Discorso “Atlantismo – FLE Scuola di Liberalismo”

29 marzo 2018 – Piazzale delle Medaglie d’Oro

 

Quando mi è stato proposto dal Presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Avvocato Giuseppe Benedetto, di portare a questo prestigioso corso alcune riflessioni sull’Atlantismo mi ha subito interessato potermi confrontare con Voi su un tema di estrema importanza e attualità per la politica estera del nostro paese nell’attuale realtà internazionale. Il tema riveste un significato ancora più profondo dopo la svolta elettorale del 4 marzo scorso. E’ facile constatare come riferimenti a quella comunità di valori identitari, di interessi nazionali, di tradizioni e di storia- che sono e devono continuare a costituire la comunità Atlantica- sia stato gravemente assente dallo scenario politico nazionale del prima e del dopo elezioni. Con pochissime eccezioni i programmi, i dibattiti congressuali, le dichiarazioni pre-elettorali hanno dato la misura di un disinteresse generalizzato a riaffermare in modo esplicito e dettagliato la massima priorità da riservare alla legalità e allo Stato di Diritto- le due architravi della democrazia liberale- per portare la società italiana fuori dalla palude della corruzione e della illegalità diffusa, della carente libertà di informazione, di riforme costituzionali e elettorali sbagliate e in contrasto con le migliori prassi europee.

 

La stessa collocazione internazionale del Paese, rimasta per settant’anni un punto fermo nei suoi riferimenti atlantici e europei -in altre parole, nella adesione alla cultura politica che si riconosce nei valori dell’atlantismo – è stata oggetto di affermazioni contraddittorie e confuse, non soltanto tra i diversi partiti in competizione, ma all’interno degli stessi partiti: e questo riguarda un po’ tutto l’arco parlamentare uscito dalle elezioni del 4 marzo.Ho perciò pensato che fosse utile di esaminare con Voi tre aspetti che mi sembrano meritevoli di essere discussi e definiti:

A) l’attualità dei valori atlantici per il futuro della democrazia liberale;

B) la contrapposizione “revisionista” che essi incontrano sulla scena mondiale;

C) le direttrici per una riaffermazione dell’Atlantismo quale interesse nazionale ed europeo.

 

A) Atlantismo e democrazia liberale.

 

 

1) Settant’anni di storia. La rapidissima evoluzione dei rapporti di forza e di influenza nell’attuale realtà geopolitica rende necessaria una duplice strategia:  per confrontare le sfide provenienti da Est; per un salto di qualità nella politica estera e di sicurezza nel Mediterraneo. A cinquant’anni dal Rapporto Harmel, l’Alleanza Atlantica deve certamente rinnovare l’impegno dei Paesi membri e delle rispettive società civili a sostenere gli scopi e i valori dell’Alleanza. Vale la pena di ricordare il Rapporto Harmel, in un momento in cui i Paesi NATO hanno ritrovato una compattezza da molti in attesa, a seguito del caso Skripal e delle violazioni del Diritto internazionale verificatesi con crescente intensità negli ultimi quattro anni. Sulle relazioni con la Russia, Harmel diceva: “Military security and a policy of détente are not contradictory but complementary”. Quanto aveva sottolineato il  Rapporto Harmel del 1967, non muta l’obiettivo della NATO di salvaguardare il nostro sistema valoriale e la sicurezza dei nostri cittadini, territori e società libere.   I legami che uniscono paesi europei al Nord America, dunque, sono di fondamentale importanza per poter superare le sfide del XXI secolo. In tale prospettiva, la NATO rimane strumento politico e politico e militare unico. Il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti resta indispensabile. E in questo quadro, con la nuova presidenza statunitense si sono delineate soprattutto nei primissimi tempi alcune incertezze. Ma sono poi state chiarite e hanno fatto emergere anche le nuove opportunità. Ad esempio, la volontà di Trump di adattare l’Alleanza alle nuove sfide – terrorismo e cybersecurity sopra tutte – insieme alla pressione verso gli Alleati che ancora non hanno adeguato il loro bilancio della difesa all’obiettivo del 2%/PIL costituiscono azioni benefiche per il rinnovamento NATO.

      2) Europeismo e atlantismo. Quando Alcide De Gasperi e Carlo Sforza decisero di sottoscrivere, nel 1949, il Trattato di Washington, il maggiore ostacolo non fu l’opposizione social-comunista, largamente scontata, ma quella di una parte della Democrazia cristiana – soprattutto dei “Dossettiani”-  e di alcune altre forze filocomuniste e neutraliste, che insistevano strumentalmente o anche per sincera convinzione che l’Italia avrebbe dovuto rifiutare la logica dei blocchi e fare una politica estera neutrale. De Gasperi riuscì a superare queste resistenze con il sostegno del Presidente Luigi Einaudi e di una componente importante della Diplomazia italiana di matrice liberale e non social-comunista, nella quale spiccavano personalità come l’Ambasciatore Pietro Quaroni. La motivazione essenziale riguardava proprio la scelta di civiltà fra il mondo delle dittature comuniste e il mondo della libertà e della democrazia. De Gasperi aveva spiegato ai suoi compagni di partito che l’Italia sarebbe entrata nell’Alleanza insieme alle maggiori democrazie europee e che il Patto atlantico sarebbe stato quindi un passaggio necessario sulla strada dell’integrazione politica ed economica del continente.

