Il quadro geopolitico mondiale e le prospettive per l’Italia

Il Ministro Giulio Terzi interviene di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

IL SESTANTE  – BOLLETTINO DEL CESI  Centro Nazionale di Studi Politici e Iniziative Culturali

10 gennaio 2015

Il quadro geopolitico mondiale e le prospettive per l’Italia
All’inizio del nuovo anno il CESI intende richiamare l’attenzione sul fatto che ogni svolgimento dell’attività politica interna del nostro Paese deve tener presente, ora molto più di prima, dell’avvenuta evoluzione del quadro internazionale e delle assurde limitazioni che ancora ritardano la formazione dell’Europa Nazione come coprotagonista nel mondo. Negli ultimi vent’anni sono andati a formarsi Stati che hanno caratteristiche territoriali e demografiche continentali i quali hanno assunto una consapevolezza della loro potenza che prima non avevano. Pertanto da parte dell’Italia non può essere prospettato per se stessa altro che un ruolo importante e decisivo soltanto nell’ambito di un’entità continentale quale avrebbe dovuto essere l’Europa unita. Il problema quindi per il nostro Paese è quello di concepire la sovranità nazionale in maniera diversa da quella che ha caratterizzato il suo percorso unitario dalla seconda metà dell’Ottocento fino a tutto il Novecento. Di conseguenza, debbono essere individuati i settori che vanno messi in comune con le altre nazioni del nostro continente e i settori della società nazionale che invece rimangono specifici senza con questo essere conflittuali, ma al contrario solidali e complementari con le altre nazioni europee. La crisi dell’economia reale europea è frutto soprattutto di aver concepito una moneta unica senza aver contemporaneamente introdotto una unica regolamentazione fiscale ed una unica legislazione riguardante una struttura partecipazionistica e produttivistica comune a tutte le imprese europee. Sul piano della politica estera e di quella militare è mancata l’unificazione sia nella visione del ruolo dell’Europa nei confronti degli altri Stati continentali e in particolare nei confronti dei problemi ad Est riguardanti i rapporti con la Russia; nel Medio Oriente riguardanti i sommovimenti nei Paesi arabi. Dobbiamo perciò considerare ogni necessario cambiamento costituzionale e istituzionale italiano nell’ambito di una nuova situazione geopolitica e geoeconomica la cui evoluzione nei prossimi immediati decenni sarà sempre più condizionante. Il CESI perciò pubblica molto volentieri l’illustrazione degli scenari mondiali quali si presentano all’inizio del 2015 effettuata da uno specialista della materia, l’Ambasciatore, e già Ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Santagata, autorevole socio del CESI. Lo ringraziamo vivamente di questo contributo anche perché può dare spunto ad un dibattito focalizzato sul ruolo dell’Europa più autonoma rispetto ad una America la quale, seppur capace di una sua ripresa di prosperità interna, inevitabilmente dovrà considerare ridotto e comunque non decisiva la sua presenza nel mondo.

