<< I Bergamaschi ovunque, anche nella diplomazia>>

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L’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata: li ho incontrati in ogni angolo del mondo, si segnalano per capacità professionali e per una gerarchia di valori umanistici. Caso marò: fitta coltre di nebbia sulla loro innocenza.

di Franco Cattaneo – L’Eco di Bergamo

16 Gennaio 2016

Non è facile incontrare l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata. Da quando ha smesso il servizio nell’amministrazione ed esaurita la parentesi di ministro degli Esteri nel governo Monti, è più impegnato di prima. Ma in sostanza fa quello che ha sempre fatto: relazioni internazionali e approfondimento di temi che lo hanno visto in prima linea, come i diritti umani. Oggi fa parte di think tank internazionali, organizza convegni di studio, intrattiene rapporti con le Università. Vive a Roma, ma con il passo global: America, Israele e soprattutto Francia e Germania. Quando può torna con la moglie i due figli piccoli nella casa paterna di Tresolzio, a Brembate Sopra: la sorella, gli amici di una vita, sin dai tempi del Sant’Alessandro e della Statale a Milano. «È sempre un piacere tornare qui: Bergamo è una magia che ti prende e che ti accompagna ovunque», riassume così il senso di un’esistenza che lo ha portato altrove.

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L’export bergamasco
Il caso vuole che mentre lo incontriamo, il suo collega in Lussemburgo gli abbia inviato una mail per segnalargli che nell’ultimo semestre del 2005 l’export bergamasco ha avuto un’impennata record del 35%. Ed è uno spunto, questo, per parlare degli italiani all’estero, per ricordare il lascito di Mirko Tremaglia al quale è sempre rimasto legato, per sottolineare una questione che da qui in avanti lo coinvolgerà sempre più, anche sul versante politico come componente l’Ufficio di presidenza di Fratelli d’Italia: «Mi ha colpito incontrare in ogni angolo del mondo bergamaschi che si segnalano per capacità professionali e per una gerarchia di valori umanistici. Gli italiani all’estero rappresentano l’universo più dinamico del nostro Paese». Scampoli della sua biografia da giramondo (ambasciatore in Israele, all’Onu e a Washington) s’intrecciano con la terra bergamasca: l’Expo di Vancouver dell’86 quando, da console generale, porta la Scala diretta da Gianandrea Gavazzeni, l’Anno della cultura italiana a Washington, la mostra della Carrara nella sede diplomatica americana.

La storia di Domitilla Rota
Forse quel che più gli è rimasto nel cuore è un frammento di (apparente) piccola cronaca ma di grande umanità: la storia di Domitilla Rota, nata proprio vicino a Brembate ed emigrata in Sudafrica, che, nel secondo dopoguerra, ha creato una grande organizzazione umanitaria, Domitilla Rota Hyams onlus, per la cura dei bambini affetti da totale inabilità mentale: «Sono stato da loro a Johannesburg – dice mentre raggiunge la biblioteca per riprendere il libro di Daniela Taiocchi che ricostruisce questa avventura umana – ed è stata un’esperienza che mi ha segnato. Ho visto volontari e medici bergamaschi animati da straordinaria umanità, sono entrato in un’atmosfera di famiglia e ad un certo punto i piccoli hanno persino intonato l’inno di Mameli».

Bergamaschi ovunque
Bergamaschi ovunque e anche nella carriera diplomatica. Terzi, giunto alla soglia dei 70 anni, è un po’ il «fratello maggiore» di una quindicina di funzionari. Cita Aldo Amati, titolare della sede a Praga, Umberto Malnati e Alessandro Cattaneo, che era stato con lui in Israele e che oggi è a Washington: «Si può parlare di un filone bergamasco. Penso ad Alessandro Marieni Saredo, figlio di un illustre generale, che ha influito sulla mia scelta professionale». Professione in cui, come spiega, ha avuto due fortune: crescere con giganti come Franco Malfatti e Paolo Fulci e «non aver fatto il portaborse di politici». «Civil servant» sia con Fini sia con D’Alema.

