in vigore dell’accordo entro il 2016.

Alla vigilia del G7, Papa Francesco aveva compiuto il significativo gesto di dedicare l’Enciclica “Laudato si” al Presidente Trump in visita in Vaticano. Un passo , a quanto è dato sapere, accuratamente preparato dalla Segreteria di Stato nella aspettativa che sarebbe stato positivamente accolto da parte americana. Come in effetti è stato, almeno formalmente.

Credo valga la pena di rileggere – in questa Giornata mondiale dell’Ambiente- alcuni passaggi del documento, che sintetizzano perfettamente l’acquis consolidatosi alla Conferenza di Parigi del 12 dicembre 2015: anzitutto quelli su

* A. Il clima come bene comune: Par.23. Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti. Esso, a livello globale, è un sistema complesso in relazione con molte condizioni essenziali per la vita umana. Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico. Negli ultimi decenni, tale riscaldamento è stato accompagnato dal costante innalzamento del livello del mare.

*C. Il capitolo dell’enciclica dedicato  a “nuove politiche nazionali e locali” riguarda tutti i membri della Comunità internazionale, ma dovrebbe avere  ascolto particolarmente attento nel nostro Paese.

Par.178. Il dramma di una politica focalizzata sui risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende necessario produrre crescita a breve termine. La miope costruzione del potere frena l’inserimento dell’agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi.

Par.182-183 La previsione dell’impatto ambientale delle iniziative imprenditoriali e dei progetti richiede processi politici trasparenti e sottoposti al dialogo, mentre la corruzione che nasconde il vero impatto ambientale di un progetto in cambio di favori spesso porta ad accordi ambigui che sfuggono al dovere di informare ed a un dibattito approfondito. Uno studio di impatto ambientale non dovrebbe essere successivo all’elaborazione di un progetto produttivo o di qualsiasi politica, piano o programma. Va inserito fin dall’inizio e dev’essere elaborato in modo interdisciplinare, trasparente e indipendente da ogni pressione economica o politica.

Par.186. Nella Dichiarazione di Rio del 1992, si sostiene che «laddove vi sono minacce di danni gravi o irreversibili, la mancanza di piene certezze scientifiche non potrà costituire un motivo per ritardare l’adozione di misure efficaci» che impediscano il degrado dell’ambiente. Questo principio di precauzione permette la protezione dei più deboli, che dispongono di pochi mezzi per difendersi e per procurare prove irrefutabili. Se l’informazione oggettiva porta a prevedere un danno grave e irreversibile, anche se non ci fosse una dimostrazione indiscutibile, qualunque progetto dovrebbe essere fermato o modificato.

Particolarmente rilevanti e applicabili alla situazione italiana sono due concetti chiave dell’Enciclica, i più importanti e  tra loro intimamente collegati:  corruzione diffusa e gravi carenze nell’informazione interagiscono potentemente nel compromettere la tutela dell’ambiente e la lotta contro i cambiamenti climatici.

La corruzione affossa l’economia dell’Italia più di ogni altra cosa. Esiste una evidente correlazione tra debito – PIL e “indice della corruzione”. La corruzione accresce esponenzialmente la spesa pubblica ,l’indebitamento, e danneggia l’ambiente.Tra i diciannove Paesi dell’Eurozona , per quindici di loro si constata un debito nettamente al disotto del 100% di PIL e un”corruption perception index- CPI ( Transparency International) decine di posizioni a inferiore a quello dell’Italia, inchiodata da quattro anni nella fascia al disopra del quarantasettesimo posto nell’indice della corruzione globale.

Considerazioni analoghe valgono per la libertà d’informazione. Reporters senza Frontiere classifica l’Italia al 52° posto nel mondo per libertà di informazione: ultima tra i maggiori Paesi Europei; trenta posizioni dopo Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna , Portogallo, per non parlare dei partners nordici  ; allo stesso livello della Polonia. Particolarmente grave è l’”autocensura” : numerosi giornalisti e operatori di un’ informazione pubblica e privata controllata dal governo e da gruppi imprenditoriali pubblici e privati non favoriscono il giornalismo investigativo, di opinione ,o critico verso le rispettive governance proprietarie.

Corruzione , carenze nell’informazione,  e insufficienze nell’assicurare  su queste tematiche il “diritto alla conoscenza” dei cittadini producono distorsioni rilevanti nel dibattito su clima e ambiente, a livello nazionale e globale.

