Gli espatriati dall’Iran che sperano in noi

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Dopo la convention organizzata a Parigi, dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, una riflessione a tutto campo sulla situazione internazionale e sul comportamento italiano

di Domenico Letizia – Il Garantista

Giugno 2015

Sabato scorso, a Parigi, si è tenuta la Convention organizzata dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana. Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, che da tempo si riunisce in esilio, è una coalizione di organizzazioni, gruppi e personalità democratiche Iraniane che risiedono all’estero. Fondato nel 1981 a Teheran, riunisce rappresentanti di diverse minoranze etniche e religiose, tra cui curdi, baluci, armeni e zoroastri. Tra i presenti alla Convention, l’ambasciatore e già Ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, al quale chiediamo l’impressione sui lavori.

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Può descriverci i lavori della Convention 2015 organizzata dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana?
La Convention ha riunito anche quest’anno più di trecento organizzazioni iraniane della dissidenza, con decine di migliaia di partecipanti. Moltissimi i giovani e intere famiglie provenienti dalle città europee dove risiedono milioni di espatriati dall’Iran komeinista. Ancor più che negli anni scorsi, il Convegno si è caratterizzato per la forza del messaggio politico: sia da parte della leader del Cnri, sia delle moltissime personalità americane, europee, arabe che hanno insistito per un radicale cambiamento dall’interno del Paese. Si è insistito sull’azione dei giovani, che sono la grande maggioranza della popolazione, per un “regime change”; si è constatata la crescente insofferenza della gente verso una teocrazia opprimente dello Stato; la domanda di maggior libertà nella scuola, nell’informazione, nella vita di ogni giorno; un’insofferenza sempre più evidente nelle Università, e non solo. «La gioventù mondiale è investita della causa iraniana, e la sostiene», ha detto Maryam Rajavi. Senza mezzi termini, Ingrid Betancourt, Rudy Giuliani, Lois Freeh, il Generale Sheldon, Bernard Kouchner hanno battuto sul tasto della libertà, sulla assoluta esigenza di evitare che la teocrazia iraniana possa acquisire capacità nucleari, sulla necessità di strategie occidentali e arabe che pongano termine all’influenza destabilizzante iraniana in tutto il Medio Oriente e nel mondo islamico. Non c’è possibilità di successo come tutti hanno rilevato nella lotta allo Stato Islamico se il fondamentalismo alimentato da Teheran continua ad avere campo libero. Perché è proprio il settarismo sciita a innescare la radicalizzazione di ampie componenti del mondo sunnita: non solo in Siria, Iraq e Yemen, ma in tutto l’ “arco di crisi” che va dal Pakistan, alla Libia, fino alla Nigeria.

La Convention si svolge a pochi giorni dalla delicatissima decisione sulla questione del nucleare in Iran. Quali sono le preoccupazioni della dissidenza democratica iraniana?
Alla riunione di Parigi si respirava una diffidenza totale nei confronti dell’Iran. Non mi è proprio parso vi fosse, tra le personalità intervenute, chi desse credito a un accordo sul nucleare iraniano. Un tema che ha anzi rappresentato il più duro motivo di critica alla linea dell’Amministrazione Obama. Non solo l’intera delegazione americana una trentina di personalità di diversa estrazione politica anche se in prevalenza repubblicane ha commentato criticamente i diversi aspetti del negoziato; preoccupati e negativi sono stati anche i rilievi degli europei e di un po’ tutti gli altri. La communis opinio poggia sulla inaffidabilità iraniana, dopo dodici anni di programmi clandestini sottratti alla supervisione dell’Aiea, di mancati chiarimenti, di potenziamento delle infrastrutture vietate, di arricchimento ancora nelle ultimissime settimane di quantitativi di uranio esclusi dallo stesso Accordo di Losanna. D’altra parte tutti sanno quanto la “scoperta” dei piani clandestini iraniani nel 2003, e ancora delle centrifughe bunkerizzate di Fordow nel 2009, sia merito soprattutto della dissidenza iraniana. E’ anche questa una delle ragioni che fanno tanto accanire le milizie sciite in Iraq contro i residenti di Camp Liberty, che tutti – in particolare il nostro Paese – dovrebbero accogliere come rifugiati politici.

Cosa può fare l’Italia e quali erano le forze istituzionali e parlamentari italiane presenti alla Convention?
Alcune decine di loro hanno chiesto di essere accolti in Italia. Da oltre due anni abbiamo accertato l’esistenza dei requisiti per riconoscere loro lo status di rifugiati politici, essendo già ora persone protette dall’Onu. Duole notare come nei loro confronti l’Amministrazione italiana tenga un atteggiamento estremamente restrittivo. In modo ben diverso dal trattamento riservato a decine di migliaia di migranti ai quali stiamo generosamente riconoscendo uno status che neghiamo a un gruppo di espatriati iraniani, sopravvissuti a ripetute stragi, e in costante pericolo di vita. La delegazione italiana era formata da esponenti parlamentari e non delle nostre principali forze politiche, e da amministratori locali. Mi è parso, dall’importanza di questa partecipazione oltre che dai commenti ascoltati, che fosse condivisa da tutti la sensazione di un ancor più vigoroso impegno della dissidenza iraniana verso una svolta nel Paese.

Ai lavori di quest’anno era presente anche una delegazione radicale guidata da Marco Pannella. Hanno fatto parte della delegazione Sergio d’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino, Elisabetta Zamparutti tesoriera ed Antonio Stango del Consiglio direttivo di Nessuno tocchi Caino. Gli attivisti radicali hanno incontrato parlamentari e delegati politici del mondo arabo musulmano per la proposta transnazionale dello stato di diritto contro la ragion di stato a partire dalla formulazione di un nuovo diritto umano da sancire all’Onu: il diritto umano alla conoscenza. Lei che sostiene tale proposta, che invito rivolge alle istituzioni nazionali italiane e internazionali per l’affermazione della vertenza?
La delegazione del Partito Radicale Transnazionale era guidata da Marco Pannella, con Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti. Ho potuto constatare come questa sia stata l’occasione per Marco di discutere con alcuni suoi interlocutori dell’iniziativa sulla transizione verso lo Stato di Diritto alla quale sta lavorando così intensamente, affinché emerga e si consolidi nella comunità internazionale un “diritto umano alla conoscenza”. Un diritto, non un “wishful thinking”. Perché l’obiettivo del riconoscimento formale di un nuovo “diritto umano”, alla conoscenza e alla verità, è certamente ambizioso. Ma non lo era anche il cammino intrapreso per la moratoria delle esecuzioni capitali, o per eliminare il dramma delle mutilazioni genitali femminili?

©2020 Giulio Terzi

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