Discorso “L’Italia tra Occidente, Eurasia e Mediterraneo”

Cagliari, 29/10/2016

 

Ringrazio Nuove Iniziative per la Cultura,il Presidente Avv. Guido Chessa Miglior,l’Avv.Agostino Ballero per l’opportunità che mi viene data, di confrontarmi con Voi su una politica estera del nostro Paese che rifletta anzitutto l’ identità europea  e nazionale della società italiana, ed i suoi interessi regionali e globali. Vorrei muovere da quattro considerazioni:

I) gli scenari globali;

II)  la legalità e lo Stato di Diritto;

III) le elezioni americane;

IV) l’Europa dopo Bratislava.

 

I) Gli scenari globali. Il “World Landscape” tracciato per i prossimi dieci anni dal World Economic Forum segnala l’esponenziale accelerazione delle trasformazioni in atto alle quali si deve confrontare l’Italia. Le forze dominanti di queste trasformazioni saranno:

1.      Clima. Le sue mutazioni irreversibili per una biosfera esistita da 25 milioni di anni. Abbiamo solamente dieci-quindici anni per rovesciare la tendenza al riscaldamento del Pianeta.

2.      Geopolitica. Anziché spegnersi, come si era creduto alla fine della Guerra Fredda con il rilancio della collaborazione multilaterale, rinasce un’era di diffusa conflittualità di nazionalismi esasperati, regimi criminali, fondamentalismi, terrorismo.

3.      Diseguaglianze. Nei sei anni di crisi economica le disuguaglianze sono aumentate. L’1% della popolazione nei Paesi avanzati accumula ricchezza senza precedenti nella storia. Le “classi medie” perdono occupazione, mobilità e prospettive di avanzamento sociale. Il divario di ricchezza, si traduce in accresciuta influenza dei poteri economico – finanziari nella politica, nell’informazione, nella cultura. In una realtà globale “liquida”, verticalizzazione  e concentrazione del potere – non certo ignota al nostro Paese – dilaga con macroscopiche distorsioni dei mercati e della finanza, e omologazione dei media ai poteri dominanti.

4.      Tecnologia e conoscenza sono sempre più i vettori della Modernità, generando crescita, mitigando i cambiamenti climatici, modificando le forme di apprendimento e di interazione sociale. Nuove tendenze nella formazione dell’individuo e nella sua occupazione fanno apparire preistoriche nozioni come “la creazione di posti di lavoro”, o “il posto garantito”: circolazione e avanzamento del sapere sono l’elemento veramente distintivo della “quarta rivoluzione industriale” che viviamo.

 

II. Legalità e Stato di Diritto. Nelle trasformazioni in atto è cruciale l’affermazione della legalità e dello Stato di Diritto; l’esercizio puntuale del diritto/dovere di informazione; la piena trasparenza dei processi decisionali; l'”accountability” dei governi nei confronti dei cittadini ; la definizione di norme condivise e comportamenti verificabili per uno “cyberspace” che continua a svilupparsi come fosse “terra di nessuno”. Il nostro Paese in tutto questo ha un interesse diretto. Risoluzioni e Convenzioni delle Nazioni Unite hanno consolidato l’universalità dei Diritti Umani e dello Stato di Diritto, ma negli ultimi quindici anni si registrano arretramenti.. “Democrazia, Stato di Diritto, libertà di parola, libertà di religione – aveva detto il Presidente Obama a inizio mandato – non sono semplicemente principi dell’Occidente da imporre ad altri, ma sono piuttosto i principi universali che tutti possono abbracciare e affermare come propri alla loro identità nazionale”. Per l’Unione Europea si tratta dell’ “acquis” normativo di più ampia portata: non vi è ambito istituzionale, o regolatorio della costruzione europea nel quale Stato di diritto  e Diritti Umani non siano affermati e resi obbligatori.

 

III. Elezioni americane. L’8 novembre avrà conseguenze di grande portata per l’Europa e per il nostro Paese. Il Financial Times ha scritto dopo il primo dibattito televisivo Trump-Clinton che a volte la storia compie dei grandi balzi, come dimostrato dalla Rivoluzione Bolscevica, la Grande Depressione, l’elezione di Hitler al Cancellierato, la seconda Guerra mondiale, la fine della Guerra Fredda, l’apertura della Cina di Deng Xiaoping, la crisi Lehmann Brothers e la Grande Recessione del 2007/2008. Potremmo essere sul ciglio di un evento altrettanto “trasformativo”: l’elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti. E ciò segnerebbe la fine di un Occidente a trazione americana, quale forza centrale nella geopolitica del mondo. Il risultato non sarebbe un “nuovo ordine internazionale”. Sarebbe piuttosto un pericoloso “regime change”. Finirebbero , ad esempio, gli sforzi per contrastare i cambiamenti climatici, e per  combattere il terrorismo secondo strategie compatibili con lo Stato di Diritto. Le basi della legalità internazionale sarebbero rimesse in discussione, così come i valori stessi della democrazia liberale.

Eppure l’America nella storia umana rappresenta il paese economicamente più ricco, scientificamente più avanzato, militarmente più potente, una democrazia liberale equilibrata da “checks and balances” che ne hanno assicurato il progresso per duecentocinquant’anni. Da sei anni l’economia americana è tornata a crescere creando dal 2010 a oggi 8 milioni di nuovi posti di lavoro, con un livello -attorno al 4,7% – considerato di piena occupazione; la riforma sanitaria ha dato a venti milioni di americani in più un’ assicurazione ; quella bancaria ha mitigato eccessi della finanza speculativa ; le sanzioni contro una finanza rapace e criminale hanno pesantemente colpito le più grandi banche del mondo, e messo in carcere truffatori come Bernie Madoff, con ben cinque ergastoli. Secondo il FMI nel 2020 il prodotto mondiale dell’Occidente rappresenterà sempre il 40% del PIL mondiale, rapportato alla capacità d’acquisto, e in termini nominali ancor più elevato.

Continuano a esistere tutti i presupposti per l’influenza globale dell’Occidente. Ma essi sono strettamente legati alla volontà politica e alla visione strategica suoi leaders. Le Alleanze politico militari, gli accordi  di libero scambio regionale e globale, le Istituzioni che governano il sistema giuridico internazionale costituiscono le basi delle nostre condizioni di vita in società politicamente libere e economicamente avanzate. La grande differenza con un mondo in aperta  competizione con l’Occidente, essenzialmente russo e cinese, riguarda la concezione dello Stato di Diritto, non assimilabile al collante nazionalista e “revisionista” che lega la Russia alla Cina,  e ad altri Paesi come l’Iran.

 

IV. L’Europa dopo Bratislava. Come ha osservato poche settimane fa l’autorevole Circolo di Studi Diplomatici “ la Dichiarazione di Bratislava è un testo penoso che elenca decisioni che sentiamo annunciare da oltre un decennio senza che si trovi quel minimo di solidarietà che consenta di realizzarle. Sarebbe meglio – ha osservato il Circolo di Studi Diplomatici- dimenticare la Dichiarazione di Bratislava e concentrarsi sulle ragioni del presente stato insoddisfacente dell’Unione, cominciando col porsi una domanda: perché l’Unione Europea dall’inizio della grande crisi economica, cioè dal 2008 per gli Stati Uniti e dal 2010 per l’Europa, continua ad impantanarsi confusamente, muddling through come dicono gli Inglesi, patauger come dicono i Francesi, in una situazione senza uscita? “. Questa domanda viene naturale dopo l’incontro italo-franco-tedesco di Ventotene, e quelli precedenti tra Renzi e Merkel a Maranello, con Hollande a Parigi, e altri a Roma e Atene . Voci di Governo e della stampa filo governativa avevano previsto che la Brexit avrebbe generato una “leadership” a Tre fra Merkel, Hollande e Renzi. Nulla di tutto ciò. Non solo abbiamo sprecato occasioni preziose per la difesa dei nostri confini e il contrasto alle organizzazioni criminali nel traffico dei migranti. E’ venuta fuori una politica che ignora “i fondamentali” degli attuali rapporti di influenza e di forza in Europa , e della storia che li caratterizza.