Al riguardo vorrei riportare l’esito di un semplice test che ho effettuato con il Professor Luca Poma, analizzando le reazioni ad alcuni “ Post “ sulla mia pagina Facebook  riservata – quasi esclusivamente – ai temi di politica estera – per  una attiva  “community” di circa 23.000 utenti. Sono rivelatrici le risposte all’ultimo Post, di fine Maggio ,in raffronto a un precedente Post del 6 Gennaio, poco prima dell’insediamento del Presidente Trump. Nel Post di fine Maggio ricordavo come la nomina di Scott Pruitt alla guida dell’EPA, l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente, avesse riaperto il dibattito sul Climate Change, rilanciando l’urgente necessità di una convincente strategia Europea “di emergenza “ su clima e ambiente. Rilevavo anche come l’Unione Europea dovrebbe lanciare rapidamente un’azione coordinata a livello globale, per accelerare il perseguimento degli obiettivi COP21/2015 e di Marrakesh2016: ad esempio nominando *inviati speciali* con rango di Ministri di Governo, che attivino  con Washington, Pechino, Mosca, New Delhi, Brasilia e nelle sedi multilaterali un “Global Action Plan of Implementation” degli accordi internazionali fin qui sottoscritti. Una linea che  non dovrebbe certo “essere gridata” ma che dimostri il massimo impegno europeo , insieme  al convincimento che la scienza ha ampiamente chiarito la loro minaccia per la sopravvivenza dell’Uomo ,come conferma l’elevato grado di consenso della comunità scientifica.

Ebbene, dalle risposte ottenute su FB il 24 Maggio abbiamo rilevato un numero pressoché equivalente tra “ negazionisti “e quanti invece ne sono preoccupati e si dicono favorevoli agli impegni presi alla COP 21 di Parigi. Per contro, le risposte “negazioniste” Gennaio scorso  erano state meno della metà delle altre. Anche la diffusione dell’ultimo Post FB risulta meno ampia: da 14.000 persone raggiunte in Gennaio si è passati  a 9.100 in Maggio.

Non voglio certo dare troppo valore a queste rilevazioni, data l’esiguità nei numeri e il contesto che caratterizza i dibattiti FB.

Ho tuttavia la sensazione che non si debba sottovalutare l’effetto di propagazione in Europa, soprattutto nei social media, delle posizioni “negazioniste” sul clima della nuova Amministrazione americana, che prosegue una campagna molto attiva su questi argomenti. L’UE e gli Stati membri devono pertanto sostenere molto attivamente , attraverso linee di comunicazione indirizzate alle proprie società civili, le motivazioni delle politiche ambientali, e l’elevatissima priorità della lotta contro i cambiamenti climatici.

E lo si deve fare perché vi sono interessi enormi, della finanza globale , dell’industria estrattiva- idrocarburi e carbone- di quella meccanica, dei trasporti, della produzione di energia convenzionale, che vedono- nelle posizioni dell’Amministrazione Trump- una nuova straordinaria opportunità di accrescere profitti a breve e medio periodo, di attrarre nuovi investimenti speculativi  in esplorazioni petrolifere , nell’Artico, nell’off-shore a grandi profondità nella drastica eliminazione di regolamenti, di salvaguardie per l’ambiente, nella denuncia di Accordi internazionali intesi a proteggere l’ecosistema.

Tutto questo trova alimento nell’odierna realtà americana. Ma lo stesso vento soffia anche sull’Europa. Sono numerose le società petrolifere , le istituzione finanziare attivìe nei nostri mercati che avvertono , e intendono avvalersi ,dei cambiamenti avviati da Trump, e consolidarli a livello globale.

Se negli anni ’90 e sino al decennio scorso erano stati accertati numerosi casi di enti e scienziati “ negazionisti”, lautamente finanziati dai settori  industriali che ho ricordato, l’attività sui social media e alcuni distinguo “negazionisti” si stanno cogliendo tra società che sembravano nei mesi scorsi – ad esempio al World Economic Forum di Davos- aver maturato una nuova sensibilità ambientalista  , nonostante appartenessero al settore petrolifero , o alla finanza legata agli idrocarburi.

