Discorso “SICUREZZA E IDENTITÀ NAZIONALE, LE SFIDE PER L’ITALIA”

Bari, 18 Marzo 2016

 

* Il Libro

“Un mare di abusi” di Giuseppe Paccione, presentato oggi in questa prestigiosa Università, segna una svolta nella vasta letteratura giuridica, nella pubblicistica , e in quella che si può definire “la narrativa del caso Marò ”.

 

Questa svolta viene resa possibile da novità sia  di metodo che di sostanza. Esse danno un valore speciale all’esauriente, puntuale ricostruzione dei fatti, alla quale contribuisce l’introduzione del Generale Fernando Termentini.

 

Le novità di metodo riguardano l’inquadramento legale della controversia instauratasi tra Italia e India sin dal momento della cattura in acque internazionali dei Fucilieri del San Marco; la descrizione di un contesto politico e elettorale nel quale l’India ha perseguito il proprio interesse nazionale, diversamente dall’Italia; il solido fondamento della posizione italiana sulla giurisdizione; la coerenza dei nostri argomenti circa l’ Arbitrato internazionale e la Convenzione sul Diritto del Mare.

 

Sono proprio le strategie delineate dal Dott. Paccione, e da altri autorevoli internazionalisti italiani e stranieri, ad aver costretto New Delhi ad accettare “obtorto collo” , dopo tre anni di incredibili ritardi di tre  nostri diversi Governi,  l’Arbitrato e l’internazionalizzazione. Un Arbitrato che avevamo già avviato a metà marzo 2013 con la decisione del Governo Monti di trattenere Latorre e Girone in Italia. Decisione ribaltata vergognosamente dieci giorni dopo su insistenza di alcuni membri di quel Governo per fallaci illusioni affaristiche: provocando il mio netto rifiuto e le mie dimissioni in Parlamento.

 

Le novità di sostanza riguardano le conseguenze negative che l’India sta subendo dall’Arbitrato che abbiamo in molti invocato per ben tre anni. Le falsificazioni indiane che hanno messo sotto accusa Latorre e Girone e posto perfino a rischio la vita dei nostri uomini sono crollate come un castello di carte. Per quali motivi il Governo italiano esita ancora a fare passi veramente risolutivi? Si tratta di avvalersi pubblicamente delle prove documentali e di tutti gli elementi che New Delhi è stata obbligata a produrre al Tribunale del Diritto del Mare di Amburgo lo scorso Agosto, all’atto dell’avvio della procedura Arbitrale.

 

* Le prove dell’innocenza

Documenti e testimonianze prodotte dagli stessi indiani al Tribunale del Diritti del Mare , luogo ,orario, proiettili, armi, “fabbricazione” comprovata delle prime versioni degli inquirenti dello Stato del Kerala, rivelati lo scorso Agosto, dimostrano la totale estraneità dei nostri Fucilieri di Marina all’incidente che è costato la vita dei due poveri pescatori indiani. Sono documenti pubblici; reperibili alla Cancelleria del Tribunale di Amburgo; pubblicati da molti organi della nostra stampa indipendente; documenti e prove sulle quali Governo e informazione filogovernativa hanno perì mantenuto in questo sei ultimi mesi il più assoluto silenzio.

 

Latorre e Girone sono innocenti. Le massime Autorità istituzionali civili e militari del nostro Paese devono affermarlo con  incondizionato vigore: in tutte le sedi europee, atlantiche, multilaterali. E ’improrogabile, sulla questione Marò e sul pregiudizio che l’India ha arrecato arrestando illegalmente i nostri uomini alla lotta contro la pirateria, la convocazione del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio Atlantico. Dobbiamo stroncare con la forza del diritto questa inaccettabile violazione della Sovranità italiana.

 

Narendra Modi, il Primo Ministro impegnato sul piano della legalità e della lotta alla corruzione a sostenere la reputazione dell’India, dovrebbe poter essere facilmente convinto dal Presidente Renzi di quanto sia aberrante strumentalizzare ancora dopo quattro anni una torbida vicenda mossa da interessi affaristici ed elettorali. Ancor più questa esigenza vale per l’Italia. La nomina di una Commissione Parlamentare d’Inchiesta – che molti chiedono da anni – per definire le responsabilità dimostrerebbe la serietà della maggioranza di Governo. Si tratta di una svolta fondamentale per riaffermare la sicurezza del nostro Paese nel rispetto della sua identità nazionale.

