Discorso festa 8 Dicembre a Bergamo

Bergamo, 08 Dicembre 2012

Ringrazio molto il Presidente e amico Francesco Maffeis per aver organizzato questo incontro e tutti voi per la calorosa accoglienza. Che gioia essere qui! E che bella sorpresa il saluto dei bersaglieri! Non me l’aspettavo. Mi ha molto commosso. E sono particolarmente lieto di essere qui nel giorno dedicato a Maria Immacolata.

 

Si può essere religiosi o laici, credenti o atei, ma Maria rappresenta per chiunque – anche per coloro che si arrestano sulla soglia dei misteri della fede – la purezza, la generosità e la volontà di sacrificarsi per la verità, la giustizia e l’amore per il prossimo. Nella Vergine si identifica – come canta il Poeta – la nobiltà più alta e pura della stirpe umana: “tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo Fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.

L’esempio di Maria ci incoraggia con estremo vigore verso il bene; ci aiuta a guardare la verità senza relativismi facili; ad agire nelle nostre comunità con spirito di servizio, con la forza di valori che non sono solo espressioni di fede, ma anche principi di convivenza civile, che devono essere ispirazione vitale per la società italiana.

Esattamente un anno fa, l’8 dicembre 2011, Papa Benedetto XVI – nel tradizionale atto di venerazione all’Immacolata – si rivolgeva a Maria perché desse sostegno alla speranza in un momento difficile per l’Italia e per l’Europa. Un anno fa, l’Italia e l’Europa erano al centro della tempesta finanziaria ed economica, e il nostro Paese sul bordo di un precipizio recessivo. In questo anno, con grandi sacrifici di tutti, abbiamo fatto fronte all’emergenza. E abbiamo lavorato a riforme strutturali che possono assicurare non soltanto il risanamento di bilancio, ma anche le prospettive di governabilità e di crescita. C’è però ancora molta strada da percorrere.

Siamo stati mossi dal convincimento che sia necessario un diverso modo di fare politica; con una decisa sterzata per allontanarci dalle esperienze così negative che abbiamo avuto sotto gli occhi anche nel corso di questi mesi. Ragioni economiche erano d’altra parte ineludibili: gli investitori stranieri guardano con grande attenzione alla sostenibilità del debito pubblico e alla nostra corretta gestione della cosa pubblica. I mercati internazionali stanno apprezzando le misure del Governo, riducendo sensibilmente i tassi di interesse che paghiamo sui titoli di Stato. Nei giorni scorsi, il Tesoro ha collocato Bot a sei mesi a un tasso inferiore all’1%: il valore più basso dall’aprile del 2010. Lo spread con i titoli tedeschi è sceso sotto i 300 punti.

Quanto alle motivazioni etiche della nostra azione, esse sono sintetizzate dalla famosa frase di De Gasperi: un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista alla prossima generazione. Ciò non significa ignorare le difficoltà del presente, quelle che stanno attraversando le famiglie e i tanti, troppi disoccupati, con la disoccupazione giovanile che ha superato l’inaccettabile soglia del 35%. Ma significa affrontare i problemi come farebbe un buon padre di famiglia: abbiamo ridotto le spese del presente per avere più risorse domani e preservare l’avvenire dei figli.

Abbiamo destinato parte dei risparmi al Piano nazionale per la famiglia – il primo mai adottato da un Governo in più di sessanta anni di storia repubblicana – e agli interventi che già a partire dal 2013 consentiranno di alimentare i fondi per l’infanzia e per gli anziani non autosufficienti. Un totale di 800 di milioni di euro. Con la legge di stabilità in approvazione alle Camere sono anche aumentate le detrazioni fiscali per le famiglie numerose e quelle con figli disabili.

E’ allora centrato il titolo del nostro incontro, giovani e famiglie per il rilancio del Paese. Il rilancio deve essere morale, ancor prima che economico. Malgrado la difficile congiuntura, l’Italia resta una delle prime economie mondiali, il secondo Paese manifatturiero in Europa e il quinto al mondo. Dove abbiamo invece perso molte posizioni è nel tessuto morale e sociale. Abbiamo visto indebolirsi drammaticamente valori condivisi, come quelli della famiglia, della responsabilità individuale e della formazione; e dobbiamo far fronte a fenomeni di arretratezza civica, come l’evasione fiscale, la burocrazia asfissiante, la corruzione diffusa, la criminalità organizzata del cui radicarsi abbiamo avuto le prove anche nella nostra regione.