La Nato, grazie soprattutto all’impegno e al coinvolgimento dell’America, garantiva la sicurezza dell’Europa, mentre l’Europa della Ceca, della Ced e del Mercato comune rispondeva a una visione di integrazione ritenuta essenziale a garantire la pace tra Paesi Europei che per un intero secolo erano stati protagonisti di guerre intraeuropee. La Nato  garantiva all’Europa sul piano politico e militare una “pari dignità”, nonostante la sconfitta subita dalla Germania e dall’Italia e assicurava anche un pieno dialogo tra gli alleati europei. Per settant’anni L’Italia ha continuato a considerare la Nato, e in particolare gli Stati Uniti, come un cardine indispensabile e l’Europa come un obiettivo irrinunciabile della propria politica estera. Ma con diverse accentuazioni per la tendenza delle forze politiche di centro sinistra a discostarsi dalla linea di Washington e a vedere talvolta il processo di integrazione europea più come alternativo che non interdipendente con l’architettura atlantica.

      3) Cultura occidentale e classicità. Nel libro “How to be a conservative” uno dei maggiori interpreti del liberalismo contemporaneo, Roger Scruton, scrive che le basi del modello occidentale di società si possono riassumere in: Stato di Diritto, democrazia parlamentare, solidarietà, uno spirito pubblico che si esprime attraverso “piccoli plotoni” di volontari. Si tratterebbe di una società civile non interamente acquisita al dirigismo statalista del “welfare state”, e forse ancor meno alle burocrazie transnazionali.

Nella sua manifestazione empirica il conservatorismo proposto da Scruton è moderno, concreto, distinto dall’elaborazione metafisica. Riguarda essenzialmente la consapevolezza che a tutti noi, collettivamente, è stato trasmesso un patrimonio positivo di cose buone per le quali dobbiamo lottare.‎ “Nella situazione nella quale ci troviamo quali eredi della civiltà occidentale, osserva Scruton, siamo ben consapevoli delle cose buone che desideriamo. La di possibilità di vivere le nostre vite come vogliamo. La certezza di leggi imparziali, attraverso le quali le ingiustizie subite siano riparate. La protezione dell’ambiente quale patrimonio comune che non può essere sottratto o distrutto a capriccio di interessi potenti. La cultura aperta e indagatrice che ha formato le nostre scuole e università. Le procedure democratiche che ci consentono di eleggere i nostri rappresentanti e di adottare le nostre leggi. Queste e molte altre cose ci sono famigliari e le prendiamo per scontate. ORA TUTTE SONO SOTTO ATTACCO”.

 

Il grande pensatore inglese segnala l’ evidente paradosso di una cultura contemporanea che spesso si presenta come “cultura del rifiuto e del rigetto”: e cioè il fatto che la giusta stigmatizzazione della “xenofobia” stia generando, più o meno inconsapevolmente, una altrettanto stigmatizzabile “oicofobia”, a sua volta derivata da quella che A. Finkielkraut ha  chiamato “identità infelice”. Già all’inizio del Novecento Max Scheler osservava “In nessuna epoca come nella nostra le idee relative all’essenza e all’origine dell’uomo sono state così incerte, indeterminate, diversificate”. Il “mettere in dubbio”  costituisce una tendenza all’autorelativizzazione, che ha confuso “relatività” e “relativismo”.

Ma la cultura occidentale è per sua natura universalistica, non relativista. Quando al grande poeta e pensatore francese Paul Valéry, fu chiesto, che cosa significa Europa, chi è l’Europeo, egli rispose con tre parole semplici e insieme densissime di storia e di valori: Atene, Gerusalemme, Roma

“Queste, egli dice, mi sembrano le tre condizioni essenziali per definire una consapevolezza europea in tutta la sua pienezza. Ovunque i nomi di Cesare, Gaio, Traiano e Virgilio, ovunque i nomi di Mosè e di san Paolo, ovunque i nomi di Aristotele, Platone ed Euclide hanno avuto un significato e una autorità simultanea, lì c’è l’Europa. Ogni razza e ogni terra che sia stata successivamente romanizzata, cristianizzata e sottomessa, dal punto di vista del pensiero, alla disciplina dei Greci è assolutamente europea”. Europei, per Valéry sono tutti quei popoli che nel corso della loro storia hanno subito tre tipi di influenza.

 

L’influenza di Roma: “Vale a dire la maestà delle istituzioni e delle leggi, l’apparato e la dignità della magistratura. Roma, dice Valéry, “è l’eterno modello della potenza stabile e organizzata”. In seguito è venuto il cristianesimo. Che incide a tal punto sulla precedente coscienza da far emergere una morale soggettiva.

La nuova religione, dice Valéry, esige l’esame di sè stessi ,e in questo senso il Cristianesimo propone allo spirito “i problemi più sottili, più importanti e anche più fecondi. Il Cristianesimo attualizza pienamente l’eredità ebraica e biblica. Il senso della trascendenza. La tensione tra fede e ragione”.

