Discorso “LA PROMOZIONE DI UNA TRANSIZIONE VERSO UNO STATO DI DIRITTO DEMOCRATICO, FEDERALISTA E LAICO”

Senato, 27 Luglio 2015

Desidero congratularmi con Marco Pannella, con Matteo Angioli e con tutti coloro che hanno contribuito – insieme al Partito Radicale Nonviolento, Non c’è Pace senza Giustizia, Nessuno tocchi Caino – alla realizzazione di questa Seconda Conferenza Internazionale.

Il nostro incontro di Bruxelles, nel febbraio dello scorso anno, ha voluto dare impulso all’affermazione dello Stato di Diritto attraverso il Diritto alla Conoscenza: non solo nella trasformazione dei più odiosi regimi totalitari, ma anche per ottenere uno Stato di Diritto compiuto in tutti i sistemi democratici. Non potremmo avere l’ambizione di contribuire a una trasformazione positiva del mondo che ci sta intorno, se non sapessimo riconoscere i problemi interni al nostro mondo. Stiamo infatti sempre più soffrendo di  deformazioni e  forzature allo Stato di Diritto  nei nostri sistemi di Governo e nel Governo dell’Unione Europea.

 

Contro  le Ragioni di Stato che oscurano la democrazia valgono le  declinazioni del Diritto alla Conoscenza:

– l’esercizio puntuale del diritto/dovere di informazione;

– la piena trasparenza dei processi decisionali;

– l’ “accountability” della politica nei confronti della società civile;

– lo scrutinio di un’informazione veramente libera e indipendente.

Un'”accountability” impossibile quando il Diritto alla Conoscenza viene condizionato o rimosso.

Le relazioni di Otto Pfersmann e di Michel Troper alla prima Conferenza a Bruxelles costituiscono un importante riferimento per i lavori odierni. Esse hanno definito lo Stato di Diritto nelle distinte, ma  non incompatibili, accezioni proposte dalla dottrina inglese, tedesca, spagnola e italiana.

È una ricchezza con radici profonde nel  pensiero Occidentale, diffuse e riconosciute universalmente. Lo dimostrano numerosissime risoluzioni, dichiarazioni formali, convenzioni adottate dalle Nazioni Unite negli ultimi quindici anni. Questa universalità di principi, valori, e impegni assunti dall’intera comunità internazionale è stata sottolineata dal Presidente Obama all’inizio del suo  mandato: “Democrazia, Stato di Diritto, libertà di parola, libertà di religione, non sono semplicemente principi dell’Occidente da imporre ad altri, ma sono piuttosto – io credo- i principi universali che tutti possono abbracciare e affermare come propri alla loro identità nazionale”.

 

Se è peraltro innegabile che sia stato il pensiero politico e giuridico occidentale ad aver dato impulso decisivo allo Stato di Diritto sia  nella sfera interna che in quella internazionale, è specialmente nell’ Unione Europea che si è consolidato l’ “acquis” normativo di più vasta portata: non vi è ambito istituzionale, regolatorio, politico nella costruzione europea nel quale i principi dello Stato di diritto non siano specificamente  affermati in tutte le loro possibili implicazioni.  Tra queste luci si  diffondono però delle ombre.

 

Dobbiamo anzitutto chiederci – per fare un esempio che ci tocca molto da vicino, data la dimensione e la sostenibilità assai problematica del nostro debito pubblico – quanto sia stato rispettato il Diritto alla Conoscenza, alla corretta informazione, alla trasparenza decisionale, e il principio di “Accountability” nelle recenti deliberazioni del Consiglio Europeo sul debito greco.

 

Jurgen Habermas ha correttamente osservato che “la relegazione de facto di uno Stato membro – la Grecia – allo status di protettorato contraddice apertamente i principi democratici dell’Unione… Si costringe persino il Governo greco ad accettare un fondo di privatizzazioni eminentemente simbolico e discutibile economicamente, che non può che essere inteso come una punizione contro il Governo di sinistra. Il Governo tedesco, ha ancora detto Habermas, ha per la prima volta affermato manifestamente la sua egemonia in Europa… L’esecutivo europeo ha guadagnato sempre più autorità, nonostante si tratti di istituzioni non sufficientemente legittimate a prendere tali decisioni o che non hanno alcuna base democratica”.

 

La trasformazione delle “democrazie reali” in Stati di Diritto “compiuti” sta così registrando degli arretramenti. Utilizzo strisciante dei ” metadati”, attacchi di droni con centinaia, forse migliaia di “perdite collaterali” innocenti, morfinizzazione dell’opinione pubblica sugli tsunami migratori che ci attendono, silenzi  sulle  modalità di accoglienza dei migranti, disinformazione sulla gestione di crisi antiche o recenti,  sottovalutazione della minaccia terroristica sono alcuni soltanto dei segnali  che l’Occidente, e il nostro Paese,  dovrebbe invece ben cogliere; perché rivelano  un’ involuzione da correggere del Diritto alla Conoscenza e dello Stato di Diritto.