 

* È necessaria una “riconversione” ai valori della nostra identità nazionale

Le sfide che dobbiamo affrontare attorno a noi, soprattutto per la nostra sicurezza, sono superabili. Ma richiedono una decisa volontà politica e un forte impegno culturale per rafforzare il senso identitario che ha formato il nostro Paese. Un senso per molti versi divenuto incerto, relativizzato e persino negato nel mondo  dell’informazione, dell’insegnamento e della cultura nazionale. Si lascia troppo in ombra quanto la nostra “identità” rappresenti un “unicum” nella storia dell’Occidente, quanto profonde siano le sue radici.

Nessuno può dubitare che tale identità si sia realizzata a partire  da un umanesimo rinascimentale ricco di bellezza, di ricerca e di scienza; da un illuminismo ispirato alla libertà e al valore dell’uomo; da un ideale positivo e solidaristico di nazione e di Europa affermato dagli intellettuali e dagli uomini di azione del Risorgimento; dai principi di libertà individuale, di legalità e di Stato di diritto  sanciti dai Costituenti repubblicani. La base del successo italiano anche nei tempi più difficili attraversati dal nostro Paese, dalla ricostruzione del secondo dopoguerra alle vicende attuali, poggia proprio sul “valore globale” dell’identità italiana.  È profondamente vero che, esclusivamente per la sua riconosciuta identità, l’Italia è una “superpotenza culturale”: grazie al suo immenso patrimonio giuridico, umanistico e etico. Proprio questa responsabilità il nostro Paese deve avvertire anche nei confronti dell’Europa.

Come ricorda Roger Vernon Scruton, non ha senso descrivere il nostro mondo senza identificare, a livello più profondo, le cose che apprezziamo in esso e quelle che minacciano ciò che stimiamo. In questo senso, il compito che la cultura oggi ci pone , proprio per risolvere quel dilemma , è di definire “chi” noi siamo.  Occorre di nuovo riflettere sui fondamenti culturali dell’Europa. Come dice Scruton: “Una civiltà che deve la sua grandezza alle forme di ordine che hanno avuto origine nel continente europeo, come risultato di una sintesi che non ha nessun parallelo nella storia umana. L’ordine dell’Europa deriva dal cristianesimo e dal suo antenato, l’ebraismo, dalla città-Stato greca con la sua concezione di comunità autogovernante, e dalla legge romana con il suo ideale di giurisdizione universale e laica, nella quale le leggi fatte dagli uomini avrebbero avuto la precedenza sui presunti comandamenti di divinità settarie. Queste tre influenze hanno portato, nel tempo, alla concezione dello Stato-nazione come comunità autogovernante che avrebbe integrato la legge laica con gli usi religiosi, senza permettere che l’una annientasse gli altri (La tradizione e il sacro)”.

L’identità è materia viva. Appassisce se avulsa dalla coscienza del popolo. Per questo è necessario cogliere tutti i motivi che oggi, in questa situazione internazionale e interna, devono ancor più militare per una “riconversione” ai valori identitari che hanno guidato la democrazia liberale in Italia. La sovranità del popolo italiano, sancita dalla Costituzione, non consente rinunce estemporanee o di comodo a principi identitari che determinano il territorio dello Stato, la sua giurisdizione, le responsabilità e i diritti dei suoi cittadini. Rinunce imposte da centri di potere economico o da gretti interessi di fazioni politiche sono disastrose per l’interesse nazionale e per il Paese nel suo insieme.

 

Un’insufficiente attenzione all’identità e all’interesse nazionale ha generato negli anni ’70 il Trattato di Osimo: all’ombra di trattative condotte dai Governi dell’epoca nella voluta ignoranza dell’opinione pubblica, si è prodotta una  gravissima rinuncia  di sovranità. Episodi analoghi si sono ripetuti con l’abbandono in questi ultimi anni della richiesta di estradizione del terrorista Cesari Battisti al Brasile di Lula; e soprattutto con la cessione  all’India della “potestas  judicandi” su due nostri valorosi soldati . Membri di Governo hanno ammesso come fossero allo studio intese per un inqualificabile compromesso: riconoscimento da parte italiana della colpevolezza dei nostri soldati affinché fossero giudicati e condannati in India, per poi tornare in Italia a scontare la pena.