 

Ma non meno essenziale è una terza influenza, quella del pensiero greco. Dobbiamo al pensiero greco “la disciplina della mente e lo straordinario esempio di perfezione in tutti i campi. Dobbiamo ad essa un metodo nel pensare che tende a riferire ogni cosa all’uomo, all’uomo nella sua globalità: l’uomo, con il pensiero e la filosofia dei Greci, il sistema di riferimento rispetto al quale ogni cosa deve, alla fin fine, potersi applicare. Da questa disciplina doveva necessariamente nascere la scienza.

 

4) Democrazia Liberale e conservatorismo europeo.

Lo scorso ottobre, un gruppo di conservatori europei ha pubblicato un manifesto intitolato “A Europe we can Believe in”. Il New York Times ha commentato: “si tratta di un documento riflessivo, un’unione di dissertazioni del movimento di liberazione nazionale dai giorni gloriosi della decolonizzazione e una guida museale retrograda.” Non sono d’accordo con questa semplificazione. Il manifesto conservatore è firmato e ispirato in buona parte da Roger Scruton. Voce autorevole di una democrazia liberale che ha le sue radici all’Illuminismo, e nell’insegnamento Kantiano della “moralische Gesetz” –  la legge morale di ogni singolo individuo.

Non sono perciò d’accordo con le critiche del New York Times. Alcuni analisti politici hanno definito, forse un po’ semplicisticamente, lo slancio conservativo in Europa come una “rivoluzione nativista” che ricorda i movimenti studenteschi del ’68. Come i dimostranti a quel tempo, così oggi i conservatori europei non provocherebbero semplicemente a vincere le elezioni ma a riaffermare valori tradizionali disfacendo i lasciti della Sessantottina.L’ipotesi è suggestiva, e almeno in parte condivisibile. Il concetto chiave che guidò i sessantottini fu il “riconoscimento”. Voleva dire che chi non aveva poteri politici voleva essere riconosciuto e avere gli stessi diritti di che li aveva. La parola chiave della corrente rivoluzione è “Rispetto”, non solo “Riconoscimento”: il XXI secolo si ribella contro la “correttezza politica” dicendo che tutti gli esseri umani hanno uguali diritti. Come i dimostranti del 68, i conservatori di oggi sono preoccupati per i diritti delle minoranze – etniche, religiose e sessuali ma sono anche preoccupati per i diritti delle maggioranze. Se il 68 riguarda le nazioni che confessavano i loro peccati, molti conservatori oggi vogliono che dignità e rispetto siano finalmente riconosciuti alle proprie nazioni. Credo che il manifesto “A Europe we can believe in” dovrebbe essere considerato, ad eccezione di alcuni paragrafi sui diritti umani e sulla globalizzazione, una validissima testimonianza per la democrazia liberale.

 

I partiti della destra conservatrice che la sinistra definisce “populismi” sono in realtà movimenti culturali. Vedono la loro crescita elettorale e di compensi come un’opportunità per creare una migliore identità europea, e una giusta narrazione storica. Sono intenzionati a cambiare le tasse o il welfare ma le loro battaglie sui valori, soprattutto quella per i diritti dei cittadini, vengono prima. Più  importante per loro è come la società si relaziona al passato e all’educazione dei bambini. Il dibattito sull’immigrazione è un’opportunità per definire chi appartiene o può appartenere a una comunità politica nazionale.

Mentre in diversi paesi occidentali la “rivoluzione” delle opinioni pubbliche prende la forma di una competizione tra liberali e conservatori, a livello europeo essa è percepita soprattutto come differenza tra occidente e oriente europeo. Più precisamente, prende la forma di un potenziale conflitto tra due distinte versioni di conservatorismo.

 

Il conservatorismo dell’Europa Occidentale ha interiorizzato alcuni aspetti del’68 ,come la libertà di espressione e il diritto alle differenze , pur rigettandone gli eccessi. In Europa Occidentale, gli attivisti e i leader di destra possono pubblicamente dichiararsi gay alle riunioni di partito senza che nessuno dei loro sostenitori fiati. Nella sua versione Est-Europea, invece, la politica e la cultura conservatrice tende ad andare oltre. Sembra rigettare la modernità e la globalizzazione e vede i cambiamenti della cultura degli ultimi decenni come un tentativo di distruggere le culture nazionali dell’Europa centrale e orientale.

Essere conservatori in centro Europa sembra voler dire essere contro ogni forma di cosmopolitismo o diversità. Questa visione non ha miglior voce di quella del primo ministro ungherese Orban .“ Non vogliamo essere diversi e mischiati. Non vogliamo che il nostro colore, la nostra cultura e le nostre tradizioni siamo mischiate a quelle di altri. Non vogliamo essere un paese diverso sa quello che siamo. Vogliamo essere come siamo diventati 1,100 anni fa qui nel bacino dei Carpazi.”