Questa fragilità inevitabilmente si riflette sulle prospettive economiche del Paese, limitando le potenzialità di crescita, la valorizzazione delle straordinarie energie intellettuali e delle capacità di moltissimi giovani, l’affermarsi delle eccellenze nel mondo del lavoro e della produzione. Sono stati liquidati troppo facilmente sicuri punti di forza, senza sostituirli con nuovi. Abbiamo inseguito i falsi miti di una finanza imprudente, trascurando il fatto che l’alta propensione al risparmio della famiglia italiana era stata e continua a essere una delle basi solide della nostra economia.

Ecco che riscopriamo verità che abbiamo sempre conosciuto, ma che forse qualcuno aveva finto di ignorare, alla ricerca di scorciatoie per raggiungere il successo. E’ allora necessario tornare a seguire il sentiero battuto “del senso austero e impegnato della vita responsabile”, come lo chiamava Dossetti, della formazione, del merito, del risparmio, del duro e serio lavoro quotidiano.

Nel Made in Italy non è solo innato il senso per il bello. All’attrattività del marchio Italia nel mondo contribuiscono la formazione, gli istituti tecnici d’eccellenza che abbiamo anche in Lombardia e che insegnano professioni specialistiche ai nostri giovani. La scorsa settimana ho partecipato a un incontro a Milano con imprenditori lombardi. In quell’occasione, è stato giustamente ricordato che la forza manifatturiera dell’Italia è anche merito di quegli imprenditori che – all’inizio del secolo scorso – hanno creato gli istituti tecnici e investito su di essi.

E qui vorrei allora richiamare la dimensione dell’apprendistato nella riforma del lavoro adottata dal Governo. Credo che la riforma abbia fatto riscoprire queste formidabili realtà che hanno alimentato il dinamismo dell’economia italiana. Tornando a investire nell’apprendistato e nella formazione, rivalutando il lavoro artigianale e il ruolo delle scuole di specializzazione professionale – di cui la Lombardia e la tradizione formativa cattolica sono ricche – abbiamo assunto un impegno per il futuro e in favore dei giovani.

Come ricorda l’Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate, la dignità della persona richiede che, “soprattutto oggi, si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti”. Ritegno utile allora riflettere anche su nuovi moduli formativi e fiscali. Penso, ad esempio, a un sistema di venture capital, che favorisca la mobilità dei giovani anche verso l’estero. E penso a una fiscalità che preveda la detassazione e l’esonero di contribuzioni per le nuove assunzioni di giovani. Ciò comporterebbe incentivi per le aziende ad assumere, incentivi a consumare per i nuovi assunti e inserimento di nuovi talenti nelle imprese. Inoltre, l’onere per l’erario in termini di minori introiti fiscali sarebbe vicino allo zero, trattandosi di nuovi impieghi che altrimenti non si creerebbero.

Queste misure sono importanti per il rilancio dell’economia, ma per ritornare a crescere è soprattutto necessario riscoprire le radici etiche della società italiana. Se saremo onesti con noi stessi, dovremo riconoscere che tali radici attingono linfa vitale anche dai valori di operosità della fede e dell’anima cristiana, se è vero – come diceva Tertulliano – che l’anima è naturalmente cristiana. Mai come in questo momento abbiamo bisogno dell’energia di questi principi per ritrovare la fiducia perduta.

Credo occorra reagire al diffuso disincanto e allo scetticismo dei cittadini, che si manifestano negli alti tassi di astensionismo alle consultazioni elettorali. Riconosco che tale disinteresse è attribuibile a comportamenti di una certa politica; ma lo scetticismo finisce con l’eludere le responsabilità che anche i cittadini hanno in democrazia. De Gasperi sottolineava giustamente che “lo scettico non dà nulla, non sacrifica nulla del suo per la convivenza sociale”.