Il quadro geopolitico generale.
La geopolitica non segue necessariamente il calendario gregoriano. Fa eccezione l’inizio del 2015, perché il nuovo anno coincide con un riassetto di Equipment globali impensabile sino alle scorse settimane. L’Italia e l’Europa dovrebbero coglierne le opportunità. L’America, infatti, è tornata protagonista. La Russia è entrata in una profonda crisi economica che mina la sua influenza regionale e le prospettive di un’Unione Euroasiatica. La Cina avverte i vantaggi che un atteggiamento responsabile può dare nelle grandi questioni globali (clima, commercio, moneta) e regionali (Hong Kong, Mar della Cina, Corea del Nord).
La previsione che Obama terminasse l’ultimo biennio della sua Presidenza da “anatra zoppa” (lame duck) appare al momento smentita, e i termini dell’equazione mondiale stanno rapidissimamente cambiando. Nel 2014, la Presidenza Obama si era trovata in difficoltà nel rispondere a un irruente Presidente russo assurto a simbolo – persino in alcuni strati dell’opinione pubblica Occidentale – dell’assertività nazionale. La debolezza americana sembrava dare opportunità mai viste al rilancio della Novorossija, la Russia imperiale, all’emergere prepotente del predominio sciita in Mesopotamia e nel Golfo, al logorio delle posizioni occidentali in Africa, Asia,
America Latina.
La sorprendente espansione dello Stato Islamico in Siria e in Iraq e il diffondersi dell’influenza iraniana in quei due Paesi e nel Golfo, il vano inseguimento di un compromesso sulla questione nucleare iraniana, lo stallo israelo-palestinese, l’assertività cinese nel rivendicare zone contese nel Pacifico, si erano combinati a critiche sempre più dure nei confronti di un’Amministrazione USA “titubante” e carente nell’anticipare le crisi, e poco efficace nell’imporre “linee rosse” invalicabili per la sicurezza occidentale. Su tale sfondo la pubblicazione, decisa dal Congresso, del rapporto sugli interrogatori-tortura della CIA sembrava mettere l’Amministrazione in ancor maggiore difficoltà sul piano internazionale, non essendosi tra l’altro riassorbito il danno prodotto dalle rivelazioni di Snowden circa l’utilizzo dei “metadati” a fini d’intelligence. Nel giro di poche settimane il quadro è radicalmente mutato: la sconfitta elettorale subita in novembre dall’Amministrazione democratica ha prodotto alla Casa Bianca uno “shock reattivo”, una sorta di “Big Bang” politico. Ma non per improvvisazione. Ci sono voluti diciotto mesi di trattative segrete con Cuba, un lungo negoziato con la Cina sul clima, una ripresa economica “costruita” puntigliosamente da almeno tre anni, una “geopolitica”dell’energia che rovesciasse rapporti di forza e condizionamenti politici di Paesi produttori come Russia e Stati Opec, illusi circa mercati favorevoli a breve e medio termine nonostante la conquistata autosufficienza energetica USA, l’espansione delle rinnovabili, la caduta della domanda a fronte di eccesso nell’offerta di idrocarburi. Obama sembra aver beneficiato , ha commentato un editorialista, di una “iniezione di testosterone”, mentre Putin è stato invitato a “rimettersi la camicia e a coprire i muscoli”.

I dati fondamentali per il futuro.
Gli USA
Ci sono alcuni “fondamentali” da tenere ben presenti per il 2015 e oltre:
1) la ritrovata, forte vitalità dell’economia americana. Uscita dalla recessione, l’America è ora avviata ad una crescita e a una creazione di posti di lavoro senza precedenti da decenni. Dopo il +4,6% del PIL nel secondo trimestre 2014, il +5% del terzo trimestre appare sensazionale soprattutto se messo in relazione a una disoccupazione scesa al 5,8%, dimezzata rispetto all’ultima recessione, e inferiore a quel 6% che Mitt Romney, il concorrente Repubblicano di Obama nel 2012, dichiarava come obiettivo ideale del suo programma economico, ovvero la metà del tasso di disoccupazione Europeo. Innovazione, flessibilità, politica fiscale, ma anche le pesanti sanzioni irrogate dal Dipartimento della Giustizia a grandi banche e banchieri senza scrupoli per truffe sui derivati, inside trading, falsi in bilancio, manipolazioni su Libor e Forex;