La sua posizione rende chiara la differenza tra la visione conservatrice Orientale e quella Occidentale. Nell’Occidente i conservatori credono che non sia sufficiente ottenere un passaporto austriaco o tedesco per diventare austriaci o tedeschi – devi anche accettare la cultura dominante. Nella visione di Orban non puoi diventare ungherese se non sei nato in Ungheria.Qui c’è una grande sfida che l’Europa deve affrontare per diventare unita. L’Europa Orientale e Occidentale si stanno orientando verso i conservatori. Allo stesso tempo questa scelta non sembra ridurre la distanza tra  due correnti conservatrici.Mentre l’Occidente conservatore riconosce e tutela le diversità, in Europa Centrale e Orientale invece si privilegia l’omogeneità etnica e sociale e si pensa che la diversità non arriverà mai.

 

B) La contestazione “revisionista” della Democrazia liberale.

Quali sono le principali forze che contrastano, con crescente intensità da alcuni anni, la democrazia liberale? Due esempi sono molto evidenti: quello della Russia e della Cina.

  • Russia: i valori dell’Eurasia.

Alexsander Lukin, un alto esponente del Governo Russo e interprete della visione del Cremlino, ha scritto nel Luglio 2014 un articolo per Foreign Affairs che è molto eloquente: “Con il successo della cooperazione economica– scriveva  Lukin – le élites politiche nei paesi dell’unione doganale stanno ora discutendo la formazione dell’Unione politica Eurasiatica… Per rendere una tale Unione efficace, è necessario che essa si evolva naturalmente e volontariamente. Inoltre, portando l’integrazione post-sovietica a un nuovo livello sorge la domanda: quali sono i più profondi valori sui quali l’Unione Eurasiatica si fonda?

Se i paesi dell’Europa sono uniti per sostenere i valori della democrazia, i diritti umani, la cooperazione economica, l’Unione Eurasiatica deve difendere i propri ideali allo stesso modo. Alcuni pensatori hanno individuato le fondamenta ideologiche di questa Unione nella storia. Il concetto di uno spazio o di un’identità dell’Eurasia è nato  per la prima volta tra i filosofi e gli storici russi che immigrarono dalla Russia comunista in Europa occidentale negli anni ’20. Come gli slavofili russi prima di loro, i promotori dell’Eurasiatismo spiegavano come vi fosse una “natura speciale” della civilizzazione russa e come in essa si manifestassero forti differenze con la società europea. Mentre i primi slavofili enfatizzavano l’unità slava e contrastavano l’individualismo europeo mettendo in luce gli ideali delle collettività operaie e contadine russe, gli Eurasiatisti associavano il popolo russo al popolo di lingua turca – o Turanico – delle steppe dell’Asia centrale. Secondo gli Eurasiatisti, la civilizzazione turanica, che nasceva nell’antica Persia, seguiva un suo  modello culturale basato essenzialmente sull’autoritarismo. Anche se valutavano l’iniziativa privata, molti Eurasiatisti condannavano il ruolo dominante del mercato, anteponendo il ruolo delle religioni tradizionali: il Cristianesimo Ortodosso, l’Islam, e il Buddismo. Questa teoria gode di una vasta popolarità non solo in parte significativa della élite russa ma anche in Kazakhstan, Kyrgyztan e altri stati dell’Asia Centrale dove i discendenti dei popoli Turanici vivono. Anche se le vecchie teorie portate avanti dagli Eurasiatisti odierni possano sembrare artificiali, il piano di creare un’Unione Eurasiatica non deve essere considerato perduto.

La cultura e i valori di molte repubbliche sovietiche è diverso da ciò che prevale nel laicismo borghese occidentale, con il suo rifiuto di valori assoluti che le religioni tradizionali ritengono invece ordinati secondo la volontà divina. In Occidente le religioni tradizionali sono in crisi. Nelle antiche Repubbliche Sovietiche tutte le maggiori religioni – Cristianesimo ortodosso, ebraismo e buddismo – stanno invece vivendo una grande rinascita. Nonostante le significative differenze, tutte queste religioni rifiutano il permissivismo occidentale e il relativismo morale. Non per ragioni pratiche ma perché reputano queste nozioni peccaminose. Molti abitanti degli Stati post-sovietici risentono del fatto che i popoli occidentali considerino le loro visioni arretrate e reazionarie. I loro leader religiosi stanno sperimentando una crescente popolarità e influenza e si contrappongono a quelli occidentali. Dopotutto, si può vedere il progresso da punti di vista differenti. Se si crede che il senso dell’esistenza umana sia aumentare le libertà politiche e acquisire benessere materiale, la società occidentale si sta muovendo più velocemente. Ma se si pensa, come un tradizionale cristiano, che la venuta di Cristo è stata l’evoluzione più grande dell’umanità, allora il benessere materiale sembra cosa di poca importanza, perché questa vita è effimera e la sofferenza prepara le persone alla vita eterna, un processo che la ricchezza impedisce.

 

I tradizionalisti religiosi vedono l’eutanasia, l’omosessualità, e altre pratiche che il Nuovo Testamento ripetutamente condanna come situazioni che rappresentano non un progresso ma una regressione pagana. Visto da questa prospettiva, la società occidentale è più che imperfetta; una grande maggioranza di credenti Cristiani Ortodossi in Russia, Ucraina, Bielorussia e Moldavia concordano con tutto questo, come fanno molte persone in Asia Centrale. Queste credenze hanno spinto verso leader che sostengono l’integrazione tra le ex repubbliche sovietiche. Hanno anche aiutato Putin a stabilire un centro di potere indipendente in Eurasia. L’intromissione occidentale, nel frattempo, è servita solamente a consolidare questo potere.