E’ illusorio pensare che l’Italia acquisisca automaticamente un nuovo status, identico a quello francese, nei rapporti con la Germania, ora che la Gran Bretagna sta per lasciare l’Unione. Troppo profondi e numerosi sono i motivi che continueranno a legare Germania e Francia assai più strettamente tra loro che non all’Italia. Il motore UE, soprattutto nell’Eurozona, resta bicilindrico.

Anzitutto, conta per Parigi lo status immodificabile – grazie al veto – che la Francia ha acquisito alla Conferenza di San Francisco con il seggio permanente in Consiglio di Sicurezza. Uno status che Parigi continua a fare puntigliosamente valere vanificando ogni tentativo di ottenere che sia l’intera Unione a essere rappresentata nel CdS dell’ONU.

Conta poi, per la Germania, l’aspirazione ad ottenere il seggio permanente e  l’elevazione di status che essa si attribuisce  in ogni caso. Berlino è da tredici anni nel Gruppo “5+1” per il negoziato nucleare con l’Iran; si è auto-investita del negoziato migratorio con la Turchia a nome di tutta l’Unione e senza che nessuno, tantomeno l’Italia o la Francia, avessero da ridire; si è accreditata quale voce praticamente esclusiva dell’Unione nel negoziato di Minsk per l’Ucraina, e nel rapporto con la Russia.

Berlino e Parigi non sono pronte a riconoscere una completa “ parità di status” a Roma almeno per quattro ragioni:

1)      i motivi storici sui quali è basata la costruzione Europea. La Comunità del Carbone e dell’Acciaio nasceva dal presupposto di una condivisione di risorse tra Francia e Germania che rendesse impossibile un’ennesima guerra nel cuore dell’Europa, legando gli interessi e le risorse strategiche dei due Paesi;

2)      la proiezione globale della Germania e la sua leadership in Europa sono diventate sempre più evidenti dopo la riunificazione;

3)      sull’ “ exceptionalism” del rapporto franco tedesco si è basato tutto il processo di integrazione europea .dal Trattato dell’Eliseo alle intese Mitterrand –Kohl del 1990 sull’Unione Economica e Monetaria: nel tentativo , solo parzialmente riuscito, che invece di una “Germania europea” il processo di integrazione non si traducesse in un’”Europa germanizzata”;

4)     infine, si deve ricordare il legame di Parigi non solo con Berlino, ma anche con Londra. Nel 2010 Cameron aveva firmato a Lancaster House un Trattato di difesa comune con la Francia, a validità cinquantennale, per una Forza militare , missioni,comandi congiunti, e collaborazioni nucleari.

 

In relazione ai nostri interessi in Europa vorrei evidenziare soprattutto due aspetti: la Difesa europea, e l’Euro.

 

*Difesa europea: il Comunicato di Bratislava ha ripreso essenzialmente il documento franco-tedesco sulla Difesa Europea; mentre è andato a vuoto- come prevedibile- il tentativo italiano di presentare un “documento Pinotti”, pubblicato le settimane precedenti proprio nella speranza di avere una proposta italo-franco-tedesca adottata dal Consiglio Europeo.  Il documento franco tedesco sottolineava il principio di solidarietà , di rafforzamento delle comuni capacità, di protezione dei confini dell’Unione, creazione di una struttura di comando permanente per le missioni militari Europee: Sophia contro il traffico dei migranti; Atalanta, per l’antipirateria. Un nuovo centro di comando e uno logistico riguarderanno l’assistenza medica, la condivisione di assetti strategici, come l’air-lift, e la ricognizione satellitare. L’Eurocorp a Strasburgo e i Battle Groups dovrebbero essere “rivitalizzati”. In realtà da almeno dieci anni  essi sono rimasti sulla carta.

E’ da notare l’idea di un bilancio comune per programmi coordinati dall’Agenzia europea per la Difesa, nei settori dell’air-lift, della cyberdefence e dei droni. Infine, l’aspetto potenzialmente di maggiore portata, che presuppone tuttavia una decisa volontà politica e adeguate risorse finanziarie, è ancora una volta quello delle “cooperazioni permanenti strutturate” previste dagli art.42 e 46 del Trattato di Lisbona. Nodo fondamentale per l’Italia resta tuttavia la “priorità sicurezza” avvertita dalla nostra classe politica, opinione pubblica e Governo, in un quadro sempre più complesso di crisi regionali e globali.

Per una serie di motivi, la sensibilità nel nostro Paese alle tematiche della sicurezza ci ha allontanato dai principali paesi europei, e anche da alcuni dei “paesi minori” . Non è un’impressione astratta. La verità si può cogliere nel Bilancio della nostra Difesa, quando lo si paragoni ai bilanci francese, tedesco, olandese, belga, spagnolo, greco, polacco, estone, lettone, lituano e altri. Esiste un obbligo anche da noi sottoscritto in sede Nato, e ribadito al Vertice dello scorso luglio a Varsavia, di accrescere rapidamente al 2% del Pil le spese nazionali per la Difesa. Infatti si tratta di colmare nell’intero bilancio della Nato un “ gap” di 100 miliardi di dollari tra i finanziamenti promessi e quelli acquisiti. Ancora oggi gli Stati Uniti si accollano il 70% del bilancio Nato. Una situazione che renderebbe improponibile e paradossale qualsiasi duplicazione o sottrazione di risorse sia pure nel nobile intento di dare alle nostre opinioni pubbliche la parvenza di un qualche embrione di Difesa Europea.

Per essere credibile, il contributo italiano al rafforzamento delle capacità difensive dell’Europa presuppone un impegno serio a rovesciare la tendenza negativa delle risorse disponibili. In termini assoluti l’Italia è alla metà del target Nato del 2%. E siamo perfino al di sotto dell’ 1% se si considera la rilevante quota destinata all’Arma dei Carabinieri, in buona misura assorbita da funzioni di ordine pubblico.

Negli ultimi esercizi finanziari il rapporto Difesa / Pil  si è ulteriormente contratto, ben diversamente dai Paesi che ho citato, in particolare Francia e Germania. Parigi e Berlino hanno in questi ultimi mesi stanziato risorse che porteranno entro il 2020 al 2% il loro rapporto Difesa/Pil; mentre altri Paesi UE come Grecia, Polonia e Baltici sono prossimi o hanno già conseguito questo obiettivo. Tutto ciò significa che se non imprimiamo una netta correzione alle nostre priorità di Bilancio, quando discutiamo con francesi e tedeschi di “cooperazioni permanenti strutturate”, di comandi comuni, di progetti industriali, continueremo a essere trattati da “junior partners”. L’Italia spenderà per la Difesa annualmente da qui al 2020 tra i 10 e i 14 Mld di Euro ; la Francia 30; la Germania 40. Il divario non è giustificato dalla diversità di grandezza fra le tre economie. Il Pil italiano è  di 2,1 trilioni di $; quello francese di 2,8 trilioni di $ ; quello tedesco di 3,8 trilioni di $.

La Francia dispone perciò di un Pil del 33% più alto di quello italiano; la Germania  di un Pil dell’85% superiore all’Italia. Come si può quindi giustificare che Francia e Germania destinino alla Difesa fra il 250% e il 350% piu’ dell’Italia? E come si può evitare l’impressione che la nostra enfasi sulla Difesa europea non sia dettata dall’intenzione di scaricare su altri parte degli oneri per la nostra Difesa?

Dovremmo almeno:

*disporre, a Palazzo Chigi e nei Dicasteri strategici per la nostra proiezione europea di personalità “senior” apprezzate e riconosciute internazionalmente .

*stringere alleanze con i partners europei su questioni come Libia, Russia, Turchia, Egitto.‎ L’insistenza, tipica di alcune stagioni della nostra diplomazia, per essere invitati a gruppi ristretti o a direttori sulla gestione di alcune crisi non serve quando manca un’azione coerente e un rapporto costante con  le forze in campo.

*dotare il Paese di uno strumento militare, di sicurezza, di intelligence e un apparato diplomatico ben diversamente strutturati e guidati  per affermare l’interesse nazionale.