 

Secondo un orientamento che mi sembra condivisibile, la promozione dello Stato di Diritto deve far leva sul suo sempre più stretto e riconosciuto rapporto  con la protezione dei Diritti Umani.

 

Nessun altro campo del Diritto, ha scritto Tom Bingham, ha un così evidente fondamento morale: il pensiero che ogni essere umano, semplicemente in virtù del proprio esistere, è titolare di alcuni essenziali, e in certi casi incondizionabili, diritti e libertà.

 

La protezione internazionale dei Diritti Umani come sappiamo è fenomeno relativamente recente, ispirato nel Secondo dopoguerra dalla Dichiarazione Universale del 1948, seguita dai  Covenants sui Diritti Civili e Politici, sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, e dalle Convenzioni istitutive dei nove “Treaty Bodies” e dai “single issue regimes”.

 

C’è poco da dubitare della loro universalità. Si tratta di un “corpus iuris” di Trattati sottoscritti da quasi tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite, con una percentuale di ratifiche del 90%: eccezionalmente elevata per gli accordi multilaterali. Nonostante la percentuale delle ratifiche vari nei diversi Continenti, è interessante constatare come i Paesi che hanno ratificato siano sempre  maggioranza assoluta in ciascun raggruppamento regionale, politico, o religioso.

 

La natura obbligatoria e vincolante delle norme sui Diritti Umani contenute nei Trattati Onu si è estesa alla promozione dello Stato di Diritto. Sin dal 1996 il CdS la sancisce “erga omnes” in numerose risoluzioni su crisi regionali, processi di pace, stabilizzazione post-conflitti. Ma già vent’anni prima la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si riferiva costantemente allo Stato di Diritto (dalla prima sentenza del ’75, nel caso Golder v. United Kingdom).

 

La rilevanza  dei Diritti Umani per l’affermazione  dello Stato di Diritto si manifesta ulteriormente quando sono i  Tribunali nazionali a dover interpretare e applicare tali principi di Diritto internazionale. Ciò che dimostra l’interazione crescente  tra tutela giurisdizionale dei  singoli  e obblighi  degli Stati.

 

Acquista così particolare attualità la ricerca di un percorso di transizione  nel “Grande Mediterraneo”, verso compiuti “Stati di Diritto”. E la partecipazione di personalità e di esperti autorevoli, provenienti da alcuni tra i principali partners del nostro Paese offre una preziosa occasione di approfondimento e di proposta.

 

È stato per molto tempo un luogo comune affermare che i “Regional Human Rights Regimes” in Asia, in Africa e nel mondo Arabo fossero  più deboli, lacunosi e meno efficaci di quelli europei, nordamericani e latino americani.

 

Differenze sostanziali continuano ad esserci. Le delusioni per recenti comportamenti di Governi come quello Sudafricano, nella vicenda del mancato rispetto di un mandato della Corte Penale Internazionale, fanno temere involuzioni e arretramenti anche nelle democrazie africane che anche per la loro storia si collocano tra gli strenui difensori di tali Diritti. Non si possono tuttavia trascurare gli sforzi effettuati da tre decenni a questa parte:

– con la Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli;

– con la creazione di una Commissione ad hoc dell’Unione Africana, nonostante le debolezze insite nel suo statuto. Ma la Commissione è diventata un riferimento molto importante, per dar voce ai casi specifici, per coagulare l’azione delle ONG umanitarie, e soprattutto per consolidare nelle società africane il convincimento che la tutela dei Diritti Umani richiede una costante verifica “sovranazionale”.

 

Non è poco, in un continente, l’Africa, dove le esperienze della colonizzazione hanno per quasi settant’anni alimentato le più gelose passioni per la sovranità  e per il “non intervento” negli affari interni degli Stati.

 

In Medio Oriente i “Regional Human Rights Regimes” sono stati pressochè inesistenti sino alla stagione delle Primavere Arabe. È vero che la Lega degli Stati Arabi ha creato una Commissione Araba per i Diritti Umani nel 1968, ma il suo orizzonte è stato sempre limitato alle conseguenze della guerra arabo-israeliana del ’67: l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania. È solo con la Carta Araba dei Diritti Umani, entrata in vigore nel 2008, che viene istituita l’omonima Commissione. Tuttavia gli strumenti regionali di cui dispone il Medio Oriente hanno ancora efficacia modesta; ciò che fa osservare ad alcuni esperti che la messa a punto di strumenti efficaci è il risultato, e non la causa, del grado di maturazione raggiunto dai Diritti Umani nei singoli contesti regionali.

 

Il quadro è mutato dalla primavera 2012 quando la Lega Araba ha preso un atteggiamento incisivo nei confronti del regime siriano: motivandolo proprio con le gravissime violazioni dei Diritti Umani da parte di Damasco.

 

Ha organizzato missioni di osservatori, poi terminate per gli ostacoli frapposti da Assad persino alle più urgenti forme di assistenza umanitaria.

 

La Lega Araba ha altresì affermato  l’urgenza di una transizione che assicuri una soluzione politica, che non solo ponga termine all’immane carneficina in Siria, ma dia spazio a riforme mirate allo Stato di Diritto.

