Discorso “La difesa dei diritti LGBT nel quadro dei diritti umani e delle relazioni internazionali”

In occasione della
“Giornata Internazionale del Ricordo contro la Violenza Transfobica”

TUTTI DIVERSI, TUTTI UGUALI

La situazione LGBT nelle società contemporanee:
dai diritti di alcuni, ai diritti di tutti

Torino, 21 Novembre 2016

 

Titolo relazione: “La difesa dei diritti LGBT nel quadro dei diritti umani e delle relazioni internazionali”

 

 

Presidente Laus,

Assessore Giusta,

Ministro Petri,

 

mi congratulo vivamente con la Presidenza del Consiglio Regionale del Piemonte per la sensibilità dimostrata anche in questa occasione riguardo le tematiche dei Diritti Umani e delle libertà fondamentali in Italia e nel mondo.

Mi congratulo per la partecipazione del Ministero degli Affari Esteri con il Presidente del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani; del Comune di Torino con l’Assessore alle Famiglie e alle Pari Opportunità;

del Comitato regionale per i Diritti Umani; dell’autorevole Human Rights Watch; di EDGE – Excellence & Diversity by LGBT Executive; di Torino Gay and Lesbian Film Festival; del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito; di Nessuno Tocchi Caino, organizzazioni rappresentate qui da relatori che – anche sul piano internazionale – sono tra gli assoluti protagonisti di questa battaglia per la dignità e i diritti fondamentali della persona.

Una battaglia che ha registrato decisivi progressi negli ultimi vent’anni. Ma che deve essere proseguita e intensificata con la massima determinazione.

Lo dimostra perfettamente il documentario “Angels on death row” sulle atroci repressioni del regime Iraniano degli omosessuali, che si sommano a quelle contro le minoranze politiche, etniche e religiose, di cui abbiamo appena visto un estratto. Voglio anch’io trasmettere tutta la mia ammirazione ad Alessandro Golinelli e a Rocco Bernini per averlo realizzato.

Last but not least, sarebbe imperdonabile non ricordare che gran parte del merito per questa iniziativa va allo straordinario impulso di Luca Poma e Yuri Toselli, e alla visione e autorevolezza di Fabio Canino, un uomo che mai ha rinunciato alla necessità di difendere le proprie idee sul tema LGBT nelle organizzazioni nelle quali ha lavorato, pagandone a volte anche il prezzo…

Vi confesso che è stata per tutti noi una profonda emozione ascoltare poco fa le parole di Marco Pannella. Credo lo sia stato specialmente per Sergio Rovasio, militante e Parlamentare radicale, con Marco tra i fondatori del Coordinamento Radicale Antiproibizionista e dell’Associazione Radicale “Certi Diritti”. Lo è stato anche per me, per l’amicizia e la stima che mi ha legato a Marco Pannella sin dai tempi della campagna all’ONU contro la pena di morte, a quella per la Corte Penale Internazionale, e a molte altre.

Insieme agli amici radicali impegnati con il “Global Committe for the Rule of Law- Marco Pannella” nel cammino intrapreso da anni per consolidare lo Stato di Diritto attraverso il Diritto alla Conoscenza, abbiamo pensato che il “Global Committee” dovesse subito concentrarsi su un aspetto estremamente qualificante per i Diritti Umani : la tutela dei diritti LGBT.

Riteniamo infatti che l’affermazione dei diritti LGBT sia non solo di grande importanza per l’attuazione dello Stato di Diritto; ma siamo anche convinti che – nell’addensarsi di fenomeni non rassicuranti per il consolidamento universale dei diritti umani – le tutele verso i diritti LGBT costituiscano sempre più una “linea spartiacque” tra un mondo che evolve positivamente, e un altro che dà preoccupanti segni di regresso.

Negli ultimi quindici anni 27 paesi hanno abbandonato la democrazia liberale per trasformarsi in dittature o autocrazie.

In diverse democrazie le restrizioni alle libertà e le limitazioni al diritto di conoscere sono crescenti, così come il dilagare della corruzione, delle impunità, delle discriminazioni tra i pochi al potere e la massa dei cittadini onesti.

Gli Stati autocratici, confessionali, dittatoriali colgono ogni occasione per accrescere repressioni, torture, esecuzioni, pulizie etniche. Non hanno neppure il fastidio di dover ascoltare dai governi occidentali un blando richiamo, o segno di sconcerto, e si sentono così ancor più incoraggiati a violare sistematicamente i Diritti dell’Uomo universalmente riconosciuti.

E allora vi dico che è ora di attivare una dinamica nuova.

