Intervento “Conflittualità internazionale”

Società Geografica Italiana, Palazzetto Mattei in Villa Celimontana – Sala Cristoforo Negri –

Via della Navicella, 12

Roma, 11 ottobre 2018

 

 

Ringrazio il Prof. Korinman per l’invito a questo convegno sui conflitti. Un approfondimento di straordinaria attualità e portata, di natura interdisciplinare come esige ogni attenta analisi geopolitica.

Nel cercar di delimitare forze e interessi che alimentano la conflittualità internazionale, vorrei riservare qualche breve osservazione a quella regione – il Grande Mediterraneo – che più interessa, o che per lo meno più dovrebbe interessare, l’Europa nel suo insieme, e sicuramente l’Italia: non solo per i rischi e le possibili conseguenze dei conflitti attualmente in atto, ma anche per l’addensarsi di nuovi attori e la rapidissima evoluzione degli equilibri geopolitici.

Gli ultimi due decenni sono stati lo sfondo del processo di Barcellona. In tutto questo periodo vi è stato sicuramente un elemento di grande continuità nella politica estera dell’Italia: la cooperazione mediterranea. Dalla fine della Guerra Fredda ogni Governo italiano ha posto in cima alla propria agenda la politica Mediterranea. Non si tratta di una mera opzione. Si tratta una necessità vitale per la nostra sicurezza, i nostri interessi economici, e per i valori fondanti della nostra identità. Tutto ciò non ha peraltro  impedito una diversità anche marcata di visione e di proposte tra le forze politiche quando si entra nel vivo della discussione sulle modalità della cooperazione, del dialogo, dei rapporti da sviluppare con i paesi partner nella regione mediterranea. Ancor più oggi che in passato, la politica estera e di sicurezza è al centro di dibattiti divisivi, spesso offuscato da fake news e da divergenti narrative. Lo vediamo bene su temi che possiamo ben definire “di crisi”. Siano questi l’immigrazione, il terrorismo, il fondamentalismo islamico, l’energia, l’ambiente e il clima, gli stati falliti , le relazioni con Russia, Cina ,Iran da un lato, e con gli Stati Uniti di Trump dall’altro.

La preoccupazione per la conflittualità  nel Mediterraneo dovrebbe suscitare una precisa consapevolezza circa l’interesse nazionale ed europeo, e la portata della posta in gioco. C’è la necessità di ricomporre narrative e interpretazioni sulle forze che stanno trasformando il Grande Mare.

Tra i principali e nuovi “attori statuali” della trasformazione sono certamente la Russia, l’Iran, e la Cina. Nelle crisi in atto e in quelle che potranno ulteriormente prodursi, il ruolo di questi nuovi players non può essere affatto sottovalutato.

Dall’agosto 2013 la Russia e l’Iran hanno guadagnato una posizione dominante nella guerra civile siriana, e ne indirizzano la conclusione verso una soluzione essenzialmente militare. Per numero di vittime, crimini contro l’umanità, distruzioni quella siriana è una catastrofe mai sperimentata  dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Dal 2012 si è constato un disimpegno crescente degli Stati Uniti in  Siria e per molti versi in Iraq, i due Paesi di maggior importanza nei disegni espansionisti del regime iraniano. Dal 2013 vi è poi stato un fortissimo impulso del Presidente Obama per la completa normalizzazione delle relazioni con l’Iran attraverso un accordo nucleare concluso, come molti ritengono ormai, “ad ogni costo”. Un accordo dal quale gli USA di Trump sono voluti rapidamente uscire. Nello stesso tempo è stata lasciata carta bianca al Presidente Putin per iniziative militari e diplomatiche in tutta la regione, e soprattutto in Siria, sotto l’egida della guerra allo Stato Islamico e dell’antiterrorismo.

Mosca ha fatto leva sull’antiterrorismo per porsi come “honest broker”a seconda dei momenti e delle convenienze , anche con la Turchia e con Israele.

Il conflitto in Siria, che sin dal 2011 preannunciava una sua rapida metamorfosi in conflitto regionale e per alcuni versi globale, ha rappresentato la “tempesta perfetta” per un grande stratega come Putin. gli ha consentito di acquisire un ruolo che neppure i più ottimisti tra i leader comunisti  della vecchia URSS avrebbero forse sperato di conseguire, nell’altalenante competizione di influenza e di alleanze nel Mediterraneo tra gli anni 50 e gli anni 80.

La Russia è ora diventata un attore primario, un vero protagonista nel Mediterraneo Orientale e sembra poterlo diventare rapidamente, grazie alla crisi libica, anche nel Mediterraneo Centrale.

Lo spiegamento di un’ampia forza militare in Siria, in nuove basi che danno tale spiegamento una proiezione stabile nel lungo termine, la vendita del sistema antiaereo S300 a Siria, Iran e Turchia, modificano l’equazione strategica e riducono le opzioni su cui potevano contare Israele, gli Stati Uniti e la NATO nel suo insieme.