 

L’inconclusività dell’Europa nel rispondere alle crisi in atto – in primis immigrazione e sicurezza – e  la stagnazione economica italiana entrata nel secondo decennio, hanno spinto al ribasso la fiducia degli italiani verso le Istituzioni Europee, non penso si possa dubitare che la vocazione europea costituisca un prioritario interesse nazionale dell’Italia . La questione è perciò quella di riformulare una nostra visione dell’Europa che consenta risposte concrete ai nostri interessi nazionali.

L’assenza di strategie non può essere giustificata con l’insufficienza delle risorse. L’immigrazione illegale è costata in un anno almeno quanto l’intero bilancio della nostra Difesa e otto/nove volte quello degli Esteri. Da tre anni invochiamo a Bruxelles e Berlino misure come la redistribuzione e il rimpatrio dei migranti. Ma abbiamo noi stessi contribuito a complicare le cose con la mancata identificazione di  decine di migliaia di clandestini  da noi fatti entrare in Europa senza alcuna registrazione nel corso del 2015.

Nel lungo cammino verso una Difesa Europea pienamente integrata che non appare realizzabile a breve o medio termine, la sicurezza dell’Italia resta ancorata all’Alleanza Atlantica. È peraltro nostro interesse attuare ogni forma di cooperazione consentita dai Trattati Europei, adoperandoci anche per interpretazioni estensive nel campo delle cooperazioni permanenti strutturate, dell’Agenzia europea per gli Armamenti, della formazione di unità multinazionali. Progressi in tali direzioni contribuiranno alla crescita di influenza europea all’interno dell’Alleanza atlantica.  Essi consentiranno di:1) tenere agganciata la Gran Bretagna  a progetti europei per la Difesa; 2) trovar sempre più nella dimensione transatlantica l’essenziale strumento di concertazione politica e di Difesa del mondo Occidentale, a garanzia della sicurezza e della pace non solo per i Ventotto paesi Nato, ma anche per tutti gli altri Paesi legati all’Alleanza da accordi di partenariato basati sui principi del Trattato di Washington; 3) rafforzare la nostra presenza nel Mediterraneo Orientale. L’esercitazione Nato della scorsa estate ha voluto dimostrare coesione a fronte delle preoccupanti iniziative militari russe. La Turchia deve manifestare continuità con gli interessi strategici, economici e di sicurezza che l’hanno resa da sessant’anni protagonista della sicurezza atlantica nel Mediterraneo. I traumi della catastrofe Siriana, alimentata da obiettivi destabilizzanti di alcuni Paesi, hanno danneggiato la posizione internazionale della Turchia. Ankara ha subito la pressione del Cremlino, dopo il superamento delle “linee rosse” tracciate da Obama per le armi chimiche di Assad nell’estate 2013. Comprimendo gli spazi di manovra della Turchia, il paese Nato più direttamente toccato dalla disgregazione della Siria, la Russia ha colto l’occasione per porsi, insieme all’Iran, quale vero arbitro della crisi siriana; Putin ha disposto uno spiegamento massiccio di mezzi aerei, terrestri e navali in Siria, con l’obiettivo di ribaltare equilibri nell’intero teatro operativo. Israele e Turchia ne hanno preso atto; 4) il nostro Paese ha la possibilità di contribuire a un rinnovato rapporto con la Russia che, lasciato invece all’indeterminatezza, alla accondiscendenza al fatto compiuto anziché  ‎al Diritto, genera sempre maggior aggressività. Nell’Agosto 2008 fu la debolezza dei segnali percepiti dalla Russia sulla Georgia‎ a convincere il Cremlino che non c’era alcun serio prezzo da pagare per estendere i “conflitti congelati” nel Caucaso – con riconoscimento dell’Abkhazia e dell’Ossezia- e nell’Europa orientale,  con l’annessione della Crimea. La strategia militare russa e la riforma efficace della sua Difesa confermano lo sforzo decennale del Cremlino di utilizzare occasioni di confronto regionale a fini di politica interna, con l’obiettivo di riportare sotto il controllo o almeno l’influenza diretta di Mosca Stati già parte dell’URSS: giocando la carta di un’Alleanza Atlantica imperialista, aggressiva, ostile e perfino nemica dei russi. Questa strategia viene da tempo enunciata nei documenti sulla sicurezza e Difesa russa, e perseguita non solo attraverso una eccezionale capacità di gestione dell’informazione interna. Essa si avvale di una capillare propaganda, disinformazione e manipolazione politica nei principali paesi Occidentali. Si manifesta in una vasta rete di finanziamenti a partiti, think tanks, organi di informazione interamente filorussi e anti-atlantici in Francia e in Italia;5) il Governo italiano deve essere esplicito in sede internazionale, e deve essere infinitamente più convincente sul piano interno, nello spiegare quanto sia essenziale per il nostro Paese, assai più che per altri Alleati nella Nato , assicurare la coesione dell’Alleanza Atlantica. L’Italia è esposta più di altri ai rischi di destabilizzazione in Europa orientale e nel Mediterraneo. E’ per noi essenziale ricostruire un sistema di sicurezza cooperativa basato su regole obbligatorie e su rodati meccanismi di diritto internazionale. Non possiamo convivere con una sicurezza europea andata in frantumi nelle componenti fondamentali del CFE – il Trattato su limitazione e controllo delle forze convenzionali in Europa – dell’INF – il Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie- della Carta di Parigi e dell’Atto Finale di Helsinki.Molto opportunamente, l’Italia ha sostenuto le decisioni del Vertice Atlantico di  Varsavia lo scorso luglio. Vertice significativo perché, mettendo a tacere le Cassandre che anche in Italia prevedevano un quasi fallimento, ha dimostrato una forte coesione tra tutti i partecipanti. Altrettanto significative le decisioni del Vertice: creazione di forze credibili di spiegamento rapido a garanzia della sovranità polacca e baltica; il segnale alla Russia che l’art.5 di difesa collettiva si applica anche alle “aggressioni asimmetriche”- finti volontari, rivolte armate organizzate tra minoranze nazionali, attacchi Cyber – l’impegno, già inserito nei rispettivi Bilanci da Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Baltici, Olanda, Grecia, di  portare al 2% del Pil gli stanziamenti per la Difesa;6) si deve lavorare a una strategia comune in Europa e in sede Atlantica per prevenire, contrastare e reprimere radicalizzazione e terrorismo.Gli attacchi terroristici in Francia, Belgio e Germania negli ultimi due anni hanno modificato le percezioni sulla sicurezza. Sono sempre più numerosi gli europei che li ricollegano non solo alle crisi e all’espansione jihadista in Africa, in Medio Oriente e nell’Asia Meridionale ma anche e soprattutto all’immigrazione degli ultimi anni e alla radicalizzazione tra comunità musulmane da tempo formatesi nei Paesi europei.  L’attentato costato la vita a nostri connazionali a Dacca ha amplificato anche in Italia tale  consapevolezza.‎ In un sondaggio Pew pubblicato a luglio in dieci paesi Europei ha segnalato che per il 58% degli intervistati i flussi di immigrazione aumentano il rischio di attacchi terroristici nei rispettivi paesi. Il ” Compact” sulle migrazioni che abbiamo proposto a Bruxelles avrebbe dovuto essere preceduto da misure nazionali sul contrasto all’ estremismo alla radicalizzazione contenute in  Disegni di legge , come quelli dell’on. Stefano D’Ambruoso e dell’on. Giorgia Meloni . Ma da molti mesi essi sono fermi in Parlamento.