 

Ciò è ancora più urgente con le incertezze sulla coesione dell’Occidente seguite alle elezioni Presidenziali Americane.

Dobbiamo rafforzare ed estendere in ogni modo possibile una rete di personalità , di attivisti, di organizzazioni, di Human Rights Defenders… e dobbiamo farlo a livello globale.

La nostra epoca è segnata e insanguinata da riemersioni fondamentaliste che negano le libertà individuali, da disegni neo-imperiali, da follie razziste e antisemite, dal diffondersi di un islam politico radicale, da organizzazioni criminali come l’ISIS e da Stati che sostengono il terrorismo.

L’idea di sostenere questo Convegno ci è venuta lo scorso agosto, quando abbiamo saputo di crimini che hanno ancora una volta dimostrato quanto le persone con diverso orientamento sessuale non soltanto siano da sempre oggetto di derisione e provocazioni, ma anche di molto peggio…

Come sappiamo, lo scorso agosto a Istanbul un giovane omosessuale già vittima delle violenze di alcune gang, è stato ucciso e il suo corpo orribilmente mutilato; l’informazione turca non ha dato alcun rilievo al delitto, né vi è stato alcun arresto. Pochi giorni dopo, è stata la volta di una transessuale, Hande Kader, nota il per il coraggio dimostrato al Gay Pride di Istanbul, quando – percossa dalla Polizia – aveva proseguito la sua “orgogliosa marcia”. Ebbene, i suoi resti straziati e carbonizzati sono stati scoperti in un’auto abbandonata.

Due gravissimi episodi, tutt’altro che isolati. Vi sono molti segnali di arretramento sui diritti LGBT nel mondo: mentre i progressi sono significativi in una trentina di paesi occidentali, essi sono del tutto assenti altrove.

In Europa orientale, Russia, Bielorussia e spazio Eurasiatico, in quasi tutto il Medio Oriente e in parte dell’Asia, nella quasi totalità dell’Africa e persino in alcuni paesi Latino americani e Caraibici, i diritti LGBT sono negati. Gay, lesbiche e trans rischiano torture, pene detentive, ergastolo e condanne a morte.  Ebbene, vi dico che è ora di finirla nel non voler denunciare questa situazione di fatto, nel voler chiudere gli occhi per non urtare le sensibilità di qualche membro delle istituzioni o per non compromettere affari redditizi con qualche Governo, o più semplicemente, com’è accaduto di recente anche nelle discussioni che mi impegnano quotidianamente sulla mia pagina Facebook, “perché” – secondo alcuni – “c’è sempre qualcosa di più importante da dire o da fare”.

I dati parlano chiaro: quanto più ci si allontana dallo Stato di Diritto e ci si addentra nell’impero dell’autoritarismo, tanto più le persone LGBT – come d’altra parte anche altre minoranze – vengono discriminate e perseguitate. Il termometro che segna la “febbre dell’intolleranza” misura anche la gravità della malattia che affligge lo Stato di Diritto nei Paesi illiberali.

Il fenomeno non riguarda soltanto Stati e Governi. Coinvolge movimenti, partiti, confessioni religiose. Comprende comunità musulmane insediate da tempo in Europa, così come fasce di più recente immigrazione. La spirale di radicalizzazione si traduce nell’istigazione contro i gay e contro ogni forma di sessualità ritenuta “non compatibile” con religiosità fondamentaliste che molti fautori dell’Islam politico pretendono di imporre in completa violazione dei principi Costituzionali e delle leggi vigenti.

Stupisce poi la rincorsa di certi business verso l’Eldorado costituito da paesi illiberali che violano i diritti LGBT: se si esaminano questi fenomeni dal punto di vista dell’integrazione socio-economica e delle conseguenze che essi hanno, ad esempio, sull’andamento dell’economia e quindi sulle stesse potenzialità di crescita e di sviluppo, emerge il dato incontestabile evidenziato anche dal recente rapporto “LGBT Business Impact”, del quale ci parlerà tra poco il Dott. Angelo Caltagirone di EDGE, e come ha sapientemente citato Fabio Canino nel suo ultimo bellissimo e stimolante romanzo “Ranibow Republic”: “…ovunque prevalga un clima di rispetto, fiducia e inclusione, migliorano sensibilmente produttività e performance aziendali, mentre laddove accade il contrario ci troviamo dinnanzi a contrazione del mercato, alimentata dall’intolleranza e dal senso di esclusione…”.