2) la diplomazia americana sembra riacquistare coerenza attorno a obiettivi di fondo enunciati all’inizio dell’esperienza Obama ma poi “evaporati” per strada. Il primo obiettivo riguarda quelle che Antonino Zichichi chiama le “sfide planetarie”. I cambiamenti climatici e dalle catastrofi che sempre con maggiore frequenza ne derivano, perché l’umanità dispone di tempi brevi, uno/due decenni al massimo, per scongiurare l’irreversibilità di un surriscaldamento che porterebbe al rischio di estinzione della nostra specie. L’accordo Usa-Cina crea di fatto un “bipolarismo” sul clima che non richiede di essere formale per essere efficace. L’UE ne è certo importante co-primario, e grazie a tre pilastri -Usa, Cina, Ue – l’azione sul clima diventa credibile e può vincere le resistenze di retroguardia di paesi come India e Brasile.  Poi la libertà, i diritti umani e lo Stato di Diritto. Si tratta di temi sui quali è necessario un ben maggior impegno europeo e italiano. Dobbiamo stimolare con l’esempio concreto i partner
occidentali ed evitare segnali confusi come è avvenuto nei nostri rapporti con l’Iran e la Russia. La Casa Bianca ha avuto il coraggio di esporre l’America e i suoi cittadini nel mondo a reazioni fondamentaliste che potevano scatenarsi dopo la pubblicazione della “Verita’” sulle aberrazioni negli interrogatori della Cia, ma ciò nonostante il Governo statunitense ha deciso di fare uscire la Verità. Quali altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza lo avrebbero fatto? Certamente non la Russia e la Cina, che peraltro si apprestano a usare il proprio desueto diritto di vero per bloccare il deferimento alla Corte Penale Internazionale della Corea del Nord, imputata per gravi violazioni dei diritti umani.  Sempre in tema di libertà di espressione Washington ha reagito immediatamente alla “censura” nordcoreana, ribaltando la prima decisone di Sony Pictures di arrendersi e di ritirare il film “The interview”. Washington l’ha fatto nonostante le gravi minacce di attacchi cibernetici e di altra natura. Da questo episodio è sembrato anzi nascere un diverso clima tra Pechino e Washington che potrebbe tradursi in nuove regole – o per lo meno in qualche discreta collaborazione – per quella che rappresenta la “dimensione dominante” della sicurezza internazionale nel nostro tempo: la cybersecurity, di cui abbiamo discusso su questa pagina;

3) il superamento di vecchi steccati ideologici ritorna con evidenza nell’apertura a Cuba, dal fortissimo significato politico, perché si aprono spazi per recuperare il “fronte antagonista” di Alba, guidato da Cuba, Venezuela, Ecuador e Nicaragua: uno sviluppo molto considerevole anche per noi che vediamo nel rapporto dell’Europa con l’America Latina e un’opportunità centrale per la nostra politica estera e le nostre esportazioni (sapremo coglierla…?);