*Euro . Il nodo fondamentale è il prolungarsi della stagnazione da oltre sette anni con danni irreparabili alle economie e alle società dei Paesi più deboli, Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Finlandia e anche Francia. La Germania è cresciuta in questi sette anni dello 0,8% annuale, un grande risultato con i tempi che corrono ma che oggettivamente  potrebbe essere giudicato  di quasi stagnazione. Quale è la causa? L’Euro. Non il progetto in sé di una moneta unica che in una fase avanzata di integrazione diventava necessaria, ma i principi sbagliati su cui è stata fondata e l’ancor più sbagliata attuazione. Prova ne sia che Paesi al di fuori dell’Unione Europea o dell’eurozona come Stati Uniti, Norvegia Svezia e Gran Bretagna, hanno rapidamente superato la crisi  e sono da tempo tornati a crescere .Gli Stati Uniti crescono nonostante il costante aumento del loro debito, contraddicendo così la convinzione tedesca di un’assoluta incompatibilità tra debito e crescita. politica e sociale. La moneta unica non è stata neppure una condizione posta dalla Francia per evitare che l’unificazione tedesca comportasse l’ascesa del Marco a unica “moneta dell’Europa”. Nell’accettare la proposta di Mitterand al vertice NATO del Dicembre 1989 di un’Unione Economica e Monetaria fu Kohl  a  dichiarare: “allora ci vuole l’unità politica”. Credeva negli ideali europei ed era convinto che i Tedeschi dovessero ormai mettere l’unità dell’Europa al disopra del loro nazionalismo. Non fu così. A Maastricht nel 1992 prevalsero i nazionalismi di tutti i partecipanti e la Banca Centrale Europea nacque azzoppata, con il compito limitato di combattere l’inflazione. L’influenza tedesca fu anche determinante per i cosiddetti criteri di convergenza, imperativi per gli Stati membri che aderissero alla moneta unica. Criteri sbagliati , che hanno portato gli Stati dell’eurozona non a convergere ma a divergere. Perché i criteri di convergenza hanno fallito? Perché si basano su una concezione del mercato che per sua natura sarebbe sempre in equilibrio e, se colpito da improvvisi squilibri, sarebbe in grado di ristabilire rapidamente l’equilibrio generale, a condizione che sia libero da interferenze politiche. E’ una devozione ideologica al libero mercato. Secondo Schauble basterebbe esser prudenti, evitare indebitamenti eccessivi perché il mercato riporti a crescere. Ma da almeno mezzo secolo la teoria del mercato libero è screditata e messa in dubbio dalla grande maggioranza degli economisti; alcuni, come il premio Nobel George Akerlof e Rob Shiller hanno dimostrato le ragioni dell’irrazionalità dei mercati. Un altro Nobel, Paul Krugman, insiste da anni sulle scelte sbagliate dell’Eurozona, sulla cattiva condotta finanziaria, quando non criminale, di privati e banche avidi di danaro, sulle improvvise impennate dei mercati seguite da repentine cadute. Da decenni ormai l’estrema volatilità dei mercati è sotto gli occhi di tutti . La moneta unica non può sopravvivere e riportare la crescita nell’eurozona senza decisivi progressi nell’integrazione politica e negli strumenti economico – finanziari. Occorrerebbe completare davvero l’Unione Bancaria, ferma per ostacoli politici; prevedere l’emissione di bonds europei; occorrerebbe mettere la BCE sullo stesso piano delle principali Banche Centrali, in particolare la Federal Reserve degli Stati Uniti e la Banca Centrale cinese. La Federal Reserve non bada solo alla stabilità del mercato, assolve anche ai compiti assegnatile dal governo di promuovere la crescita e di combattere la disoccupazione. Se questo non risultasse possibile , perche’ come osserva ad esempio il premio Nobel Robert Mundell i Paesi dell’euro sono troppo diversi per poter condividere facilmente una moneta comune, alcuni  ipotizzano euro di diverso valore per alcuni Stati,  in una banda che dovrebbe restringersi man  mano che si realizza la convergenza tra le diverse economie dell’Eurozona. Soluzioni di questo genere non si allontanano molto dal progetto Delors che prevedeva una Confederazione con diverse “stanze” per gli Stati disposti a rinunciare in varia misura a parte della loro sovranità. Il progetto Delors è significativo, perché parte dal dato di fatto (da cui sarebbero dovuti partire i negoziatori di Maastricht) della diversità degli Stati europei e perché concepisce il completamento dell’integrazione come una Confederazione e certamente non in una Federazione. Infatti, l’Unione Europea è oggi un’organizzazione intergovernativa con spunti di integrazione verso una Confederazione, che possono avviare una pragmatica ripresa dell’integrazione europea, evitando sogni a occhi aperti. Si dovrebbe dire no a chi accetta meccanicamente i vincoli e le inefficienze esistenti oggi in Europa, e no a salti nel buio. L’Italia dovrebbe impegnarsi in un’azione diplomatica con gli Stati membri che condividono le nostre difficoltà e sono mossi da analoghi interesse nazionali per proporre una rinegoziazione di regole e trattati europei. Si dovrebbe mirare a stabilire che le regole europee valgono, ma possono essere messe in discussione a determinate condizioni dai Parlamenti nazionali. Si devono evitare ulteriori cessioni di sovranità economica e fiscale, mirando invece a un’Unione flessibile, a più velocità, nella quale ciascun Paese membro possa partecipare a un programma o a un progetto.