Una ricerca sull’odio transfobico – pubblicata poche settimane fa negli Stati Uniti da “Witness”, nota ONG per i Diritti Umani – ha esaminato 329 video postati su Youtube, Facebook, Vine e Twitter, nei quali persone transessuali erano percosse e insultate in pubblico. Ebbene, la maggioranza dei ben 230.262 like, condivisioni e commenti espressi dopo la visione di tali Post, ha rilevato contenuti marcatamente  negativi non già a carico degli autori delle aggressioni, come ci si sarebbe potuto aspettare, bensì contro le vittime degli attacchi.

D’altra parte, l’intolleranza verso le “diversità” è alimentata dalla sovrapposizione d’identità sociali differenziate tra loro, ma unite dal filo rosso della discriminazione: per questo negli USA si sente parlare spesso di “intersectionality”, ovvero di “discriminazioni multiple”: un concetto, questo, teorizzato dall’afroamericana Kimberlè Crenshaw, che ha definito le discriminazioni e violenze subite dalle donne afroamericane, non solo in quanto donne oppure in quanto nere, ma in quanto “donne-nere”, in una realtà dove convergono “assi di oppressione” – razzismo e sessimo – che sono shock simultanei di particolare gravità. Il principio si può applicare con lo stesso criterio a tutti gli individui oggetto di discriminazioni a causa della concomitanza di più fattori: omosessuali musulmani, donne musulmane, omosessuali latino-americani, uomini e donne affette da disabilità, e così via.

Grazie al rilevante contributo dell’Italia, dai Governi che si sono succeduti e dalle ONG rappresentate, negli ultimi anni il Consiglio per i Diritti Umani e l’Alto Commissariato dell’ONU sono stati al centro degli sforzi per far progredire il Diritto Internazionale su queste tematiche. Proprio la nozione di “intersectionality”, appare in modo implicito nella importante Risoluzione adottata lo scorso 30 Giugno a Ginevra; la Risoluzione – “Protection against violence and discrimination based on sexual orientation and gender identity” – è infatti rilevante per i seguenti motivi, che voglio evidenziarvi uno per uno:

·       riafferma l’universalità dei diritti umani e delle libertà fondamentali e l’obbligo della comunità internazionale di trattarli globalmente in modo “giusto e uguale”;

·       assicura a questi diritti l’esatta parità di trattamento e importanza degli altri diritti fondamentali dell’Uomo;

·       ricorda che promuoverli è specifica responsabilità degli Stati, indipendentemente dal loro sistema politico, economico, sociale;

·       riafferma che tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali in dignità e diritti, e che a ciascuno devono essere riconosciuti i diritti e le libertà sancite dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo senza distinzione di alcun tipo, di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinioni politiche o altro, origine nazionale o sociale, nascita o altro status;

·       deplora fortemente gli atti di violenza e discriminazione in ogni regione del mondo commessi contro individui a causa dei loro orientamenti sessuali o della loro identità di genere;

·       nomina un Esperto Indipendente per la protezione contro la violenza e discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.

Vi aspettereste che una Risoluzione di questa natura, con toni che pur tengono pienamente conto delle realtà, tradizioni, e situazioni locali, fosse adottata da tutti i Paesi membri del Comitato Diritti Umani dell’ONU, e fosse stata approvata magari per acclamazione: ciò che è avvenuto al Palais des Nations lo scorso 30 giugno fotografa invece la mappa di un pianeta Terra nel quale si moltiplicano le recinzioni di filo spinato contro persone, gruppi di individui, minoranze, e interi popoli.

Perché – è arrivata l’ora di dirlo senza alcuna timidezza – Vi sono Governi, forze politiche, religiose e sociali, che vogliono negare i diritti LGBT, che sono stati perfettamente definiti da Trattati sottoscritti dai Governi e ratificati dai Parlamenti, diritti LGBT il cui rispetto dovrebbe rappresentare la condizione essenziale per uno Stato di poter essere ammesso e di continuare a far parte delle Nazioni Unite.

Ebbene, la Risoluzione sui Diritti LGBT è stata approvata dal Comitato Diritti Umani con soli 23 voti su 47 Stati che ne fanno parte.

A favore, tutti i Paesi occidentali e i latinoamericani, con la significativa adesione anche di Governi che non sono certo “ filo occidentali”, come Cuba, Ecuador, Bolivia, Venezuela, e alcuni paesi asiatici come Vietnam e Mongolia. Ma hanno votato contro proprio due membri permanenti del Consiglio di sicurezza – Russia e Cina – insieme ad altri sedici Stati asiatici e africani. Tra le sei astensioni, hanno spiacevolmente sorpreso, in ragione della loro storia nazionale e dei principi che sono stati alla base della loro indipendenza, quelle delle Filippine, e ancor più dell’India e del Sud Africa.