La dottrina sociale della Chiesa può aiutare le forze politiche a perseguire questo indirizzo. La Chiesa è stata autorevole interprete dell’esigenza di un impegno responsabile dei cittadini per il bene comune. La dottrina sociale – come sottolinea il compendio scritto alcuni anni fa dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sotto la guida del Cardinale Martino – “implica responsabilità relative alla costruzione, all’organizzazione e al funzionamento della società: obblighi politici, economici, amministrativi, vale a dire di natura secolare, che appartengono ai fedeli laici”.

Questa dottrina pone al centro della realtà l’individuo, isolatamente considerato e nelle sue relazioni intersoggettive. Vorrei ad esempio ricordare che già nell’Enciclica Mater et Magistra di Papa Giovanni XXIII si considerava “principio fondamentale” che “i singoli esseri umani sono e devono essere il fondamento, il fine e i soggetti di tutte le istituzioni in cui si esprime e si attua la vita sociale”.

Sono convinto che questo capitale morale, riflesso anche nella Costituzione, sia essenziale per l’Italia di oggi e di domani. Se le istituzioni e i partiti non sono in grado di risolvere in modo adeguato i problemi con i quali si confrontano e non sanno soddisfare le legittime aspirazioni di ampie fasce della società, è assai probabile che non abbiano valorizzato e sufficientemente difeso questo patrimonio di valori.

Si tratta di principi che arricchiscono la politica estera italiana. Ho posto al centro della mia azione, nell’anno ora trascorso, il tema dei diritti, a partire da quelli dei giovani, delle donne e dei minori. La diplomazia italiana ha sostenuto la cultura, la formazione e la cooperazione universitaria. Ho anche voluto rilanciare l’investimento nella cooperazione allo sviluppo. Abolizione della pena di morte, contrasto delle mutilazioni genitali femminili, tutela della libertà religiosa, sono inoltre alcune delle battaglie di civiltà nelle quali l’Italia svolge un ruolo di capofila. Ci tengo, in particolare, a sottolineare l’impegno in favore delle comunità cristiane nel mondo, oggetto di una preoccupante ondata di vili e brutali attacchi.

L’Europa dovrebbe trarre molto più slancio dalla forza degli ideali cristiani, che hanno ispirato il processo di integrazione. A tal proposito, vorrei ricordare un aneddoto riguardante indirettamente Maria Immacolata e l’Europa. L’emblema centrale della bandiera europea raffigura un cerchio composto da 12 stelle. Tale simbolo è stato adottato nel 1986, ma già nel 1955 era stato scelto dal Consiglio d’Europa. Quest’ultimo aveva bandito un concorso per scegliere una bandiera che rappresentasse la futura Europa unita. Un giovane pittore di Strasburgo, Arséne Heitz, vi partecipò con un bozzetto originale, nel quale le dodici stelle bianche campeggiavano in cerchio su uno sfondo azzurro.

Come nacque questa idea?

L’autore ha rivelato che l’idea gli balenò mentre stava leggendo la storia di Suor Caterina Labouré, novizia nel convento delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli a Parigi. Affascinato dal racconto delle visioni mariane di Suor Caterina, volle procurarsi la “medaglia miracolosa”, che la Vergine aveva richiesto alla Suora di far coniare. Il verso della medaglia reca 12 stelle sul bordo interno. Arséne Heitz fu tanto colpito da quell’immagine che decise di inserire nel suo bozzetto le 12 stelle disposte a cerchio. Tra le centinaia di proposte, il Consiglio d’Europa scelse la sua.

A quel tempo, gli Stati del Consiglio d’Europa non erano dodici. Qualcuno lo fece notare, ma il Capo della commissione giudicante, un ebreo di nome Levy, puntualizzò che il numero dodici rappresenta un simbolo di pienezza. Ed è molto significativo il fatto che la bandiera azzurra con il cerchio a dodici stelle fosse ufficialmente adottata dal Consiglio d’Europa, per puro caso, l’8 dicembre.

Questi sono i nostri simboli e i nostri valori fondanti. Da essi vogliamo e dobbiamo ripartire per il rilancio dell’Italia e dell’Europa. Grazie.

©2021 Giulio Terzi

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