Nel governo Monti
Ed eccoci al suo ingresso nel governo Monti, dal novembre 2011 al marzo 2013, conclusosi anzitempo con le dimissioni sulla vicenda dei marò: «Dividerei quella esperienza in due fasi. All’inizio c’era veramente la sensazione di essere lì per rendere un servizio al Paese che prescindesse da appartenenze politiche e questa, al di là di qualche ironia, è stata la forza e la genialità di quel governo. La cifra del mio impegno è stata la centralità dei diritti umani nella politica estera, dalla libertà di religione alla libertà di pensiero, per l’affermazione dello Stato di diritto, un tema che si ripresenta nella lotta al terrorismo. Questioni che da sempre mi appassionano e non sorprende che collabori con il gruppo “Nessuno tocchi Caino” di Pannella. Detto questo, torno al governo Monti per ricordare invece come in un secondo tempo l’esecutivo sia stato prigioniero di considerazioni più propriamente politiche che ne hanno danneggiato la credibilità».

Il caso dei marò
E sulla vicenda dei marò ripropone quel che ha sempre sostenuto: «La mia contrarietà al ritorno in India dei due militari rispondeva all’esigenza di tutelare l’interesse dell’Italia. Nessuno in questi anni mi ha mai smentito. Ho riscontrato invece l’ostinazione a tenere una fitta coltre di nebbia sull’innocenza dei nostri soldati, a frasi pronunciate in forma criptica e dubitativa. Là dove sappiamo che i marò sono innocenti, perché lo dicono i documenti e le prove acquisite: non c’entrano nulla con la morte dei pescatori indiani. Da parte mia, comunque, non c’è amarezza: in politica come in diplomazia bisogna ragionare con molta freddezza».

L’Agenda 2016
Con questo criterio sta lavorando ad un’Agenda 2016 che illustrerà in diverse sedi culturali ed istituzionali: impatto delle crisi regionali (Isis, Libia, Siria e Iran) sull’economia, il caso della Cina, i differenziali di crescita e alcune criticità e la sfida climatica.

Critiche al governo Renzi
E con questa logica da analista critica severamente il governo Renzi, specie per i suoi «sbandamenti non controllati in sede europea»: «L’Europa ha certamente le sue colpe, ma trovo sorprendente che argomenti utilizzati dal centrodestra e bollati come populisti smettano di essere considerati tali quando sono fatti propri da Renzi. Stiamo sottovalutando una tendenza pericolosa: è in atto un ribaltamento concettuale che ci porta ad accettare di essere detestati come cristiani dagli islamisti per mostrarci più sensibili ai valori altrui: questa sottomissione automatica determina l’impossibilità di gestire un vero dialogo. Credo che questa rinuncia sia l’esito di un malinteso senso del “politicamente corretto”, lo stesso che ritengo abbia portato Renzi, durante la recente Conferenza a Roma sulla Libia, a non citare mai la questione dei diritti umani nel Mediterraneo. C’è voluto il re di Giordania per ricordarci l’importanza di questi temi».

Il Grande Mediterraneo
L’analisi dell’ambasciatore è assorbita dalle tensioni nel Grande Mediterraneo: «Migranti e petrolio procurano fondi e uomini essenziali agli attacchi dell’Isis all’Europa. È sconcertante che la discussione nel governo italiano su controllo e sanzioni per l’immigrazione clandestina stia zigzagando su terreni ideologici invece di concentrarsi sul contrasto al terrorismo e alla radicalizzazione come avviene in Francia e in Inghilterra. In Libia serve con urgenza un impegno militare considerevole. Deve essere ricostruito un apparato di sicurezza nazionale sotto un’unica autorità politica. Pensare che bastino poche migliaia di uomini per compiti tanto complessi è fantascienza, ancor più se si pensa di utilizzare “peacekeepers Onu” idonei all’interposizione ma non all’antiterrorismo. Tanto è vero che la comunità internazionale s’è sempre affidata per queste operazioni alle “coalizioni di volonterosi” tra eserciti moderni, sotto mandato del Consiglio di sicurezza o di altre forme di legittimazione internazionale».

©2020 Giulio Terzi

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