La Russia.
4) la Russia di Putin appare sempre più come un colosso militare dai piedi di fragile argilla: quella dell’economia. L’azzardo giocato con la strategia del “fatto compiuto” in Crimea e con le operazioni militari “coperte” (non più di tanto) in Ucraina orientale e le provocazioni con pericolosi sorvoli dei paesi nordici membri della Nato hanno voluto dare all’opinione pubblica russa e internazionale un’impressione di grande forza e determinazione. Ma pochi si sono chiesti quanto solida fosse la base economica di una proiezione di potenza tanto ambiziosa per un paese il cui PIL è ancora e solo quello di una “potenza media”, lievemente inferiore a quello dell’Italia, ben metà di quello tedesco, un nono di quello americano, un ventesimo del PIL complessivo dei Paesi NATO. Questo solo raffronto dà la misura del divario tra le ambizioni del Cremlino e la realtà economica di un Paese che non può certo trovare la ricetta per fermare il proprio declino nella forza delle armi, ma piuttosto dovrebbe cercare ricette efficaci nella competitività della propria economia e nell’affermazione dello Stato di Diritto, che occorre salvaguardare non solo per ragioni etiche ma anche quale “rassicurazione” per gli investitori esteri che mal vedono un’oligarchia corrotta e una magistratura inefficace.  Il divario tra ambizioni Russe e realtà diventa ancor più stridente ove si consideri che l’accantonamento del programma di modernizzazioni lanciato durante la Presidenza Medvedev ha riportato il Paese a dipendere ancor più pericolosamente dal settore “oil & gas”. L’incapacità del sistema economico russo a differenziarsi, a fare i conti con una corruzione pervasiva e diffusa, la “personalizzazione” del controllo sull’economia, sono tutti nodi venuti repentinamente al pettine non appena il prezzo del petrolio è crollato.  Gigante dai piedi d’argilla, appunto, e nelle scorse settimane Alexsej Kudrin, Ministro delle Finanze per oltre undici anni dimessosi nel 2011 in disaccordo con il vertiginoso aumento delle spese militari, era dato nonostante la rottura di tre anni fa il più probabile successore di Medvedev qualora Putin fosse indotto dalla crisi economica a cambiare Primo Ministro per sostituirlo con una personalità di grande competenza riconosciuta anche all’estero. Proprio Kudrin ha contraddetto il discorso sull’economia del Paese, poco credibile nella sua rassicurante arroganza, fatto appena prima di Natale dal Presidente Russo Putin. Kudrin ha lanciato un forte grido d’allarme, dichiarando che un prezzo al barile attorno ai 60$ produrrebbe una caduta del PIL di almeno il 4,5%, con tassi d’interesse al 17%, capitali in uscita per 150 miliardi di dollari nel 2014, rifinanziamenti di entità analoga messi a rischio dalle sanzioni occidentali, i 370 miliardi di dollari di riserve del tutto insufficienti a coprire gli oltre 600 miliardi di indebitamento di Mosca in valuta estera. La Russia è diventata nello spazio di pochi mesi non soltanto il fanalino di coda dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), ma le banche cinesi – vero campanello di allarme stanno declinando le offerte russe di sostituire quelle occidentali nel soccorrere l’ingente esposizione finanziaria del paese. Si stanno determinando concreti rischi per le economie più collegate a quella russa, in particolare quella della Bielorussia e dei cinque paesi dell’Asia Centrale. Difficile immaginare che l’Unione Eurasiatica non abbia il suo “hard landing” ancora prima di decollare. E le preoccupazioni per la crisi economica russa ci riguardano da vicino, perché le nostre Banche sono tra le più esposte sul mercato russo, dove i nostri esportatori stanno pure soffrendo.