 

Appare chiaro che , purtroppo, un  legame sempre più  tenue  collega  la  politica estera, di sicurezza e di Difesa ai nostri valori identitari, alla tutela delle nostre Forze Armate , alla protezione dei connazionali all’estero, al rispetto della Sovranità e della Patria. Dobbiamo perciò agire per riportare identità e interesse nazionale al centro del dibattito politico. Solo così possiamo sperare di sgomberare il campo dalle penose incertezze che registriamo ancora in questi giorni nell’azione di contrasto allo Stato Islamico in Libia, nella gestione dei flussi migratori, nel rapporto con le comunità islamiche, nella prevenzione del terrorismo dentro e fuori i confini nazionali.

 

* Identità nazionale, legalità e Stato di diritto

Affermare identità e interesse nazionale significa lottare contro la corruzione, adottando una strategia simile a quella che aveva consentito al Sindaco italoamericano Rudolf Giuliani a New York di ridurre drasticamente la criminalità anche tra i “colletti bianchi”: con ”tolleranza zero” e niente sconti di pena. Nel nostro Paese sono poche decine i detenuti per reati di natura economico finanziaria e per corruzione, una frazione marginale rispetto a quelli in Germania. Fra il 2001 e il 2015  la Germania guadagnava dieci posti , insieme a quasi tutti gli altri Paesi europei, nella classifica di Transparency International sulla corruzione; l’Italia precipitava di 32  posizioni, al 61° posto, ultima tra le principali democrazie dell’Occidente. Anas, Expo, Sanità lombarda, Mose, Mafia Capitale, indicano  quanto lo sforzo di questo Governo nell’azione di contrasto sia insufficiente.

 

Se la “corruzione è diventata molecolare, penetrando così in profondità da impregnare interi pezzi della società italiana” e se essa “colpisce alle fondamenta la competitività del sistema Paese in rapporto simbiotico con la burocrazia”, come ha recentemente scritto Sergio Rizzo, è realistico  che essa non influisca sulla nostra politica estera, di sicurezza e di difesa? Certo che influisce.

 

Corruzione e illegalità danneggiano gravemente la credibilità internazionale del Paese. Quando affermiamo che l’Italia rispetta scrupolosamente gli impegni sottoscritti in Europa, i nostri interlocutori a Bruxelles pensano immediatamente alle regole che non siamo capaci di far rispettare al nostro interno.

 

* Affari illeciti e decisioni politiche

La commistione tra accoglienza dei migranti e Mafia Capitale può convincere i nostri partners  europei della  “assoluta purezza” delle decisioni governative su Mare Nostrum, su centri gestiti da cooperative indagate, su mancata identificazione di oltre centomila clandestini , nel solo 2015 ? Nel caso Marò, le esitazioni che molti hanno addebitato  all’Ue e all’Onu nel sostenere l’Italia nei confronti dell’India sono ricollegabili alla sensazione che sui rapporti economici con l’India avessimo qualcosa da nascondere.

 

Il vergognoso modo in cui è stato deciso il ritorno in India dei nostri Marò quel 22 marzo 2013, e la successiva gestione dell’intera controversia non sono certo stati limpidi . E ciò in un quadro complessivo che non trova la politica estera, di sicurezza e di difesa tra le massime priorità del Governo. Ma la politica estera di un grande Paese come il nostro può affermare l’interesse nazionale solo se esprime con determinazione orientamenti e valori precisi, a partire dalla Sovranità. Possiamo guadagnare credibilità all’estero solo se dimostriamo di voler realmente applicare all’interno del nostro Paese i principi che invochiamo nei rapporti internazionali: un compiuto Stato di diritto, una società libera dalla gravissima piaga della corruzione, una giustizia efficiente, un rispetto puntuale dei diritti e delle libertà individuali e collettive. In questo senso l’opera del diplomatico e di chi si occupa di politica estera deve essere coinvolta e partecipe nel processo, ineludibile, di una profonda trasformazione del nostro Paese.

 

La sfida dello Stato di diritto e della legalità condensa tutte le altre. Riassume l’interesse nazionale di un Paese con orizzonti globali. Deve caratterizzare obiettivi, strumenti, risorse, formazione, mentalità stessa della diplomazia italiana. Quando si accondiscende a violazioni della legalità per fuorvianti “ragioni di stato”, come casi recenti hanno dimostrato, la nostra credibilità internazionale va in frantumi.