L’Europa, le Istituzioni comunitarie, i Governi degli Stati membri, e il mondo accademico devono essere consapevoli che la COP 21 è un punto di partenza, non certo di arrivo: non soltanto per la debolezza degli impegni, e una certa insufficienza negli obiettivi da raggiungere. Ma perché la campagna per conquistare il sostegno dell’opinione pubblica mondiale è ancora tutta da vincere : gli interessi di chi contrasta la COP 21 sono estremamente forti, e la nuova presidenza statunitense non sta più – sul clima- nel nostro campo. E’ tuttavia incoraggiante che dopo l’annuncio del presidente Trump di voler lasciare l’accordo di Parigi una componente importante dell’industria americana , incluse importantissime società petrolifere, si sia dissociata dalle linea del Presidente. Personalità che guidano aziende simbolo del progresso scientifico e dell’innovazione , come Jeff Immelt Ceo di General Electric, e Elon Musk, capo di Tesla, si sono dimesse dal Consiglio di advisors economici nominato da Trump all’atto del suo insediamento. Governatori di Stati americani che rappresentano più di un terzo dell’intera economia del Paese si sono schierati a favore della COP 21 dichiarando, insieme a numerosi sindaci di grandi città , che proseguiranno comunque nell’attuarne gli impegni.

Alcuni aspetti, devono essere posti in evidenza.

1.Paesi importantissimi come India e Cina stanno dimostrando- diversamente da quanto afferma l’Amministrazione americana- che la chiusura di impianti a carbone, la riduzione delle emissioni di metano nelle trivellazioni , gli standard per veicoli più efficienti, non danneggiano l’economia e l’occupazione. Investendo pesantemente nell’energia solare e eolica, questi due Paesi, insieme alla Germania, hanno contribuito a ridurre i costi di tali tecnologie sino al punto in cui , spesso, le fonti rinnovabili possono generare elettricità a costi inferiori a quelli delle fonti più inquinanti , e meno care, come il carbone.

2.L’abbandono dei combustibili fossili è stato molto più rapido e profondo di quanto la maggioranza degli esperti si aspettasse. La Cina ha ridotto l’utilizzo del carbone per il terzo anno consecutivo, e ha recentemente azzerato progetti per 100 impianti a carbone. L’India si sta muovendo in una direzione analoga, riducendo del 10% lo scorso anno la produzione di carbone. Inoltre, la vendita di auto elettriche in Cina è aumentata del 70% lo scorso anno, e viene sostenuta da generosi incentivi pubblici. Il ministro Indiano dell’energia ha dichiarato  che entro il 2030 tutte le auto vendute nel paese dovranno essere elettriche. La Cina ha iniziato la costruzione di un primo impianto integrato di “ carbon capture and storage-CCS”, che sarà seguito da altri sette , per lo stoccagggio di 9 milioni di tonnellate di CO2 all’anno.

 

Una diffusa informazione sulle “ lezioni apprese” dovrebbe essere al centro della comunicazione pubblica sulle tematiche ambientali. Così come l’informazione sugli aspetti più appariscenti del “global warming”e dell’inquinamento ambientale:

·        Quanto al primo aspetto, nell’Artico la calotta di ghiaccio estivo  si è dimezzata, in soli trent’anni. Entro il 2040 si prevede la scomparsa dei ghiacci nei mesi estivi. La modalità del riscaldamento climatico nella regione Artica fa sì che la temperatura aumenti più rapidamente che nel resto del pianeta. Anche immaginando che il limite del 2% stabilito alla COP 21 sia rispettato, le temperature invernali dell’Artico aumenteranno comunque tra i 5  e i 9 gradi, rispetto alla media registrata tra il 1986 e il 2005. Questo comporta lo scioglimento del permafrost con liberazione di ingenti quantità di metano, un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica.

·        Un secondo aspetto riguarda la condizione degli oceani, che ricoprono i tre quarti della superficie del pianeta. Per tre miliardi di persone l’alimentazione a base di prodotti ittici fornisce circa un quinto delle proteine. Le mutazioni climatiche e chimiche , l’”overfishing” e l’inquinamento hanno influito gravemente sull’ecosistema per decenni.  Gli oceani immagazzinano più dei nove decimi del riscaldamento del generato dai gas serra . Le barriere coralline sono compromesse. Gli scienziati  prevedono che saranno completamente scomparse entro il 2050. Una metà secolo che potrà vedere negli oceani , quanto a peso complessivo, più plastica che pesci, una risorsa in forte diminuzione dato : il 90% degli stocks sono pescati al limite o oltre il limite di sostenibilità.

Cooperazione internazionale, volontà politica, conoscenza di queste problematiche sono ancora ben lontane dal consentire la creazione di efficaci strumenti di governance multilaterale , e una maturazione dell’opinione pubblica che induca i Governi a dare la necessaria priorità a clima e ambiente. Per questo credo che iniziative come questa di oggi  alla Sioi dimostrino l’importanza di affermare il “diritto alla conoscenza” nelle questioni ambientali e climatiche.

 

 

 

 

 

©2022 Giulio Terzi

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