 

Così Alexander Lukin in Foreign Affairs nel 2014. Lo stesso approccio è alla base della filosofia di Alexander Dugin, uno dei maggiori esponenti e ispiratori culturali del Cremlino. Nel suo libro “The Eurasian mission: an introduction o neo-eurasiasism”, Dugin scrive che il ventunesimo secolo verrà determinato dal conflitto tra Eurasiatisti e Atlanticisti. Gli Eurasiatisti difendono il bisogno di ogni persona e cultura sulla terra di seguire le sue scelte, libero da interferenze, e in accordo con i propri valori. Gli Eurasiatisti lottano per le tradizioni e per il fiorire della varietà di culture, e per un mondo nel quale nessun singolo potere è più forte degli altri.

 

Contro di loro ci sono gli Atlanticisti. Lottano per l’ultra liberalismo in economia e nei valori, vogliono espandere la propria influenza in ogni angolo della terra, scatenando guerre, terrore e ingiustizia su chi si oppone, sia in casa che fuori. Questo campo è rappresentato dagli USA e i suoi alleati, che vogliono mantenere l’egemonia americana sulla Terra. Gli Eurasiatisti credono che solo la Russia, insieme a tutti i paesi che si oppongono agli Atlanticisti, possa fermarli e creare il mondo multipolare che desiderano. Questo libro introduce le loro idee base. L’Eurasiatismo sta crescendo in Russia, e le politiche geopolitiche del Cremlino sono basate sui suoi principi, come ha detto Putin in persona. Le geopolitiche russe si stanno riformando, e la sua influenza sta già cambiando il corso della storia del mondo.

 

In un discorso al Valdai Club del 24 Ottobre 2014 Putin si esprimeva così: “Essenzialmente, il mondo unipolare è un modo di giustificare la dittatura su popoli paesi. Penso che ci sia bisogno di una nuova versione dell’interdipendenza. Tutto ciò è particolarmente importante dato il rafforzamento e la crescita di alcune regioni del pianeta, i cui processi richiedono l’istituzionalizzazione di nuovi poli, creando potenti organizzazioni regionali e sviluppando regole per la loro interazione. La cooperazione tra questi centri aiuterebbe la stabilità della sicurezza mondiale, politica ed economica”.

 

2) La Cina: dall’autocrazia alla dittatura?

All’inizio di Marzo, l’Economist scriveva: “La Cina è passata dall’autocrazia alla dittatura”. Un giudizio certamente drastico. Ma secondo il settimanale britannicoquesto è avvenuto quando Xi Jinping, l’uomo più potente del mondo, ha fatto sapere che avrebbe cambiato la costituzione della Cina così da poter governare come presidente per quanto tempo volesse. Dopo Mao nessun leader cinese ha mai avuto così tanto potere.

Dopo il collasso dell’URSS, l’Occidente ha accolto il nuovo grande continente comunista nel suo ordine globale. I leader occidentali credevano che inserire la Cina in istituzioni quali il WTO avrebbe mantenuto le sue grandi potenzialità all’interno di un sistema di regole costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Speravano che l’integrazione economica avrebbe incoraggiato la Cina a evolvere verso l’economia di mercato e, il suo popolo avrebbe ottenuto maggiori libertà democratiche e diritti.

Per diversi decenni, sembrava che questo potesse accadere.

La Cina è diventata più ricca. Sotto la guida di Hu Jintao la scommessa dell’Occidente sembrava ripagata. E quando Xi Jinping prese il potere cinque anni fa si credeva ancora che la Cina si sarebbe mossa verso lo Stato di Diritto e l’adozione di una Costituzione che vi si ispirasse. Oggi quest’illusione è scomparsa. Xi Jinping  ha indirizzato la politica e l’economia verso un crescente autoritarismo, controllo e repressione delle libertà individuali. Il Presidente ha usato il suo potere per riassestare il dominio del partito comunista. Ha annientato i rivali. Ha creato nuove Forze Armate e riportato l’intero sistema di sicurezza, intelligence e Difesa sotto il suo diretto controllo.

La nuova leadership si è mostrata molto dura nel reprimere ogni forma di dissidenza creando una sorveglianza di stato per monitorare lo scontento e le ribellioni. Alla Cina non interessa come vengono governati gli altri paesi, a patto che non interferiscano con il sistema di potere a Pechino. La Cina sta diventando sempre più una antagonista della democrazia liberale. L’autunno scorso il Presidente Xi Jinping  ha offerto una teorizzazione proponendo che i Paesi partners della Cina comprendano la saggezza cinese e l’approccio cinese alla soluzione dei problemi. Xi Jinping precisava che la Cina non esporterà il suo modello. Si percepisce tuttavia che l’Occidente e l’America hanno nella Cina non solo un rivale economico, ma anche  un antagonista ideologico e strategico.