 

* La sfida del terrorismo, delle migrazioni e dei rapporti con l’Islam

Oltre alla sfida della legalità e dello Stato di diritto, la “riconversione” ai nostri valori identitari è indispensabile nel contrasto al terrorismo, dentro e fuori i confini nazionali, nella politica delle migrazioni, e nei rapporti con il mondo musulmano. Sei principali scenari influiscono sulla nostra sicurezza:

 

  1. L’esponenziale crescita demografica che si concentra su regioni critiche come quella Subsahariana e Mediorientale, con tutte le tensioni migratorie, sociali e politiche che ciò comporta nei Paesi interessati.
  2. I cambiamenti climatici, con opinioni pubbliche sempre più allarmate da catastrofi naturali e da studi che dimostrano l’estrema brevità del tempo disponibile per salvare l’ecosistema.
  3. Il terrorismo jihadista, di matrice sunnita o sciita; imprevista è stata la rapidissima propagazione dello Stato Islamico. Su venticinque Paesi dell’Africa settentrionale, quattordici sono stati nell’ultimo anno colpiti da attentati jihadisti mirati quasi esclusivamente a “simboli” e interessi occidentali. All’arretramento attuale dell’Isis in Iraq e in Siria corrisponde una sua accresciuta capacità di colpire l’Europa e l’Occidente; e il suo ulteriore diffondersi dall’Afghanistan, al Medio Oriente, al Nord Africa, specialmente in Libia. Dopo l’accordo nucleare con l’Iran e il consolidamento del regime siriano grazie al massiccio intervento militare di Putin, Russia e Iran sono diventati i due nuovi, indiscussi protagonisti in Medio Oriente; mentre il ripiegamento occidentale caratterizza gli ultimi mesi della Presidenza Obama.

4- Cyberweapons e cybersecurity hanno assunto pericolosità inaspettate e destabilizzante ; la provenienza coincide con alcune “new entries” sulla scena mediorientale.

  1. L’ondata di migranti soprattutto siriani, stigmatizzata dal Segretario Generale della Nato quale strategia russa per destabilizzare l’Europa, ha implicazioni politiche, economiche e sociali. Essa impressiona per i crescenti attacchi terroristici, la scoperta di cellule jihadiste e i fenomeni di radicalizzazione in molti Paesi europei ;
  2. “Proliferano” gli Stati falliti. La lista si è allungata in soli tre anni; dopo le Primavere Arabe, con Libia, Siria, Iraq, Yemen, senza dimenticare le incognite di Somalia e Afghanistan.

 

* La minaccia dello Stato Islamico

Dall’11/9/2001 la minaccia terroristica si intreccia con conflitti tra gli Stati e interni agli Stati; con guerre etniche e confessionali; con fondamentalismi e volontà di dominio regionale. Con l’eliminazione del Regime Baathista in Iraq è divampato il conflitto tra Sunniti e Sciiti. In seno all’Islam globale la minoranza sciita è mossa da una visione messianica e rivoluzionaria. Essa mira a esercitare un’influenza dominante sull’intero mondo musulmano, anche se rappresenta una quota di popolazioni nettamente minoritaria. Ma questa prospettiva è come un incubo per gli Stati arabi sunniti.

 

Il successo dello Stato islamico in Siria in Iraq, è maturato in parallelo alla rilegittimazione della teocrazia iraniana attraverso l’accordo nucleare. Mentre è ancora attiva l’onda d’urto delle Primavere Arabe, l’ondata terroristica dell’Isis e la rilegittimazione post-nucleare dell’Iran richiedono una strategia occidentale di stabilizzazione politica, di deterrenza militare, e un’architettura di sicurezza affidabile nel Mediterraneo Orientale.

 

Per numero di vittime, distruzione di risorse e di ordine sociale l’impatto più drammatico del terrorismo e dei “failed states” è subito dal mondo musulmano. Sono milioni le vittime della violenza dall’Afghanistan all’Asia Minore, dall’Africa mediterranea e sub Sahariana, sino alle porte dell’Europa. Decine di milioni di migranti provengono da Paesi collassati da guerre civili. La chiusura della rotta balcanica e l’accordo Ue-Turchia, mette l’Italia in prima linea di un esodo che ha proporzioni bibliche.