Nel valutare le ragioni che motivano il radicamento della nostra politica estera e di sicurezza in un preciso quadro geopolitico , quello europeo, atlantico e mediterraneo, credo si debba prima di tutto guardare alla nostra identità e al nostro interesse nazionale.Nel libro “How to be a conservative” uno dei maggiori interpreti del liberalismo contemporaneo, Roger Scruton, scrive che le basi del modello occidentale di società si possono riassumere in: Stato di Diritto, democrazia parlamentare, solidarietà, uno spirito pubblico che si esprime attraverso “piccoli plotoni” di volontari. Nella sua manifestazione empirica il conservatorismo proposto da Scruton riguarda essenzialmente la consapevolezza che a tutti noi, collettivamente, è stato trasmesso un patrimonio positivo di cose buone per le quali dobbiamo lottare.‎ ” La di possibilità di vivere le nostre vite come vogliamo. La certezza di leggi imparziali, attraverso le quali le ingiustizie subite siano riparate. La protezione dell’ambiente quale patrimonio comune che non può essere sottratto o distrutto a capriccio di interessi potenti. La cultura aperta e indagatrice che ha formato le nostre scuole e università. Le procedure democratiche che ci consentono di eleggere i nostri rappresentanti e di adottare le nostre leggi. Queste e molte altre cose ci sono famigliari e le prendiamo per scontate. Ora tutte queste cose sono sotto attacco”. Ognuno di noi sente di appartenere a una complessa sfera di cultura, di sensibilità sociali, di tradizioni, di idee e valori condivisi che comunemente vengono definiti “identità”, e l’esemplificazione che ho appena ricordato non è certo esaustiva.  Il pensiero di Scruton mi è stato ricordato da un commento di Roberto Saviano su Repubblica l’indomani della catastrofe di Amatrice: “L’aiuto che sta partendo dalla Sicilia al Piemonte è la dimostrazione di un immenso slancio umano che ancora contraddistingue il nostro Paese. Non accade così ovunque, non accade con così forte istinto. E’ il nostro patrimonio più prezioso… Queste persone rappresentano ciò che siamo…”.Infatti, un forte elemento identitario della società italiana ‎è il principio di solidarietà e di partecipazione, intrinsecamente legato al valore della vita umana e della dignità della persona. Per quasi tre secoli il nostro pensiero politico e giuridico ha sviluppato quel senso di libertà laico e illuminista che, in complessa simbiosi con la tradizione giudaico-cristiana, ha ispirato le rivoluzioni democratiche di fine Settecento e ha continuato a far progredire lo Stato di Diritto sino alla sua odierna concezione, fatta propria dal diritto internazionale, dai Trattati Europei e da numerosi accordi regionali e globali. Nella esperienza quotidiana di dialogo tra individui, organizzazioni, Stati è persino banale rilevare quanto le difficoltà nascano sempre dalla mancanza di conoscenza su chi si è, sulla storia che sta dietro a noi, sulla mentalità, le tradizioni, sulle visioni politiche e le aspirazioni che animano una società civile e uno Stato. Attribuire ad esempio al potere iraniano una netta svolta riformatrice con la presidenza Rouhani, l’ammorbidimento delle sue ambizioni di guidare tutti i musulmani, e la regione di cui è parte, significa disconoscere l’identità della Repubblica Islamica dell’Iran, gli interessi che tale Paese, così com’è governato dal regime attuale, considera irrinunciabili per la sua stessa esistenza. Infatti, la politica estera iraniana si mantiene, abilmente e realisticamente, coerente con quella identità, e quegli interessi nazionali. Semplificando, l’Iran persegue una politica estera eminentemente valoriale e idealista, nel suo costante riferimento alla forza di attrazione al millenarismo sciita, e al tempo stesso persegue una politica estera marcatamente realista per cogliere ogni opportunità per far progredire i propri interessi nazionali. Un realismo che viene sempre più orientato verso l’uso della forza e sempre meno verso il ricorso al diritto, esiste anche per i Paesi che hanno deciso, soprattutto negli ultimi quindici anni, di affermarsi in contrapposizione all’Occidente. I “valori euroasiatici” sbandierati dal Cremlino, e riecheggiati da una miriade di conferenze e convegni della ancora embrionale Unione Euroasiatica, servono a giustificare una politica estera basata sull’uso spregiudicato della forza: dalla Siria alla Crimea, ai “conflitti congelati” dell’Europa Orientale e al Caucaso. Il richiamo all’identità nazionale per legittimare politiche realiste non manca certamente in Asia: nel Mar della Cina sono ancora i diritti storici, le consuetudini nazionali, la proiezione marittima del Celeste impero quattrocentesco a giustificare, nell’affermazione di identità e interesse nazionale, la politica del fatto compiuto, peraltro condannato lo scorso luglio dal Tribunale Arbitrale dell’Unclos: la “recinzione” dell’intero Mar della Cina con le nove linee tracciate per estendere la sovranità cinese a scogli semisommersi e disabitati, diventati da pochi mesi nuove basi aeronavali cinesi.Per decenni Pechino ha rifuggito la realpolitik e ha  preferito un ‎basso profilo. Ora rompe vecchi taboo. Crea sue basi militari da Gibuti alla Cambogia, sviluppa sfere di influenza e zone cuscinetto rispondenti a propri interessi strategici,  stipula alleanze che dimostrano il pieno superamento delle tesi di un “non allineamento” anticolonialista dove le alleanze e le sfere di influenza non avevano teoricamente posto. La geopolitica evolve verso un sistema semi-bipolare nel quale Cina e Stati Uniti cercheranno di trovare intese globali, sul clima, il commercio, la sicurezza cyber, mentre continuerà probabilmente a inasprirsi il confronto sulla sicurezza e la libertà di navigazione nel Pacifico. La dimensione e la vitalità economica dei due paesi, la presenza globale delle loro imprese, la diversificazione produttiva, l’enfasi sulla ricerca e sull’educazione, ne fanno comunque sin da ora i due assoluti protagonisti sulla scena mondiale. Difficile prevedere se l’Europa riuscirà a riaffermarsi, oltre che da gigante economico, da comprimario sulla scena mondiale. In ogni caso, i principali Paesi Europei, Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna anche nel post-Brexit dovranno sostenere in ben diversa misura, per il futuro, gli oneri della Difesa Atlantica nelle regioni a Est e a Sud dell’Unione Europea, dato che il semi – bipolarismo Usa-Cina non riporterà probabilmente mai Washington a una presenza mediterranea ed europea neppur lontanamente paragonabile a quella cha ancora caratterizzava gli anni ’90. In tutto questo, la possibilità per la Russia di entrare in modo decisivo nel gioco di un “revisionismo” antioccidentale sembra fortemente condizionata – nonostante la rilevanza del suo dispositivo militare e l’assertività della visione strategica del Presidente Putin, dalla contenuta dimensione della sua economia (il PIL russo e pari a quello italiano; quello Usa circa dieci, e quello cinese sette volte tanto) – dalla incapacità di differenziarsi dalle risorse primarie, dai freni alla trasformazione e all’innovazione. Non vi è tuttavia alcun dubbio che i prossimi anni saranno contrassegnati da un confronto a tutti i livelli e su una miriade di tavoli negoziali circa “chi deve scrivere le regole”. Dalle questioni della proprietà intellettuale, a quelle ambientali, finanziarie, commerciali, sino alle materie che riguardano la sicurezza nei suoi aspetti globali – spazio, cibernetica, prevenzione delle pandemie – e nelle specifiche situazioni regionali, nuove regole devono essere scritte per la sicurezza europea e asiatica riguardo, ad esempio, l’uso della forza militare, le verifiche, le armi di distruzione di massa, il trattamento delle minoranze nazionali. Su tutta questa vastissima area di collaborazione, e anche di frizioni e contrasti tra i membri della Comunità internazionale‎, è di fondamentale importanza individuare ogni possibile piattaforma comune e politiche convergenti in seno all’Occidente. Se continueremo a essere divisi come siamo stati negli ultimi anni, dalla crisi Lehmann ad oggi, le regole saranno scritte a altre coalizioni di interessi e da Stati che hanno una assai diversa opinione dalla nostra circa le legalità internazionale, lo Stato di Diritto e i diritti dell’uomo universalmente riconosciuti da tutti, ma che molti vogliono comprimere e condizionare. La comunità internazionale ha fatto grandi passi avanti nell’adottare norme e  principi universalmente condivisi che regolano non più solo i rapporti tra gli Stati, ma che hanno anche efficacia diretta al loro interno. Nell’ambito della tutela dei diritti umani, delle decisioni di alcune giurisdizioni internazionali, la sovranità degli Stati ha subito condizionamenti e limitazioni. Non può essere più riconosciuto un potere assoluto dei Governi sui propri cittadini, solo perché uno Stato sovrano si avvale del  dogma della non interferenza negli affari interni. Nel suo insieme, l’avanzamento del diritto internazionale e l’impulso dato dalle organizzazioni governative e non appartengono a quella che a pieno titolo può essere chiamata la costruzione di un vero Stato di Diritto tra le nazioni. E’ interesse fondamentale dell’Italia sostenere in ogni modo possibile questo processo. Una legalità sempre più praticata e diffusa nella sfera internazionale non dobbiamo auspicarla per un platonico senso di giustizia, o di amore per il prossimo. Dobbiamo auspicarla nel senso di quanto affermava Adamo Smith per il mercato: a partire dall’interesse proprio, dal più elementare utilitarismo e spirito di autoconservazione. Dobbiamo però essere consapevoli che alla via del diritto si sovrappone per molti paesi e regimi quella della forza, dei conflitti per procura, delle occupazioni militari travestite da azioni di volontari e spedizioni umanitarie, del terrorismo agevolato quando non direttamente sostenuto dai servizi di intelligence. Non possiamo praticare una politica estera che vuol vedere quello che non c’è, che resta sorda a dichiarate intenzioni di Paesi da noi abbracciati come partners e che ci descrivono invece nei loro documenti strategici come pericolosi avversari, e persino nemici da attaccare. Né sembra onesto presumere che i Paesi più influenti sulla scena mondiale ritengano loro interesse cedere parti della propria sovranità statuale ad altri, siano essi organizzazioni globali o regionali; o negare che protagonisti della scena mondiale stiano attraversando un’evoluzione politica, sociale, e culturale che accresce la loro consapevolezza identitaria, e le loro pulsioni nazionalistiche; tutto ciò nonostante, o meglio, forse proprio a causa di una globalizzazione apparentemente lineare, ma sotto la superficie piena di contraddizioni e diseguaglianze.
La nostra identità e il rapporto con l’Islam

Il tema identitario assume rilevanza ‎ e attualità speciale nel rapporto con il mondo islamico. In una prospettiva storica il rapporto tra Islam e Occidente è stato oggetto di analisi improntate a crescente pessimismo‎. Il grande storico del Medio Oriente, Bernard Lewis ha descritto in un suo recente lavoro la ultramillenaria  spinta espansiva dell’Islam verso l’Europa, individuando tre epoche: la prima dopo l’Egira e le successive conquiste militari dei Califfi Omayyadi; la seconda con la pressione militare Ottomana sull’Europa meridionale e balcanica sino agli attacchi a Vienna nel Cinque e Seicento; le terza ai nostri giorni, non più con la forza delle armi ma con le migrazioni verso l’Europa e la crescita demografica delle comunità musulmane che vi risiedono. Un altro autorevole storico del mondo Musulmano, Ernst Nolte, mancato recentemente, ha insistito sul ruolo di “potere globale” che il mondo musulmano esprime. Le sue analisi di una quindicina di anni fa sono diventate ancor più attuali.