La Cina.
5) la Cina. Per molti versi, il Paese si trova su un percorso opposto rispetto a quello della Russia. Con un’economia da 9 trilioni di dollari, rispetto ai 2,1 trilioni per la Russia (e ai 16,5 per gli USA e quasi 17 per l’UE) la Cina registra una crescita sempre sostenuta, anche se l’attuale 6,8% segna un rallentamento rispetto ai ritmi attorno al 10% che avevano caratterizzato il passato decennio. Sempre in controtendenza rispetto a Putin, Xi Jinping sta proseguendo una campagna durissima contro la corruzione sino ai più alti livelli dello Stato e del Partito, anche se diverse di queste manovre mirano in primis a un accentramento di poteri mai visto dai tempi di Mao. Tuttavia la lotta alla corruzione va oltre. Essa rappresenta un aspetto centrale e volutamente visibile nella strategia del leader cinese. In soli due anni, dall’arrivo di Xi alla Presidenza, 180.000 funzionari e militari di ogni ordine e grado sono stati posti sotto processo. Un sito governativo aperto lo scorso ottobre raccoglie le denunce del pubblico. La campagna anticorruzione si è riflessa lo scorso novembre sui lavori del 18° Comitato Centrale del PCC sullo “Stato di Diritto”. Un’interpretazione della “Rule of Law” che per la verità appare molto incompleta dato che lascia del tutto in ombra i diritti umani, l’indipendenza della Giustizia, le garanzie e i bilanciamenti dei poteri. Ciononostante l’enfasi sulla “legalità” mira a contenere l’eccessiva influenza che sta acquisendo una “classe di capitalisti” cinesi di ben 4 milioni di persone (sui 6,5 milioni di asiatici) che dispongono di patrimoni personali superiori al milione di dollari.
Pechino continua a essere molto attenta a mantenere l’equilibrio complessivo del sistema economico: con misure di consolidamento del settore bancario, interventi della Banca centrale per frenare la corsa al credito nell’immobiliare, iniettando successivamente liquidità nel sistema bancario per stimolare l’economia nel suo insieme. Diversi analisti – in particolare Alain Frachon di Le Monde – ritengono che, diversamente da altri “fronti” come quelli ucraino e mediorientale, il fronte del Mare della Cina e dell’Asia Orientale, oggetto di controversie tra Pechino da un lato e Tokio, Hanoi, Manila e Seoul, dovrebbe restare calmo se non si svilupperanno eccessive tensioni “interne” a Pechino.
La Cina cerca – saggiamente – stabilità e crescita. Ciò non esclude che l’affermazione politica e militare di quella che si definiva con Deng Tsaoping una “potenza tranquilla” desiderosa soprattutto di crescere economicamente in armonia con sé stessa e con i vicini, voglia competere per guadagnarsi maggiori spazi di influenza e appoggi strategici nel suo vicinato e in regioni lontane, non solo in Africa, ma anche in America Latina e nei Caraibi, dove Pechino ha da qualche anno riversato investimenti colossali a Bahamas.
I “segni” di una più consapevole responsabilità globale cinese sono comunque eloquenti:
a) accordo con gli Stati Uniti sulla drastica riduzione entro il 2025 delle emissioni nocive in atmosfera;
b) ripresa del Dialogo Strategico sulla Sicurezza (SSD) dopo la visita a Pechino dell’Undersecretary americano Michael Schiffer, preceduta in luglio dalla quarta sessione del Dialogo Strategico sulla Difesa tra Seoul e Pechino. Il suo attuale rilancio è di estrema importanza in un momento di così elevate tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord, specie nella dimensione cibernetica della sicurezza e della difesa missilistica e spaziale, lato USA, e delle attività navali nella Zona Economica Esclusiva – sino a 200 miglia dalla costa – e le vendite di armamenti a Taiwan, lato Cina;
c) “primo passo” nel riavvio di contatti con Tokio, dopo due anni di grande gelo per la controversia sulle Isole Senkaku/Diaoyu, con la visita di Abe e il suo incontro con Xi a margine del Vertice Apec a Pechino;
d) creazione di un “meccanismo di consultazione” trilaterale sulla “cybersecurity” tra Pechino, Seoul e Tokio,con una prima riunione l’ottobre scorso;
e) rimozione dalle acque contestate con il Vietnam in prossimità delle Isole Paracelso della “piattaforma della discordia” che aveva provocato forti dimostrazioni anticinesi ad Hanoi e una crisi. La questione resta peraltro apertissima, con l’intenzione annunciata dalla Cina di proseguire le trivellazioni petrolifere in zone contese oltre che con il Vietnam anche con Taiwan, Filippine, Brunei, Malaysia, tutti paesi la cui posizione di diritto ai sensi della Convenzione sul Diritto del Mare (Unclos) è sostenuta dagli Usa e dovrebbe essere sottoposta a un Arbitrato internazionale
f) termine della “rivolta degli ombrelli” a Hong Kong. Si è trattato della più prolungata campagna per la democrazia in Cina dai tempi di Piazza Tiananmen nel 1989. La conclusione è stata ben diversa che allora: la polizia l’ha gestita dopo 79 giorni avvalendosi di ingiunzioni di tribunali ed evitando un uso eccessivo della forza. Di fatto Pechino, che dirigeva completamente le azioni del Governo locale, ha fatto ben attenzione a lasciar “dissolvere” l’entusiasmo dei manifestanti, operando alcune decine di arresti, influendo psicologicamente sui promotori, facendo leva su divisioni nella popolazione, ma evitando un ricorso alla violenza estrema, come avvenuto in altre epoche e in diverse regioni della Cina. Il principale motivo di questa apparente “moderazione” è stata la consapevolezza di Pechino di essere sotto gli occhi del mondo in un punto di snodo sensibilissimo per i suoi interessi economici e finanziari.
g) collaborazione della Cina con i Paesi del “Six party talks” per limitare la minaccia nucleare nordcoreana, sostendo le misure sanzionatorie del Consiglio di Sicurezza ONU contro Pyongyang. Di fronte all’attacco cibernetico contro Sony Pictures e alle minacce contro tre reattori nucleari sudcoreani Pechino avrebbe risposto in modo discretamente ricettivo alla richiesta di collaborazione. Un atteggiamento che, nelle prese di posizione anche pubbliche, si è inaspettatamente distinto parecchio da quello di Mosca;