 

Negli ultimi quindici mesi l’Isis e le numerose organizzazioni Jihadiste aderenti al “Califfato” hanno intensificato gli attacchi in Europa, in Africa, in Asia, attentati rivendicati direttamente dall’Isis sono avvenuti negli Stati Uniti. Nel continente europeo Francia, Belgio, Turchia sono i Paesi più sotto pressione. Il Presidente Hollande ha dichiarato in Parlamento: “la Francia è in guerra; la Siria è la più grande industria di terroristi che il mondo abbia mai conosciuto”. La reazione dell’opinione pubblica francese è mutata rispetto alle reazioni ispirate a convivenza multiculturale e a un’immutata volontà di tolleranza e di dialogo che avevano prevalso subito dopo gli attentati a Charlie Hebdo e Hyperkasher. Il Primo Ministro Valls ha annunciato: “la Francia espellerà tutti gli Imam radicalizzati”. Lo stato di emergenza, sostanzialmente concordato tra Hollande e Marine Le Pen, è stato reso più incisivo  dalla revisione della Costituzione francese. Circa diecimila nomi sono stati aggiunti alle persone già sorvegliate. Questi sviluppi coinvolgono l’intero mondo occidentale, e in particolare la campagna presidenziale americana. Tom Ridge, ex “homeland security secretary”, ha detto: “i barbari non sono più alle porte. Sono dentro”. Praticamente tutti i candidati alla Presidenza, sia democratici che repubblicani, hanno indurito i toni sulle questioni della sicurezza internazionale, interna, e dell’immigrazione.

Per il nostro Paese la minaccia dello Stato Islamico e del fondamentalismo jihadista è estremamente concreta. La sintetizzano, da ultimo, le parole pronunciate la scorsa settimana da Abed El-Khadar A-Najdi, il leader dello Stato Islamico in Libia: “Noi ci rafforziamo ogni giorno in Nord Africa ed il nostro prossimo obiettivo è la battaglia contro l’Italia. I volontari mussulmani devono andare in Libia per prepararsi alla guerra contro l’Italia”. Purtroppo non possono essere considerate solo delle boutades.

La natura dell’Isis merita un’approfondita riflessione; così come quella delle organizzazioni jihadiste e dei sostenitori dello Stato Islamico in Europa. Si tratta di prevenire la radicalizzazione e di seguirne le dinamiche.

 

Nel giugno 2014 lo Stato islamico, dopo aver dichiarato il “Califfato”, è riuscito ad impadronirsi di Mosul. Un colpo di importanza strategica tale da creare subito grandissime preoccupazioni per la sopravvivenza dello Stato iracheno. Le capacità di reazione di Baghdad si erano rivelate del tutto inadeguate, nettamente al di sotto delle pur scettiche valutazioni che ne davano i Paesi Occidentali coinvolti nella ricostruzione istituzionale e di sicurezza del Paese.

Abu Bakr al-Baghdadi si era proclamato leader nel maggio 2010. Ma solo nel luglio 2014 aveva acquisito un’ampia visibilità parlando per Ramadan alla Grande Moschea al-Nuri a Mosul.

La scarsa conoscenza e sottovalutazione dello Stato Islamico era, fino  a quel momento, forse comprensibile: si trattava, ai nostri occhi, di una realtà di eremiti fanatici, in regioni nelle quali pochi erano andati e dalle quali pochissimi erano tornati; isolata dai media. Tutto è rapidamente cambiato. I crimini orrendamente spettacolari, lo sfruttamento del web, l’addestramento militare, la creatività nel generare sempre nuove risorse finanziarie si sono combinati con l’estremismo religioso e messianico, l’assoluto rifiuto del negoziato e del dialogo; la volontà di genocidio. Un fondamentalismo che rende l’Isis “costituzionalmente” incapace di evolvere anche se  minacciato di estinzione perché il Califfato è l’unico rifugio dei veri musulmani.

 

L’Isis rappresenta così una variante ideologicamente distinta nell’Islam. Su tutto prevale il cammino individuale verso il Giorno del Giudizio. L’Occidente è il principale nemico. Conoscitori del mondo musulmano ritengono che l’ascesa dello Stato islamico non somigli tanto all’affermazione di movimenti islamisti pur non alieni dal terrorismo, come la fratellanza musulmana nell’Egitto di Morsi; quanto piuttosto a fenomeni di sottomissione collettiva verificatisi in Occidente ad opera di psicopatici, come David Koresh e Jim Jones, leaders dei “Davidians” e del “Peoplès Temple”, istigatori di crimini rituali e suicidi collettivi.