 

Vi è, nella linea della Lega Araba, l’anticipazione di un “ruolo trasformativo” che deve essere assolutamente sostenuto e incoraggiato; l’indicazione di una “Legacy” positiva delle  Primavere Arabe; della coscienza che i Diritti Umani costituiscono condizione imprescindibile di ogni transizione verso lo Stato di Diritto.

 

Vi sono anche altri “building blocks” sui quali costruire una strutturata iniziativa italiana ed europea in ambito multilaterale, che potrebbe essere avviata, o perlomeno preparata già in occasione del Dibattito Generale UNGA a New York il prossimo settembre:

 

a) la risoluzione del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, che lo scorso marzo ha creato un Forum permanente su Democrazia, Diritti umani, Stato di Diritto. Auspicherei che le conclusione di questa conferenza siano portate e discusse al Forum;

 

b) la proposta di una Risoluzione UNGA sulle “trasformazioni” necessarie a un compiuto Stato di Diritto, “codificando” risoluzioni e dichiarazioni già adottate per  diverse situazioni di crisi;

 

c) il rilancio di una decisa azione PESC sulla Libertà di Religione e di Pensiero (Freedom of Religion and Belief – FORB). Si deve conferire molto più vigore all’attuazione delle “Linee Guida” adottate dai Ministri degli Esteri UE nel giugno 2013, a seguito di una lunga, costante opera della diplomazia italiana, insieme ai partners euromediterranei, in particolare del gruppo “5+5”.

 

d) Libertà religiosa, Diritti della donna, Diritti del fanciullo, educazione alla tolleranza e lotta all’estremismo dovrebbero essere i CINQUE PRINCIPI TRASFORMATIVI per orientare iniziative diplomatiche e multisettoriali nella promozione dello Stato di Diritto.

 

Non si porrà mai abbastanza enfasi sulla necessità di sostenere attivamente il principio della libertà religiosa e la lotta all’estremismo: due facce della stessa medaglia.

 

Lo scorso anno il Pew Research Center ha svolto un sondaggio tra 14.000 Musulmani in 14 diversi Paesi. Solo in due di questi, Indonesia e Senegal dove -soprattutto in Indonesia – sono stati realizzati considerevoli progressi nelle politiche contro l’estremismo e la radicalizzazione, l’estremismo islamico viene visto come  minaccia da meno della metà degli intervistati. Completamente diversa la percezione negli altri Paesi Arabi: la minaccia dell’estremismo Islamico viene percepita dal 92% in Libano, dall’80% in Tunisia (e il sondaggio era prima delle stragi del Bardo e di Sousse), dal 75% in Egitto; dal 72% in Nigeria.

 

L’Islam è una religione globale che qualcuno chiama anche  “diaspora globale”. Più di 20 milioni di Musulmani risiedono nell’Europa Occidentale e in Nordamerica.  Nella stragrande maggioranza queste comunità affrontano la sfida di conciliare la loro appartenenza a Stati laici con la propria fede di Musulmani. Una sfida che riguarda i Paesi di origine, verso la transizione e il consolidamento dello Stato di Diritto.

 

Dall’interno di quel mondo, vi è chi invoca un “Islam riformato”, o una ” rivoluzione religiosa”, come ha auspicato il Presidente Egiziano al – Sisi a inizio 2015 nel suo importante discorso all’Università Al – Azhar del Cairo: “È mai possibile che un miliardo e seicento milioni di Musulmani vogliano uccidere il resto di una umanità di sette miliardi di persone, per poter sopravvivere essi stessi. È impossibile. Lo dico qui ad Al – Azhar di fronte a un’assemblea di dotti e di Ulema. Non potete rimanere intrappolati dentro a questo schema mentale. Dovete uscirne voi stessi, per essere capaci di osservare e valutare da una prospettiva più illuminata… c’è la necessità di una rivoluzione religiosa.”

 

L’attrattiva di un Islam riformato, coerente con i principi cardini del Corano e della tradizione, ma in linea e compatibile con la modernità, non è certo nuova nella storia di questa e delle due altre religioni monoteiste.

 

La transizione verso uno Stato di Diritto compiuto poggia su basi culturali e percezioni diffuse nel mondo Musulmano. È responsabilità di tutti di conoscerle, coglierne le potenzialità positive, e tradurle in azioni concrete.

 

Un profondo conoscitore del Medio Oriente, Thomas Friedman, ha scritto un concetto semplice ma particolarmente adatto, mi sembra, alle linee di politica estera italiana ed europea che questa discussione dovrebbe sostenere:

 

“Quando si tratta del Medio Oriente dobbiamo contenere, promuovere e innovare: contenere le forze locali più aggressive; promuovere qualunque leader o popolo locale fautore del vivere civile; innovare fortemente in ambito energetico per mantenere prezzi bassi; ridurre i proventi petroliferi per gli attori nefasti;  ridurre la nostra esposizione in un’area destinata a essere turbolenta per molto, molto tempo”.

 

 

©2021 Giulio Terzi

Log in with your credentials

pergot your details?