La scommessa per l’integrazione dei mercati ha avuto successo. La Cina è stata integrata nell’economia globale. È il primo esportatore al mondo, con più del 13% del totale. Ha creato una prosperità straordinaria per se stessa e per chi fa affari con lei. Tuttavia la Cina non ha un’economia di mercato, e ne resta assai distante. Controlla il commercio come arma del potere statale. Molte industrie sono strategiche e dipendono dallo Stato. Il piano Made in China 2025 punta a creare leader mondiali in dieci industrie, tra le quali l’aviazione, la tecnologia e l’energia, che coprono quasi il 40% del tessuto manifatturiero.

La Cina condivide il sistema di regole esistente nella società internazionale,  ma sembra anche progettare un sistema parallelo “revisionista”, autonomo e alternativo. L’iniziativa Belt and Road, che prometteva di investire $1tn in mercati esteri e si ispira al piano Marshall, è anche uno schema per sviluppare il Nord della Cina, ma crea anche una rete di influenza che chiede di accettare il sistema cinese.

La Cina usa il commercio per affrontare i suoi rivali. Cerca di punire le imprese direttamente, come la Mercedes-Benz tedesca, che fu recentemente obbligata a chiedere scusa dopo aver citato il Dalai Lama online. Li punisce anche per il comportamento dei loro governi. Quando le Filippine contestarono la rivendicazione cinese della Scarborough Shoal nel mare cinese del Sud, la Cina subito fermò il commercio di banane, per “problemi di sicurezza sanitaria”.

L’Occidente sta perdendo la sua scommessa con la Cina, proprio quando le sue democrazie liberali stanno attraversando una crisi di identità. Trump ha visto la minaccia cinese ma se ne preoccupa soprattutto in termini di deficit commerciale. La sua promessa di rendere “l’America grande ancora” si scontra con la tendenza all’unilateralismo nel Pacifico, culminata nella rinuncia al TTP, Transpacific Trade and Partnership.

L’Occidente ha bisogno di ridisegnare i confini della propria politica verso la Cina. Cina e Occidente devono imparare a vivere con le loro differenze. Più a lungo l’Occidente sarà accomodante nei confronti degli abusi della Cina, più sarà pericoloso affrontarli in futuro. di fare luce sui collegamenti tra fondazioni indipendenti, e  stato cinese.

 

  • Le direttrici per una riaffermazione dell’Atlantismo , interesse nazionale ed europeo.

 

Un dibattito sulla politica estera italiana merita, io credo, di partire dall’identità nazionale, europea e occidentale. Considerazioni, è bene notare, che Roger Scruton faceva diversi anni prima che l’ondata terroristica  coinvolgesse l’Europa.Ognuno di noi sente di appartenere a una complessa sfera di cultura, di sensibilità sociali, di tradizioni, di idee e valori condivisi che comunemente vengono definiti “identità”, e l’esemplificazione che ho appena ricordato non è certo esaustiva.

 

Un forte elemento identitario della società italiana ‎è il principio di solidarietà e di partecipazione, intrinsecamente legato al valore della vita umana e della dignità della persona. E’ rimasto saldo nelle generazioni che hanno vissuto la tragedia della Seconda Guerra mondiale. Neppure le dittature nazifasciste, ne’ quelle  comuniste dell’Europa Orientale sono riuscite a cancellare da noi i valori di questa identità: ricordiamo che nei territori controllati dalle nostre forze armate  la “soluzione finale” voluta da Hitler è stata in ogni modo ostacolata, anche sacrificando la vita, da migliaia di militari, diplomatici, funzionari, religiosi e comuni cittadini italiani. Se ciò è avvenuto, non è stato un caso della Storia. Per quasi tre secoli il nostro pensiero politico e giuridico ha sviluppato quel senso di libertà laico e illuminista che, in complessa simbiosi con la tradizione giudaico-cristiana, ha ispirato le rivoluzioni democratiche di fine Settecento e ha continuato a far progredire lo Stato di Diritto sino alla sua odierna concezione, fatta propria dal diritto internazionale, dai Trattati Europei e da numerosi accordi regionali e globali. Ed è la tradizione giuridica  a costituire  per tutti noi un altro, fondamentale elemento identitario‎. Vi è qui un paradosso che c’è sicuramente riflesso nella disaffezione popolare per la politica e per le sue istituzioni. Il nostro Paese è tra i primissimi in Occidente ad aver influito e ancora ad influire, da Cesare Beccaria e Gaetano Filangieri  sino a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sulla diffusione dei principi dello Stato di Diritto in Occidente. E si trova invece ad essere considerata  tra gli ultimi  nell’attuarli, stando alle rilevazioni delle più accreditate istituzioni internazionali su corruzione, libertà di informazione, stato della giustizia, sistema carcerario.