 

Il Qaedismo ha ispirato lo Stato Islamico. Ma ne viene sorpassato. Bin Laden vedeva la sua azione come prologo ad un Califfato che egli non si aspettava di realizzare. La sua organizzazione era flessibile; operava in cellule autonome, geograficamente disperse. Lo Stato islamico dispone invece di un territorio, di una sua struttura di “Governo”, una burocrazia civile, un apparato militare, un’articolazione territoriale suddivisa in Province organizzate. Quindi il Califfato prende forma.

 

A livello dottrinale, gli aderenti allo Stato islamico non sono certo impressionati dal poter apparire epigoni di un pensiero medioevale , palesemente contraddittorio con una loro partecipazione attiva, intellettualmente evoluta ed economicamente affermata, alla società contemporanea. I seguaci dell’Isis vivono nella modernità e ugualmente la disprezzano e la deridono; insistono che non si allontaneranno mai dei precetti radicati nell’Islam dal profeta e dai suoi primi seguaci. Parlano spesso con simboli e allusioni, strane e antiquate per i non credenti, ma aderenti alle tradizioni e ai testi dell’Islam delle origini.

 

È vero che lo Stato islamico attrae anche Foreign Fighters fragili psicologicamente, con conoscenze religiose superficiali, emarginati e inclini alla violenza. C’è tuttavia chi osserva che l’essenza dell’Isis è “profondamente islamica”. La religione che afferma deriva da una coerente e approfondita lettura dell’Islam. Ogni decisione, legge, annuncio segue puntigliosamente, nei dettagli, una precisa linea teologica, quella del “al-salaf al-salih” del Profeta e dei suoi primi seguaci.

 

La caratterizzazione dello Stato islamico non può non rilevare per le iniziative politiche e il quadro giuridico della collaborazione internazionale contro l’Isis. Lo Stato islamico può coincidere con il Califfato proclamato da al Baghdadi, e far leva su  tale richiamo ideologico, solo a condizione di avere una base territoriale. I Califfati non esistono in clandestinità. Le alleanze dichiarate con lo Stato islamico da numerose altre organizzazioni jihadiste sparse per il mondo, sono strettamente legate alla credibilità del “Califfato” a base territoriale. Per questo motivo da un anno a questa parte la leadership dell’Isis ha investito tanto sulla Libia, vista come alternativa e ripiegamento dalla Siria e dall’Iraq. La Risoluzione 2249 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite –che chiede agli Stati di adottare tutte le misure possibili per combattere lo Stato Islamico – non riguarda la Libia. In questa situazione, si dovrebbe riconoscere che interventi militari contro l’Isis sono in ogni caso consentiti per legittima difesa, secondo   l’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite.

 

* La questione musulmana nel nostro Paese e in Europa

L’Italia ha sottovalutato lo tsunami migratorio del 2014 e 2015. Sta accadendo lo stesso per la minaccia Jihadista e i fenomeni di radicalizzazione sul nostro territorio? Sono ancora pochi gli studi autorevoli sulla questione musulmana in Italia; pochi gli analisti che abbiano affrontato con rigore scientifico la realtà delle comunità musulmane residenti nel nostro paese, immigrate di recente o residenti da tempo. Un tema trattato con ricorrente frequenza nell’ultimo anno e mezzo è quello della radicalizzazione. Nonostante sia stata oggetto di un certo numero di lavori e convegni di considerevole interesse, la questione non si è ancora trasferita con la necessaria urgenza e priorità nelle sedi parlamentari, né ha prodotto misure organiche di tipo legislativo o amministrativo. Ne deriva una carenza allarmante di conoscenze che confonde persino gli addetti ai lavori del nostro sistema scolastico. Decisioni e atteggiamenti rivelano pregiudizi, dogmatismi, ignoranze della realtà quotidiana che assai poco hanno a vedere il valore della tolleranza, dello Stato di Diritto, delle libertà sancite dalla nostra Costituzione. Mentre sono questi i valori che la scuola italiana deve istituzionalmente affermare, nei curricula, nel rapporto tra docenti e famiglie, e nelle relazioni tra gli studenti.