L’area del Mediterraneo.
6) il Grande Mediterraneo, l’arco di crisi che più influisce sul nostro Paese, per sicurezza, approvvigionamenti energetici, flussi migratori, opportunità economiche: si estende dalla Libia alla Siria, dall’Iran al Golfo, a Israele, al Libano. E’ teatro di conflittualità complesse, nelle quali domina quella tra sunniti e sciti, e quella tra israeliani e palestinesi. E’ l’ambito nel quale la strategia americana ed europea è apparsa negli ultimi anni più incerta. Gli USA però puntano per il 2015 a un ampio compromesso con l’Iran, a stabilizzare Iraq e Siria attraverso l’impegno militare della coalizione anti Isis, a rilanciare il dialogo Israelo Palestinese, e tentare di a consolidare la Libia e il suo contesto regionale, sollecitando una leadership europea e in particolare italiana. Obiettivi ambiziosissimi, che per una serie di motivi – già discussi su questa pagina – mi sembrano l’anello debole della politica estera americana e la priorità assoluta per una politica estera europea;

La Ue e l’Italia.
7) l’Unione Europea e l’Italia. Se non fosse per l’imponente dimensione economica che ne fa la prima “entità aggregata” mondiale in termini di PIL, leggermente superiore nel 2014 al PIL USA, verrebbe da posizionare l’UE più sul versante del “declino”, come la Russia, che non sul versante delle vere e tendenzialmente incontrastabili “potenze globali”: Stati Uniti e Cina. La ragione profonda del deludente posizionamento europeo deriva dal “peccato originale” di una costruzione che si voleva eminentemente politica e solidale “tra eguali”, e che si è tradotta invece in una costruzione al 90% economica e finanziaria, stagnante per tutti tranne che per una Germania la quale, con i suoi pochi satelliti, conta assai più di tutti gli altri Stati membri messi insieme. La politica estera, di sicurezza e di difesa dell’UE non ha mai veramente decollato, né decollerà a breve/medio termine, nonostante la pachidermica burocrazia della Commissione e del Servizio per l’Azione Esterna (la rete diplomatica dell’Unione). Sono ormai nettamente presenti nell’UE, per quanto ci si impegni a sottacerlo, “aggregazioni d’interesse” in capo ad alcuni specifici Paesi. Una graduatoria che vede un terzetto di punta, guidato spesso dalla Germania, talvolta da Francia e Gran Bretagna, raramente dall’Italia. Così e nata, ed è stata problematicamente gestita, su impulso tedesco e polacco, la questione Ucraina con il Partenariato Orientale, l’operazione francobritannica in Libia, quella francese in Mali e Centrafrica, e così è stato per il rapporto con la Russia negli ultimi due anni.  L’Italia viene ormai definita in documenti ufficiali a Bruxelles come “Paese periferico” con altri Mediterranei. Dobbiamo riprendere l’iniziativa, e la Libia rappresenta la priorità immediata. L’Italia ha tutte le credenziali per lanciare una missione di “institution building” europea, ma su ampia scala e con risorse adeguate, non asfittiche come quelle della missione di “osservatori” dello scorso anno. Energia e migrazioni ci arrivano in buona parte dalla Libia. Credo inoltre sia interesse italiano, a Bruxelles e nelle Capitali europee, cogliere pragmaticamente l’evoluzione dei rapporti di potere globale: innegabile che stia consolidandosi un “inedito bipolarismo”. La stagione che stiamo vivendo vede “rinazionalizzare” la politica, si stanno indebolendo le idealità sovranazionali e la globalizzazione si frammenta.  Eppure, risuona ancora forte il monito dei clintoniani a inizio anni ’90: “it’s the economy, stupid…”. La governance mondiale sta anzitutto nella dimensione e nella vitalità delle maggiori economie: per dimensione ce ne sono tre, per vitalità e dimensione soltanto due, l’americana e la cinese. Volenti o nolenti, eccola la realtà bipolare.