Permettendoci di leggere senza paraocchi fenomeni storici come l’Islamizzazione politica di vaste aree del pianeta Nolte sostiene che l’Islam “… è contro la globalizzazione commerciale o americana ma non è affatto contro una globalizzazione che unirebbe tutto il mondo sotto l’emblema dell’Islam: è una forza mondiale, vuole essere tale”. Negli ultimi anni della sua vita il Prof. Nolte paragonò gli aspetti negativi del giacobinismo violento al moderno islamismo, di fronte al quale “il vuoto dell’Occidente sta soccombendo…”. Secondo Nolte, l’islamismo è quindi la versione moderna dell’Islam fondamentalista, un prodotto della modernità che tenta però di riprodurre l’Islam delle origini, né più e né meno “assimilabile a bolscevismo e nazionalsocialismo” nella sua guerra globale. Nolte definì perciò l’Islamismo “il terzo radicalismo”.

Nonostante lo spessore dei rapporti politici, economici, culturali della società italiana con l’Islam Europeo e con tutti i Paesi musulmani, e nonostante la ricchezza, le opportunità, e i conflitti che hanno scritto quindici secoli di storia del Mediterraneo, dobbiamo riconoscere che si tratta di questione tanto importante per l’Italia quanto superficialmente trattata da gran parte della nostra opinione pubblica.

Vi è una grave carenza e ritardo nel riconoscere, prevenire, contrastare un’ormai estesa radicalizzazione, concentrata in alcune Regioni del Nord se si considerano le formazioni Salafite, e in altre regioni, ad opera di predicatori apparentemente innocui ma rivelatisi pericolosi reclutatori Jihadisti, e centri di proselitismo sciita sostenuti da Teheran. I Fratelli Mussulmani dispongono per parte loro di strutture rappresentative a livello nazionale e di un’ampia rete di sostegni politici, tra i quali membri che ricoprono cariche elettive nazionali e locali.

Siamo in enorme ritardo nella regolamentazione e controllo dei flussi finanziari, la cui provenienza da Governi con i quali abbiamo intense relazioni diplomatiche non garantisce destinazioni compatibili con i nostri principi costituzionali.

Il quadro di sicurezza interna impone urgenti iniziative di politica estera, sul piano bilaterale e multilaterale, e una strategia convincente di politica migratoria e di sicurezza interna. Non si spenderà mai abbastanza tempo nell’approfondire la complessità della questione. Per esemplificare, prendiamo due punti di riferimento: Marocco e Arabia Saudita.

 

A) L’ Arabia Saudita rappresenta un irrinunciabile partner strategico per l’Italia e per i Paesi che hanno a cuore la stabilità regionale. La sua politica estera condivide molti obiettivi occidentali. Negli ultimi quindici anni, da quando Riad è stata all’origine del piano di pace arabo, che ha poi sostenuto nel 2003 la Road Map e il principio di Due Stati, Israeliano e Palestinese, che esistano in pace e sicurezza, la posizione saudita sul processo di pace in Medio Oriente e il suo stesso atteggiamento nei confronti di Israele sono sostanzialmente apparsi moderati e costruttivi. Israele e Arabia Saudita non hanno formali relazioni diplomatiche e Riad non riconosce lo stato ebraico. Appare tuttavia sempre più ‎evidente che i legami tra i Sauditi, altri paesi sunniti e Israele, attivi da molto tempo nella riservatezza dei contatti di intelligence, stanno evolvendo verso collaborazioni e alleanze più esplicite.

Una delegazione saudita è stata in luglio a Gerusalemme per colloqui ad alto livello anche al Ministero degli Esteri. Della visita è stata data pubblica notizia. L’assertività della politica estera di Re Salman e di suo figlio Principe Mohammed bin Salman rivela maggiore disponibilità a collaborare con Israele. Se la scelta è riconducibile alle preoccupazioni verso l’Iran da un lato, e a quella che appare a Riad l’evanescenza della politica americana sull’Iran e sulla Siria. Essa corrisponde all’interesse Israeliano di rafforzare a tutto campo i rapporti con gli Stati sunniti della regione, a livello politico, economico e della sicurezza. Sono così state ripristinate relazioni costruttive con la Turchia. Il Ministro Shoukry è stato il primo Ministro degli Esteri egiziano a visitare Israele da nove anni a questa parte. Canali di comunicazione ufficiali sono ora aperti per Israele, oltre che per l’Arabia Saudita, anche verso gli Emirati Arabi e altri Stati del Golfo.

 

B) Il Mediterraneo Orientale sta assumendo caratteristiche nuove.

 

*          L’Italia, insieme ai partners europei e Atlantici deve  rispondere alle incognite di questa rapidissima evoluzione e deve coglierne le opportunità. Le incognite e le opportunità sono anzitutto:

–     la radicale modifica dell’equilibrio strategico Est Ovest nel Mediterraneo orientale, dopo il massiccio spiegamento militare effettuato dalla Russia per sostenere il regime siriano insieme all’alleato Iraniano. Putin si è mosso con una duplice motivazione: la guerra all’Isis; il rilancio di una presenza politica e militare russa in Medio Oriente “sostitutiva” del vuoto di iniziativa e di volontà, prima ancora che di risorse militari e diplomatiche, lasciato da un’Amministrazione Obama fiduciosa di avere nell’Iran un nuovo, potenziale alleato;

–     la correzione di rotta di Erdogan, verso Russia e Israele anzitutto, e la rimodulazione del suo atteggiamento verso Assad e lo Stato Islamico. Sui motivi di questa svolta credo abbia pesato il timore della destabilizzazione interna. Una scia impressionante di attentati ha colpito la Turchia negli ultimi mesi. Sicuramente sono stati originati da Jihadisti dell’Isis e a da altre organizzazioni terroriste come il Pkk curdo. Tuttavia, secondo alcuni, l’ulteriore dilagare del terrorismo sarebbe stato considerato da Erdogan una minaccia riconducibile anche altri istigatori, qualora Ankara avesse proseguito in una linea di confronto diretto con Mosca.‎ Erdogan è ora alla ricerca di un difficile equilibrio con Usa e Nato: una situazione che riguarda da vicino anche l’UE e gli interessi del nostro Paese. La visita del vice Presidente Biden a fine Agosto sembra aver portato qualche opportuno chiarimento dopo la polemica sull’estradizione di Gulen e lo strano tentativo di colpo di Stato;

–     le reti che si stanno definendo per esplorazione,‎ sfruttamento e trasporto di idrocarburi nel quadrante Cipro-Turchia-Israele- Egitto, grazie ai colossali giacimenti off shore del Mediterraneo orientale. La presenza italiana, soprattutto con Eni, è  di assoluta rilevanza, cosi come le collaborazioni che si stanno avviando.

*          Tra Mediterraneo Orientale e Golfo si sta così delineando una “comunità” che – sia pure informale e ancora lontana dall’assumere i contorni di un’Alleanza regionale – concentra molta attenzione sulle problematiche della sicurezza. E siccome in tutti questi Paesi “sicurezza” significa anzitutto lotta al terrorismo e alle sue cause, la collaborazione‎ deve necessariamente essere estesa alle politiche contro radicalizzazione e estremismo. Israele, Turchia, Egitto, Paesi del Golfo sono interlocutori di straordinaria importanza per il nostro Paese.

*          Per il contrasto alla radicalizzazione l’Italia deve promuovere un piano d’azione con ognuno di questi paesi, e collettivamente con loro non appena possibile. Promuovere questa collaborazione deve costituire un obiettivo per noi prioritario da porre al centro della Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione Europea e della concertazione atlantica‎.