 

La latitanza di una narrazione equilibrata pregiudica gravemente il rapporto tra i cittadini che riconoscono nella tradizione giudaico cristiana la propria identità e coloro che appartengono a Comunità musulmane di diverse  provenienze e culture. I ricercatori e gli operatori sociali che più sono in contatto con tali Comunità e con i loro leaders constatano quanto sia diffusa un’informazione distorta e una visione radicalizzata delle vicende che hanno contraddistinto il terrorismo Jihadista negli ultimi quindici anni. Rilevazioni empiriche delle ultime settimane mostrano che una percentuale molto alta, superiore a un terzo di quanti frequentano centri di aggregazione culturale e religiosa in Italia settentrionale , si dichiarano ad esempio convinti che: 1) le Torri Gemelle sono state distrutte da un complotto sionista e americano; 2)  l’attentato al Bataclan è stato perpetrato da agenti Occidentali;  3) o  non è avvenuto ;4) o è stata tutta una messa in scena  “islamofobica”.

 

Molto diffusi, anche se non maggioritari, i giudizi “ di comprensione” verso le organizzazioni Jihadiste, incluso lo Stato islamico, quando colpiscono simboli occidentali, uccidono “gli infedeli”, o puniscono chi offende il Profeta. Risultati simili si desumono anche tra le Comunità musulmane in Francia, in ricerche importanti effettuate da tempo e confermate di recente.

 

Bernard Lewis, uno dei maggiori storici e conoscitori del  Medio Oriente, ha scritto un libro come sempre di grande interesse che ha lo scorso anno suscitato un intenso dibattito: “The Muslim Discovery of Europe”. Un’attrazione verso l’Europa che nel corso di quattordici secoli si è manifestata in tre fasi storiche nelle quali il confronto è sempre stato tra Islam e Cristianità.  Nel settimo secolo si è trattato di un’espansione militare con occupazione del Nord Africa, del Portogallo della Francia e dell’Italia meridionale. Il secondo tentativo di conquistare l’Europa è avvenuto con l’espansione Ottomana nell’Anatolia cristiana, a Costantinopoli e nell’Europa sud Orientale sino all’assedio, per due volte, di Vienna. Il terzo tentativo, afferma Bernard Lewis, si sta producendo pacificamente, con l’immigrazione; senza alcun bisogno di operazioni militari, anche se vediamo le minacce dello Stato Islamico. Un filosofo siriano vede solo due alternative: “l’islamizzazione dell’Europa, o l’europeizzazione dell’Islam”. La “Muslim Discovery of Europe “ progredisce rapidamente, su due binari. Il primo è quello demografico. Nonostante difficoltà legali in molti Stati europei a individuare l’appartenenza religiosa, le nascite confermano una natalità in forte aumento nelle Comunita musulmane, a fronte di tassi assai più modesti per gli altri gruppi. Il secondo binario è politico e sociale. Riguarda la grande capacita dei musulmani in Europa a organizzarsi, e ad agire efficacemente per ampliare l’ambito di applicazione della Sharia; per modificare norme; per derogare a leggi e consuetudini ritenute non confacenti all’Islam, soprattutto quello Wahabita o Salafita. Lewis fa l’esempio della poligamia, vietata nelle legislazioni occidentali, ma di fatto tollerata se “importata” e ricondotta alla Sharia quale diritto di famiglia applicato all’interno di una comunità islamica.

Queste preoccupazioni si sono inevitabilmente dilatate con gli attentati recenti e l’ondata migratoria. Un importante esponente della  Acadèmie Francaise, autore di diversi best-sellers tra cui “L’identità infelice”, Alain Finkielkraut, sottolinea la problematica coesistenza dell’Islam con la cultura e la società francese, i rischi di natura sociale posti dall’immigrazione massiccia, gli equivoci di un malinteso multiculturalismo per il sistema scolastico, l’oppressione e discriminazione della donna, le fragilità che ne derivano al Paese, e le preoccupazioni per la ventata di antisemitismo. L’allarme lanciato da Finkielkraut trova crescenti riscontri: “I francesi sentono di essere diventati stranieri sul loro stesso territorio. Ancora di recente – osserva il filosofo – la Francia aveva successo nell’integrare i suoi immigrati. Oggi questo processo si sta disintegrando dinanzi ai nostri occhi. Oggi non funziona più.  Dove poteva esserci speranza di una certa armonia, e l’odio a prevalere. Oggi quando qualcuno come me parla del problema dell’Islam viene denunciato come successore di Maurras o Barrès. Ci si rifiuta di pensare a questa epoca nei sui termini attuali”.