 

Un fondamentale elemento identitario riguarda la nostra cultura, il suo contributo al progresso dell’umanità. La nostra identità culturale viene alimentata da un'”altra Italia” fatta da decine di milioni di italiani di cittadinanza o di discendenza. L’attrazione verso il paese di origine è così forte che gli ultimi censimenti negli Stati Uniti rilevano costanti e significativi aumenti tra i cittadini americani  che  dichiarano l’origine italiana, mentre l’immigrazione dall’Italia è  ferma da quarant’anni. Purtroppo l’attenzione che dedichiamo a questa “componente identitaria”, storicamente così  importante anche nei momenti difficili, è assai modesta, anche se si sprecano retorica e assicurazioni. Vi sono molte riflessioni possibili sul tema dell’identità nazionale, e  di un’identità europea,  che  Braudel e la scuola degli Annales parigini allargava alla civiltà Mediterranea. Credo sia tuttavia impossibile per una società che condivide i fondamenti del vivere insieme, una democrazia ispirata allo stato di Diritto, anche solo immaginare una politica estera, e quindi motivi e direttrici del suo relazionarsi con la comunità internazionale, senza avere chiara la nozione di identità e di interesse nazionale. Nella esperienza quotidiana di dialogo tra individui, organizzazioni, Stati è persino banale rilevare quanto le difficoltà nascano sempre dalla mancanza di conoscenza su chi si è, sulla storia che sta dietro a noi, sulla mentalità, le tradizioni, sulle visioni politiche e le aspirazioni che animano una società civile e uno Stato.

 

Per diversi aspetti, l’affermazione identitaria, con politiche estere che associano a impostazioni valoriali un realismo che viene sempre più orientato verso l’uso della forza e sempre meno verso il ricorso al diritto, esiste anche per i Paesi che hanno deciso, soprattutto negli ultimi quindici anni, di affermarsi in contrapposizione all’Occidente.I “valori euroasiatici”  sbandierati dal Cremlino, e riecheggiati da una miriade di conferenze e convegni sulla ancora embrionale Unione Euroasiatica, mirano a giustificare un’interpretazione particolare di realismo in politica estera: l’uso spregiudicato della forza dalla Crimea, ai “conflitti congelati” dell’Europa Orientale e del Caucaso, sino al Medio Oriente. Il richiamo all’identità nazionale per legittimare politiche realiste non manca certamente in Asia: nel Mar della Cina sono ancora i diritti storici, le consuetudini nazionali, la proiezione marittima del Celeste impero quattrocentesco a giustificare, nell’affermazione di identità e interesse nazionale, la politica del fatto compiuto, peraltro condannato lo scorso luglio dal Tribunale Arbitrale dell’Unclos: la “recinzione” dell’intero Mar della Cina con le nove linee tracciate per estendere la sovranità cinese a scogli semisommersi e disabitati, diventati da pochi mesi nuove basi aeronavali cinesi. Per decenni Pechino ha rifuggito la realpolitik preferendo un ‎basso profilo. Ora sta cominciando a rompere i vecchi taboo. Si dota di basi militari da Gibuti alla Cambogia, sviluppa sfere di influenza e zone cuscinetto rispondenti a propri interessi strategici,  stipula alleanze che dimostrano il pieno superamento delle tesi di un “non allineamento” anticolonialista dove le alleanze e le sfere di influenza non avevano teoricamente posto.

 

La geopolitica evolve verso un sistema semi-bipolare nel quale Cina e Stati Uniti cercheranno di trovare intese globali, sul clima, il commercio, la sicurezza cyber, mentre continuerà probabilmente a inasprirsi il confronto sulla sicurezza e la libertà di navigazione nel Pacifico. La dimensione e la vitalità economica dei due paesi, la presenza globale delle loro imprese, la diversificazione produttiva, l’enfasi sulla ricerca e sull’educazione, ne fanno comunque sin da ora i due assoluti protagonisti sulla scena mondiale. Difficile prevedere se l’Europa riuscirà a riaffermarsi, oltre che da gigante economico, da comprimario sulla scena mondiale. In ogni caso, i principali Paesi Europei, Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna anche nel post-Brexit dovranno sostenere in ben diversa misuragli oneri della Difesa Atlantica nelle regioni a Est e a Sud dell’Unione Europea, dato che il semi – bipolarismo Usa-Cina non riporterà Washington a una presenza mediterranea ed europea paragonabile a quella cha caratterizzava gli anni ’90.

La possibilità per la Russia di entrare in modo decisivo nel gioco del “revisionismo” anti occidentale è condizionata – nonostante la rilevanza del suo dispositivo militare e l’assertività della visione strategica del Presidente Putin – dalla limitata dimensione della sua economia (il PIL russo lievemente al disotto di quello italiano; meno di un decimo di quello Usa circa dieci, e di un settimo di quello cinese) , dalla incapacità di differenziarsi dalle risorse primarie, dai freni  che un sistema di potere bloccato comporta per incisive riforme e per l’innovazione. Non vi è tuttavia alcun dubbio che i prossimi anni saranno contrassegnati da un confronto a tutti i livelli , su una miriade di tavoli negoziali , circa “chi deve scrivere le regole”. Dalle questioni della proprietà intellettuale, a quelle ambientali, finanziarie, commerciali, sino alle materie che riguardano la sicurezza nei suoi aspetti globali – spazio, cibernetica, prevenzione delle pandemie – e nelle specifiche situazioni regionali, nuove regole devono essere scritte per la sicurezza europea e asiatica riguardo, ad esempio, l’uso della forza militare, le verifiche, le armi di distruzione di massa, il trattamento delle minoranze nazionali.