Conclusioni.
La ritrovata dinamica della politica estera e dell’economia statunitense è un “treno da non perdere”. Una maggiore apertura ad un mercato americano in forte crescita soprattutto nei consumi costituisce un’occasione per il la nostra esportazione agroalimentare, di beni strumentali, di auto, di beni di consumo, coinvolgendo una miriade di Piccole e Medie Aziende. E’ a loro che è soprattutto rivolto il TTIP, il trattato di libero scambio con gli USA, come prescritto dal mandato fornito dal Parlamento Europeo alla Commissione, mandato nel quale, tra l’altro, si salvaguarda scrupolosamente la normativa nazionale sulla Salute per evitare “accordi al ribasso”.
È quindi interesse dell’Italia:
a) consolidare il ruolo Occidentale nella soluzione di crisi che ci toccano direttamente, come quella libica e siriana, e il problema nucleare iraniano, facilitando nel contempo una ricomposizione del dialogo con la Russia. L’iniziativa che sarà lanciata dall’Ambasciatore tedesco Ischinger alla prossima “Conferenza sulla Sicurezza” a Monaco nel febbraio 2015, sostenuta dall’OSCE, risponde esattamente a un obiettivo italiano: ricreare un vero “partenariato cooperativo” e concrete “misure di fiducia” con la Russia, dopo la “distruzione” dell’architettura politica e giuridica del regime di sicurezza europeo avvenuto in Ucraina;
b) “last but not least”, una priorità assoluta per il nostro Paese è una “politica europea dell’energia”. Non tanto perché si possa essere intimoriti dai “condizionamenti politici” russi, tramite i rubinetti del gas, sulla nostra sovranità nazionale. Ma ancor più perché – nonostante la straordinaria relazione tra ENI e Gazprom – i russi ci fanno pagare il loro gas ben sopra la media europea. Ciò costituisce una “tassa penalizzante” per le nostre aziende esportatrici, oltre che per le nostre tasche. La Commissione europea ha – finalmente! – allo studio la creazione, come primo passo, di un’Agenzia che tratti gli acquisti di gas a nome di 28 Stati membri, creando così un ben diverso e assai più forte “mercato della domanda” rispetto al monopolio Russo dell’offerta. Si negozierebbe così su prezzi del gas più vantaggiosi per tutti gli europei, e soprattutto per gli italiani che stanno pagando di più. Incredibilmente, il Governo Renzi starebbe contrastando l’iniziativa e più in generale il lancio di una politica comune dell’energia, interesse di tutti gli italiani, persone ed aziende. Ma può essere vero …? L’Italia ancora “provincia del mondo”, dalla parte sbagliata della storia, vittima dei propri “piccoli” ragionamenti e delle pressioni dei soliti poteri forti …?

©2020 Giulio Terzi

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