 

C) L’irriducibile antagonista dell’Arabia Saudita é l’Iran. Nella contrapposizione si inseriscono anche le altre monarchie sunnite del Golfo. Essa e’ sempre stata aspra da quando nel 1979 la Rivoluzione Komeinista ha affermato il ruolo guida degli Sciiti iraniani sull’intero mondo musulmano. Ciò che implicherebbe la delegittimazione e quindi la fine  della Monarchia dei Saud, Guardiani delle Due Moschee. La presenza negli Stati sunniti del Golfo di attivissime minoranze Sciite influenzate dall’Iran costituisce un ulteriore elemento di instabilità per i sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Il contrasto Iran- Arabia Saudita si è aggravato con la fine del regime Iracheno nel 2003. E’ diventato ancor più virulento con la rivolta Houti in Yemen, con le incertezze e le inversioni di marcia americane nel corso degli ultimi tre anni in Siria e in Iraq, e soprattutto – la madre di tutte le questioni nella regione- con la ferma determinazione del Presidente Obama di puntare sull’Iran quale partner affidabile per la stabilità dell’area , nella previsione che gli equilibri interni al regime avrebbero modificato in senso riformista la natura  della teocrazia iraniana.. L’Accordo nucleare, JCPOA, sancisce la fine dell’isolamento iraniano e il successo di Washington, secondo la narrativa che viene  proposta da oltre un anno dall’Amministrazione americana e dai Governi occidentali , e che è tuttavia stata turbata da discutibili retroscena negoziali. Per Israele e per i Paesi del Golfo, e soprattutto per l’Arabia Saudita, l’Accordo nucleare  rappresenta un grave cedimento alle ambizioni espansionistiche dell’Iran . Di conseguenza, la contrapposizione che da decenni alimenta il proselitismo wahabita in Pakistan, Afghanistan, nei Balcani, nelle istituzioni religiose e culturali in tutta Europa, sta avendo  effetti ancor più negativi. In parallelo agli sforzi sauditi per radicalizzare a proprio vantaggio il mondo musulmano, Teheran si impegna sempre più attivamente, con  predicatori e centri di propagazione finanziati da entità “coperte” e dallo stesso Stato Iraniano, nel proselitismo sciita  e nella radicalizzazione.

 

D) Come per l’Iran, anche per l’Arabia Saudita vale un “metodo dei due livelli”, che tra l’altro è ampiamente utilizzato anche da altri Paesi – come il Pakistan. Ricordiamo che Bin Laden è vissuto per anni a qualche centinaia di metri da una base dell’intelligence pakistana. Un livello è la linea del governo, asserita pubblicamente, attuata in operazioni antiterrorismo, coordinata internazionalmente. Un secondo livello è quello autonomo, oscuro, disperso in una miriade di organizzazioni semi ufficiali o private, di programmi educativi e di assistenza che in realtà fanno proselitismo per le tendenze più estreme, radicalizzando comunità musulmane e individui in senso nettamente contrario ai nostri principi Costituzionali e ai diritti umani: ad esempio in tema di uguaglianza tra uomo e donna e di libertà fondamentali dell’individuo, specialmente in campo religioso.

Se la strategia Europea e Atlantica di contrasto al “secondo livello” del potere iraniano deve necessariamente riguardare le attività terroristiche di Hezbollah, Hamas, jihad Islamica e le saldature con organizzazioni quaediste manovrate da Teheran, nei confronti dell’Arabia Saudita – paese che si proclama alleato, e non antagonista dell’Occidente come si pone invece l’Iran – è giunto il momento di una svolta incisiva nella collaborazione che i Paesi Europei e Atlantici devono collettivamente vedersi assicurare da Riad.

Il New York Times ha recentemente notato che entrambi i candidati alla Presidenza americana, Hillary Clinton e Donald Trump sono d’accordo sulla minaccia terroristica alimentata dall’interno dell’Arabia Saudita. La Clinton ha deplorato “le scuole radicali e le moschee nel mondo che hanno messo così tanti giovani sulla via dell’estremismo”. Donald Trump ha definito i Sauditi “i più grandi finanziatori del terrorismo”. L’inviato speciale americano incaricato dei rapporti con le comunità musulmane nel mondo, Farah Pandith, ha dichiarato dopo aver visitato 80 diversi Paesi che l’influenza saudita sta distruggendo le tradizioni di tolleranza dell’Islam, e che se ciò non finisce se ne devono trarre serie conseguenze diplomatiche, culturali ed economiche.

Le contraddizioni di Riad sono apparse sempre più evidenti da quando si è dovuto constatare che quasi l’intero gruppo di terroristi dell’11 settembre 2001 proveniva dalla penisola saudita. Per molti si tratta della nota metafora del pompiere piromane. Sono saudite le istituzioni e i centri di irradiazione religiosa e culturale che promuovono una forma tossica di credo  che separa dogmaticamente un piccolo numero di veri credenti da tutti gli altri, siano essi Musulmani o non Musulmani.‎ Nello stesso tempo le autorità saudite sono nostre alleate nell’antiterrorismo e sembrano convinte che le buone relazioni con l’Occidente siano per loro di vitale importanza. Considerano la minaccia jihadista proveniente da Al Quaeda e dallo Stato Islamico pericolosissima per l’esistenza stessa dello Stato Saudita. Queste contraddizioni devono però fare i conti con la rivalità nei confronti del millenarismo Sciita iraniano e con l’esigenza saudita di combatterlo ad ogni costo.

*          Il “contenimento” delle ambizioni iraniane di dominio o per lo meno di supremazia regionale, le misure concrete da porre in atto per contrastarla, le garanzie di sicurezza che le monarchie sunnite del Golfo‎ chiedono di ottenere dagli Stati Uniti e dall’Occidente, incluso lo stesso Israele, nei confronti dell’ espansionismo di Teheran – stigmatizzato fra l’altro da tutte le recenti posizioni della Lega Araba – sono la direzione verso la quale Stati Uniti e Unione Europea devono urgentemente muoversi se si vogliono ottenere condizioni realistiche per avere dall’Arabia Saudita un’inversione di rotta: anche l’Occidente ha compiti da fare a casa se vuole far prevalere nella leadership saudita l’interesse a rendersi garante dell’eliminazione di tutte le “immunità” sinora esistenti “secondi livelli” coinvolti nella radicalizzazione dell’Islam sunnita, nel sostegno al terrorismo e all’estremismo.

*          Si tratta, per l’Italia, di priorità per la sicurezza nazionale. E’ nostro interesse lanciare iniziative diplomatiche europee e atlantiche in questa direzione. Il mezzo milione di immigrati entrati spesso senza identificazione sul nostro territorio negli ultimi tre anni proviene in notevole percentuale da Paesi musulmani. La precarietà della loro condizione economica e psicologica li rende facili destinatari di un coinvolgimento e di un’interessata opera di assistenza da parte di moschee e centri di proselitismo Salafita e Wahabita dove gli impulsi all’estremismo e alla radicalizzazione sono all’ordine del giorno.

 

E) Nella strategia complessiva che dovremmo urgentemente avviare nei rapporti con il mondo Musulmano vi sono Paesi, Governi e realtà che operano in sostegno degli obiettivi di dialogo, tolleranza ed evoluzione culturale verso  riforme e modernità, come noi auspichiamo. Vale per tutti, oltre al significativo e esplicito discorso pronunciato ad inizio del 2015 dal Presidente Egiziano el-Sisi  all’Università Al-Azhar del Cairo in sostegno di un Islam riformato, l’azione svolta da tempo dal Re del Marocco Mohammed VI. Il 20 agosto scorso il Re, rivolgendosi alla comunità dei credenti nel suo ruolo di capo del consiglio superiore degli Ulema, ha affrontato con grande chiarezza il tema del fanatismo musulmano, dell’Africa e dei migranti. Ha condannato in modo durissimo l’assassinio di padre Hamel, dicendo: “Siamo convinti che l’assassinio di un prete è un atto illecito secondo la legge divina. La sua uccisione dentro a una Chiesa e follia imperdonabile. I terroristi che agiscono in nome dell’Islam non sono musulmani e sono condannati all’inferno per sempre”.

L’azione del governo marocchino nel contrasto all’estremismo e nel consolidamento di una fede tollerante e moderata  ha preso una dimensione rilevante dopo i gravi attentati di Casablanca nel 2003,con 45 vittime. Ogni anno Rabat forma 200 nuovi Imam e predicatori, e organizza per due giorni ogni mese seminari di aggiornamento che coinvolgono 50.000 Imam. Si tratta di un impegno sorretto da un considerevole sforzo economico. Uno sforzo rivolto anche all’estero. Nel Marzo 2015 il Re ha inaugurato l’Istituto Mohammed VI di formazione del clero musulmano. L’idea è nata anche in questo caso per rispondere alla minaccia Jihadista, originata nel 2012 in Mali. L’originario programma per la formazione di Imam di tale Paese si è rapidamente esteso a altri paesi africani.