Su tutta questa vastissima area di collaborazione possibile, ma  anche di frizioni e contrasti in atto tra i membri della Comunità internazionale‎, è di fondamentale importanza individuare ogni possibile piattaforma comune e politiche convergenti in seno all’Occidente. Se continueremo a essere divisi come siamo stati negli ultimi anni, dalla crisi Lehmann ad oggi, le regole saranno scritte da altre coalizioni di interessi e da Stati che hanno una assai diversa opinione dalla nostra circa le legalità internazionale, lo Stato di Diritto e i diritti dell’uomo universalmente riconosciuti in principio da tutti, ma che molti vogliono, nei fatti, comprimere e condizionare.

 

La comunità internazionale ha fatto grandi passi avanti nell’adottare norme e  principi universalmente condivisi che regolano non più solo i rapporti tra gli Stati, ma che hanno anche efficacia diretta al loro interno. Nell’ambito della tutela dei diritti umani, delle decisioni di alcune giurisdizioni internazionali, la sovranità degli Stati ha subito condizionamenti e limitazioni. Non può essere più riconosciuto un potere assoluto dei Governi sui propri cittadini, solo perché uno Stato sovrano si avvale del  dogma della non interferenza negli affari interni. Nel suo insieme, l’avanzamento del diritto internazionale e l’impulso dato dalle organizzazioni governative e non appartengono a quella che a pieno titolo può essere chiamata la costruzione di un vero Stato di Diritto tra le nazioni.

Tutto questo e’ oggi il vero senso  dell’atlantismo. E’ interesse dell’Italia sostenere in ogni modo possibile questo processo. Una legalità sempre più praticata e diffusa nella sfera internazionale non dobbiamo auspicarla per un platonico senso di giustizia, o di amore per il prossimo. Dobbiamo auspicarla nel senso di quanto affermava Adamo Smith per il mercato: è dall’interesse proprio, dal più elementare utilitarismo e spirito di autoconservazione che dobbiamo partire nei rapporti individuali così come tra gli Stati. Il radicamento della legalità nella forma dello Stato di Diritto, deve pertanto essere l’obiettivo numero uno della politica estera, di sicurezza e di sviluppo dell’Italia, dell’Europa e di tutte le democrazie liberali.

 

Dobbiamo però essere consapevoli che alla via del diritto si sovrappone per molti paesi e regimi quella della forza, dei conflitti per procura, delle occupazioni militari travestite da azioni di volontari e spedizioni umanitarie, del terrorismo agevolato quando non direttamente sostenuto dai servizi di intelligence. Non possiamo sognare ad occhi aperti. E tanto meno praticare una politica estera che vuol vedere quello che non c’è, che resta sorda a dichiarate intenzioni di Paesi da noi abbracciati come partners e che ci descrivono invece nei loro documenti strategici come pericolosi avversari, e persino come nemici da attaccare. Né sembra onesto presumere che i Paesi più influenti sulla scena mondiale ritengano loro interesse cedere parti della propria sovranità statuale ad altri, siano essi organizzazioni globali o regionali; o negare che protagonisti della scena mondiale stiano attraversando un’evoluzione politica, sociale, e culturale che accresce la loro consapevolezza identitaria, e le loro pulsioni nazionalistiche; tutto ciò nonostante, o meglio, forse proprio a causa di una globalizzazione apparentemente lineare, ma sotto la superficie piena di contraddizioni e diseguaglianze. Si ripropongono nostalgie neo-Westfaliane. La “non interferenza negli affari interni” era caduta in disgrazia durante le guerre balcaniche degli anni ’90, ed era stata stemperata dalla Responsabilità di Proteggere. Il principio di “non interferenza” è prepotentemente tornato in auge dopo le primavere arabe e  la catastrofe Siriana.

 

  • II) Quattro punti cardinali per l’Atlantismo: Stato di Diritto; Sicurezza; Europa e Alleanza Atlantica; culturaUna visione coerente di “politica estera ATLANTICA” deve pertanto corrispondere alle caratteristiche del nostro Paese, a un’identità che abbiamo ogni buon motivo di valorizzare in quattro direzioni‎:

1)        l’affermazione dello stato di Diritto nella comunità internazionale, nel presupposto che pace, sicurezza e sviluppo sono profondamente interdipendenti con il rispetto dei diritti umani.

2)        la sicurezza del territorio nazionale, di tutti coloro che vi risiedono, e degli italiani che operano all’estero rafforzando le alleanze politico militari di cui l’Italia è parte, la collaborazione internazionale nel contrasto al terrorismo, il quadro di sicurezza all’Onu, alla Nato, all’UE, l’informazione che il governo deve dare al pubblico circa   natura e origine delle minacce, e gli impegni politici e finanziari per contrastarle.

3)        la costruzione europea; il consolidamento dei principi e dei valori europei, atlantici e occidentali al di là di convenienze momentanee ‎;

4)        la diffusione della cultura italiana‎, il rapporto con un’ “Altra Italia” di sessanta milioni di italiani nel mondo per cittadinanza o discendenza, la consapevolezza che la politica estera del nostro Paese, sintesi della proiezione globale della società italiana, deve rispondere a una solida strategia complessiva.

 

©2021 Giulio Terzi

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