 

La questione musulmana ha assunto nella storia recente della Francia evidenza maggiore rispetto all’Italia, nelle distinte fasi migratorie degli anni Sessanta dal Nord Africa, e quindi ancora negli anni Ottanta con il riorganizzarsi di tali comunità grazie anche al sostegno dei Paesi di provenienza, e quindi al mutare di molti loro caratteri all’inizio degli anni Duemila. Se quasi un decimo della popolazione francese professa l’Islam, in Italia la consistenza numerica è notevolmente inferiore. Eppure sono molto simili le traiettorie che ci accomunano alla Francia, e più in generale a quanto sta avvenendo nel resto d’Europa.

Sono comuni l’evaporazione dell’identità giudaico cristiana per disinteresse, timore, rinuncia a volerla riaffermare. Comune è la sostanziale disintegrazione di un modello multiculturale completamente escluso ormai dalle banlieus parigine a Tor della Monaca a Roma, o all’hinterland milanese, a Viale Jenner e altrove. Comune è il relativismo che allontana dalla consapevolezza dell’identità, e l’acquiescenza a un pensiero politico e culturale dominante alla fine del secolo scorso e oggi ampiamente superato dai fatti. Tutto questo ha un sapore particolare e perfino più accentuato in Italia. La “riconversione” al discorso identitario è da noi particolarmente complessa. Per dirlo con Galli della Loggia “È il brodo di cultura costituito dal conformismo fortissimo che caratterizza tutto il nostro discorso pubblico, politico e non, che permea tutta la nostra atmosfera culturale e le idee che vi hanno corso”. Si fa sentire solo il punto di vista buonista democratico. Un punto di vista diverso, diciamo conservatore, è regolarmente assente. È normale un Paese che pensa e parla in una sola direzione?

Anche perché di solito il punto di vista che da noi passa per «democratico» è un punto di vista povero di profondità storica e quindi di ogni drammatica complessità: proprio per questo sempre incline ad un irenismo di maniera, alla più disarmata benevolenza verso l’«altro». Tentato di continuo dall’indulgenza verso il male esso predica sempre un vibrante rifiuto morale per tutto quanto sappia di disciplina e di autorità, mentre è pronto all’approvazione incondizionata per ciò che appare «autentico» e soprattutto «libero»: meglio se all’insegna dell’«amore»”.

 

* Conclusione

Le sfide che il nostro Paese sta affrontando richiedono un grande sforzo culturale ancor prima che politico. L’identità nazionale poggia sulla legalità e sullo Stato di diritto, elementi centrali nelle politiche di sicurezza, di immigrazione, nei rapporti con l’Islam, nel contrasto alla radicalizzazione e al terrorismo.

 

Il comune denominatore di queste politiche deve essere – sul piano interno – la cultura della tolleranza, del rispetto dell’altro, mentre devono essere contrastate attivamente la propaganda all’odio, la predicazione e l’educazione settaria. Gran parte dei musulmani residenti in Italia e dei cittadini italiani di fede islamica sono elemento vitale del Paese e costituiscono una risorsa preziosa per la società, l’economia e la cultura italiana. Il loro contributo al mondo del lavoro e dell’impresa è cresciuto a dismisura nel corso degli anni. Dobbiamo perciò incoraggiare ogni forma di dialogo e di interazione intensa e onesta, basata sulla reciproca consapevolezza e sul riconoscimento dell’identità, per trovare punti di incontro nella tolleranza verso le rispettive tradizioni e nel pieno rispetto delle nostre leggi.

 

Nella guerra al terrorismo deve maturare una più precisa volontà politica sostenuta dalla completa informazione dei cittadini. Morfinizzare il pubblico è controproducente.

Devono essere destinate risorse straordinarie alle strutture di intelligence e di sicurezza, con rafforzamento, e non riduzione degli organici delle nostre Forze Armate. Il Governo francese ha spiegato sul territorio ulteriori diecimila uomini delle forze dell’ordine.

In politica estera dobbiamo collaborare con tutti i Paesi che condividono i nostri stessi obiettivi e interessi. Ha particolare valore, in questo ambito, un sostegno concreto alla transizione verso lo Stato di Diritto in tutti i Paesi colpiti dal fondamentalismo jihadista, perché la situazione di oggi è figlia proprio del disinteresse e dalle divisioni dell’Occidente soprattutto negli ultimi cinque anni.

 

 

©2020 Giulio Terzi

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