*          Il Marocco non è il solo Paese al quale l’Italia è gli altri Paesi occidentali dovrebbero sempre più collegarsi per attività di formazione destinate a comunità emigrate in Europa da Paesi musulmani.‎ In Egitto l’Università Al-Azhar forma dal 2012 migliaia di predicatori e religiosi che operano nel Paese e all’estero. Dallo scorso anno la Francia ha programmi di formazione degli Imam con l’Egitto e con l’Algeria. Anche per noi si tratta di iniziative di estrema importanza alle quali la politica estera del nostro Paese deve dedicarsi a fondo. Ovviamente, non soltanto la politica estera. Negli ultimi due decenni il rapporto delle Istituzioni e dei Governi con la complessa e culturalmente ricca realtà dell’Islam italiano ‎è stato alto tra le priorità della politica nazionale, ma per intervalli troppo lunghi è stato relegato altrove, riemergendo nel dibattito politico soltanto quando si sono aperte emergenze migratorie, terrorismo o problemi di ordine pubblico. L’azione di politica estera deve inserirsi in una visione complessiva, nella quale scuola, educazione al dialogo e alla tolleranza, riconoscimento della identità siano al centro del rapporto con tutte le comunità musulmane nel nostro Paese. Ciò non può avvenire senza la collaborazione dei Paesi che hanno con queste comunità collegamenti importanti.

*          È un quadro nel quale spicca anche il ruolo della Turchia. I quasi sei anni che sono passati dall’avvio delle Primavere Arabe hanno sovvertito praticamente tutti i presupposti – a cominciare da quello “zero problemi con i nostri vicini”- della sicurezza turca e della sua fiducia in una crescente influenza regionale, dal Mediterraneo e Medio Oriente, all’Africa, al Caucaso e all’Asia Centrale, sostenuta da un’economia in rapidissima espansione e dal rafforzamento politico di Erdogan. L’incantesimo si è spezzato con la distruzione della Siria. L’Italia ha costantemente sostenuto l’allargamento dell’Ue alla Turchia vedendone il presupposto nella adesione convinta di Ankara alla Alleanza Atlantica, nella sua accettazione dei principi fondanti del Trattato di Washington, e nel contributo rilevante che le Forze Armate turche hanno sempre assicurato alla Nato anche nei periodi più difficili della Guerra Fredda‎. Prima del consolidarsi della tendenza islamista, gli europei scettici, come in Francia, Germania e Olanda, quanto all’opportunità dell’ingresso di Ankara nell’Unione avanzavano riserve motivate dal mercato del lavoro, di flussi di immigrazione, da disomogeneità culturali e sociali. Da tempo le voci contrarie si sono fatte più insistenti. La rielezione di Erdogan, le ambiguità sulla questione siriana e curda, la repressione del fallito golpe hanno soldi tanto rincarato la dose di contrarietà. Credo si debba fare di tutto per tenere impegnata la Turchia nel percorso di avvicinamento all’Europa e nel ruolo che deve continuare a svolgere nell’Alleanza Atlantica.

*          L’Italia ha maturato sin da prima del 2004, anno in cui il referendum sulla Costituzione Europea prese in Francia e altrove intonazioni antiturche, una forte credibilità ad Ankara. La qualità e l’importanza dei rapporti politici ed economici lo dimostrano perfettamente. Abbiamo insistito con i partners europei per aprire  la porta dell’Unione quando segni concreti verso i turchi avrebbero ‎potuto influire positivamente sull’involuzione islamista di quella opinione pubblica. Il nostro impegno era condiviso soprattutto dalla Gran Bretagna. Il post-Brexit crea indubbiamente un problema. Ma non possiamo lasciare il rapporto Ue-Turchia a una gestione monocratica tedesca.

*         Sulla relazione con la Turchia, cosi importante per l’Italia  nell’evitare che la rotta balcanica di traffico dei migranti diventi definitivamente quella libica, il nostro paese deve agire a Bruxelles (UE) e a Strasburgo‎ (Consiglio d’Europa) per ristabilire, come detto recentemente da Thorbjorn Jagland – Segretario generale del Consiglio d’Europa – comprensione e fiducia reciproca: a condizione che Ankara si astenga, tra l’altro,  di reintrodurre la pena di morte. Circa le misure repressive contro i presunti responsabili e partecipanti del putsch dello scorso luglio la Turchia ha chiesto di derogare ad alcuni obblighi derivanti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo, ai sensi dell’art.15. La Convenzione deve confinare a essere applicata sotto la supervisione della Corte Europea dei diritti dell’uomo, in base al principio che le misure prese devono essere strettamente necessarie e proporzionate alla minaccia alla quale le autorità sono esposte. Una grande attenzione va perciò riservata alle misure di identificazione delle persone, al controllo dell’informazione, alla detenzione preventiva.

*          Il metro dello Stato di Diritto e del rispetto dei diritti umani, riguardo alla Turchia così come alle altre situazioni che riguardano il Mediterraneo, il Medio Oriente, i rapporti con l’Islam, e in tutto il mondo dovrà perciò misurare la credibilità e l’efficacia della politica estera italiana e occidentale a breve e a lungo termine.

 

Elementi utili su Difesa

Con l’uscita della Gran Bretagna – cui l’Italia è legata con Leonardo-Finmeccanica- la leadership che si va configurando sembra inevitabilmente franco-tedesca, soprattutto perché siamo l’unico Stato dell’Unione che continua a tagliare i bilanci delle forze armate e la debolezza delle commesse interne sul lungo periodo rischia di renderci più esposti anche sul fronte industriale. Un terzo pilastro riguarda l’intensificazione della cooperazione tra Ue e Nato approvata lo scorso luglio al summit dell’Alleanza Atlantica a Varsavia e che dovrebbe svilupparsi nei settore della sicurezza marittima, dell’immigrazione, cyber security e interoperabilità militare. Temi sui quali l’Europa tentenna: non ha mai assunto una sola iniziativa militare o di sicurezza concreta per contrastare l’immigrazione illegale e negli altri settori citati non presenta solidi programmi e politiche unitarie ma tante e diverse iniziative nazionali.

Nel Libro Bianco reso noto a luglio, non a caso subito dopo il Brexit, Berlino ha annunciato la volontà di assumere la leadership militare della Ue, un incremento delle spese per la difesa e l’arruolamento di cittadini di tutti i Paesi dell’Unione: considerando retribuzioni e benefit offerti, la Germania assorbirà così i migliori giovani europei. Cooperazione rafforzata, rivitalizzazione dei battlegroup europei nati nel 2007 e mai istituiti, l’attivazione di un Quartier Generale europeo, di comandi Ue per le singole operazioni in atto, di coordinamento logistico nel campo del trasporto strategico e l’attuazione del meccanismo per il finanziamento comunitario delle missioni targate Ue sono gli obiettivi prioritari dell’asse Parigi-Berlino. Di fatto si tratta di punti molto simili a quelli del programma italiano presentati dal Ministro Roberta Pinotti, del tutto ignorato da francesi e tedeschi. Il documento italiano proponeva la definizione di una strategia per la difesa; la revisione del concetto di battlegroup, l’unificazione della pianificazione strategica delle missioni europee, la creazione con gli Stati che lo desiderano di una European Multinational Force, sostenere la produzione industriale militare con incentivi fiscali e finanziari per i progetti di cooperazione militare con esenzione dall’Iva e sostegno della Banca europea degli investimenti. La ragione dell’indifferenza franco tedesca verso il documento italiano sembra evidente: evitare di includerci nel “direttorio” poiché in tutti campi citati la leadership franco-tedesca è assicurata dal peso delle loro forze armate e bilanci della difesa.

D’altra parte se Berlino e Parigi – dopo il Brexit rimasta l’unica potenza nucleare dell’Unione – vedono la Ue come un’occasione per ampliare le propria area d’influenza incrementando spese e capacità militari, a Roma è sempre stata in voga una visione opposta che vede la difesa europea considerata, fin dai tempi del governo Berlusconi, una soluzione per ridurre le spese militari.

©2020 Giulio Terzi

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