Le opportunità colte da Putin sono particolarmente significative nel Mediterraneo perché corrispondono alle incertezze di cui soffre l’Alleanza Atlantica ,dopo l’ elezione del Presidente Trump; anche se gli esiti dei summit Nato a Bruxelles e a Helsinki e le stesse esercitazioni aeronavali della Nato nel Mediterraneo hanno dimostrato  che l’Alleanza resta solida e determinata.

Una seconda serie di opportunità è stata colta da Mosca con gli Accordi, o le intese informali conclusi con i partners mediterranei sulla questione Siria, terrorismo, petrolio, cooperazione economica e finanziaria. Accordi che sono stati pragmaticamente negoziati e conclusi dai Russi con paesi  avversari  o con amici di recente data, come Erdogan, Netanyahu, Rohani, Assad, Mohammed bin Salman, Al Sisi.

Lo spazio di manovra di Mosca si è ulteriormente ampliato con la controversia apertasi tra Ankara e Washington lo scorso agosto, e con quella tra UE e Stati Uniti sulle sanzioni contro l’Iran.

Quanto potrà beneficiare Putin da questi sviluppi? E’ da vedere. Ma non è senza preoccupazione che  Roma ha saputo che  il 21 agosto scorso tra il Cancelliere Merkel e il Presidente Putin a Meselberg avrebbero discusso anche  gli interessi che la Russia dovrebbe avere in Libia: evidentemente con riferimento al petrolio, dopo che lo scorso anno, dopo vari incontri tra Putin e il Generale Heftar, Rosfnet aveva concluso un importante accordo con i libici.

Grazie al petrolio libico, la Russia intende rafforzare la sua posizione dominante nel mercato degli idrocarburi e la sua capacità di pressione sull’Europa. Proprio mentre la Commissione Europea è impegnata a differenziare gli approvvigionamenti. Mosca non si limita alle risorse energetiche. Penserebbe anche a una base navale sulle coste libiche .

Nel quadro delle crisi in atto e delle mutazioni geopolitiche nel Mediterraneo, la presenza di due nuovi attori globali come Russia e Cina non è stata ancora sufficientemente compresa. Lo scorso settembre ha avuto luogo per un’intera settimana una esercitazione aeronavale russa nel Mediterraneo Orientale, un settore che per decenni era stato considerato spazio esclusivo per l’Alleanza Atlantica e le Marine europee.

La Cina, d’altra parte, sta accrescendo la sua presenza militare nel Golfo di Aden e attraverso Suez nel quadro, ufficialmente, delle operazioni antipirateria, ma non solo con questa finalità.

Ci sono molti dubbi sui reali obiettivi cinesi e sulle acquisizioni di infrastrutture portuali “Dual Use”, in Grecia, Spagna, Italia, Turchia, Algeria.

La Marina cinese aveva già mostrato eccellenti capacità operative evacuando 35 mila connazionali dalla Libia nel 2011. Nel 2015 ha effettuato esercitazioni nel Mediterraneo insieme alla Marina russa e non è un mistero che anche Pechino starebbe pensando a  una base militare nel Mediterraneo.

La rapida espansione della presenza cinese nel Mediterraneo è un’importante fase della “One Belt and road Initiative” e delle multiformi “Silk Roads”,  progetti indefiniti che intendono attrarre nella  sfera di influenza politica ed economica  cinese il più ampio numero possibile di paesi.

Risorse naturali, “string of pearls”, infrastrutture commerciali militari, acquisizioni di reti strategiche di energia e di dati sono gli obiettivi primari di Pechino e di molte compagnie cinesi che pretendono di essere “investitori” nei nostri Paesi. I mercati aperti, senza che vi sia alcuna reciprocità, garanzia di protezione di dati e di proprietà intellettuale. Mentre le società cinesi beneficiano di fondi statali inaccessibili alle imprese europee.

Ciononostante la Cina ha successo nell’utilizzare i suoi “muscoli finanziari” per ottenere influenza politica, come dice l’Economist della scorsa settimana. E’ grazie a questa influenza che il Presidente Ceco Milos Zeman dice di volere che il proprio Paese diventi “l’inaffondabile portaerei della Cina” in Europa. E che , allo stesso modo, la Grecia ha bloccato una posizione critica dell’UE al Consiglio dei Diritti Umani all’ONU. E che , ancora, Ungheria e Grecia hanno impedito all’UE si sostenere la decisione del Tribunale del Diritto del Mare contraria alle pretese espansive cinesi nel Mar della Cina Meridionale.

E’ giunto il momento, in un ampio arco di crisi mediterranee che trova un’UE paralizzata dalla regola dell’unanimità ancora prevalente nei Consigli europei, che si deliberi a maggioranza qualificata- qualified majority voting- su questioni di grande importanza per l’Europa come i diritti umani, la trasparenza nelle transazioni, i finanziamenti a centri culturali che sono soprattutto centri di influenza cinesi particolarmente attivi in Europa e nei Paesi Mediterranei.

©2021 Giulio Terzi

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