In queste ultime settimane, a conferma di quanto accaduto nella votazione a Ginevra, abbiamo visto proporre una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che mette ora a rischio l’esistenza stessa dell’Esperto nominato a Ginevra, e che di fatto sorprendentemente nega che i diritti delle persone LGBT siano diritti umani. In settembre il presidente del Comitato Diritti Umani aveva annunciato che l’esperto sarebbe stato il tailandese Vitit Muntarbhorn; ma il meccanismo rischia già d’incepparsi, per l’iniziativa senza precedenti del Botswana, a nome di tutto il Gruppo Africano, un’alleanza nefasta che include il Sud Africa. Fatti gravi, che hanno portato il Direttore a Ginevra della ONG “ARC International”, Arvind Narrain, a denunciare come stia avvenendo un “tradimento della Costituzione scaturita dalla lotta contro l’apartheid”.

La risoluzione dell’Assemblea Generale ONU chiede infatti – lo dico con amarezza e forte preoccupazione – di rinviare sine die l’attività dell’Osservatorio LGBT. Mai prima d’ora si era chiesto di votare in Assemblea Generale su una materia di stretta competenza del Consiglio per i Diritti Umani, con il rischio che si possa così minare il senso del esistenza del Consiglio stesso. I promotori della risoluzione, inclusi il Sud Africa, affermano che – secondo loro – le nozioni di orientamento sessuale e identità di genere non devono essere collegate ai diritti umani, e ne mettono persino in discussione l’universalità; in poche parole confinano i diritti delle persone LGBT alla mera, esclusiva competenza nazionale, coperta dal principio di “non interferenza negli affari interni” degli Stati sovrani. Ebbene, a questo genere di iniziative bisogna rispondere con un secco, incondizionato e fortissimo “NO”.

Mi pare interessante citare testualmente le conclusioni dell’ importante lavoro di tre anni fa di Jack Donnelly, dal titolo “Universal Human Rights in theory and in practice”: “La discriminazione contro le minoranze sessuali è diffusa e profonda nella maggior parte delle società contemporanee… In circa sessanta paesi i rapporti sessuali consenzienti tra adulti dello stesso sesso sono proibiti. In Iran, Mauritania, Arabia Saudita, Sudan e Yemen viene applicata la pena di morte. Discriminazione e violenze contro le minoranze sessuali sono comuni e ben documentate… In casi ben noti, i leaders nazionali si sono impegnati in campagne denigratorie che hanno innescato discriminazione e violenze… Ugualmente preoccupante, la violenza che pervade anche paesi che dispongono di un buon record in materia di diritti LGBT…sono state documentate violenze anti gay anche ad Amsterdam, una città tra le più liberali e “gay friendly” del mondo… In molti paesi l’orientamento sessuale è un motivo accettabile per discriminare nel lavoro, nell’alloggio, nell’accesso a servizi pubblici, nell’eredità… Vi è anche una dimensione internazionale. Molti paesi negano l’ingresso agli omosessuali perché costituiscono una minaccia alla salute pubblica e alla morale… Queste violazioni pervasive ai diritti umani, e il fatto che esse siano volute o consentite dalle autorità di molti paesi al mondo – conclude Donnelly – riflette la profondità dei pregiudizi sociali che ancora esistono contro queste minoranze…”

Se, come dicevo all’inizio del mio intervento, molti progressi sono stati realizzati dal 2013, quando queste osservazioni sono state scritte, esse mantengono peraltro tutta la loro validità quando notiamo ciò che è accaduto a Ginevra e a New York: un grave passo indietro nel monitoraggio e misure a tutela  delle persone LGBT.

Le norme sui Diritti Umani, mi avvio a concludere, si sono consolidate negli ultimi decenni attraverso un percorso “incrementale” e di consenso. Esso non comporta necessariamente l’assoluta unanimità, e tuttavia, se le resistenze diventano così diffuse e pressanti, le obiezioni al progresso possono diventare preclusive; per questo motivo, alcuni iniziano a ritenere che l’automatica inclusione delle minoranze sessuali all’interno del sistema generale di protezione internazionale dei diritti umani sia, nell’attuale clima politico mondiale, un obiettivo molto critico e problematico. Questa situazione generale ci indica chiaramente una strada: l’obiettivo di un’inclusione esplicita e completa dei diritti LGBT nell’acquis giuridico delle Nazioni Unite deve essere un traguardo urgente cui mirare.

La verità è che dobbiamo inevitabilmente essere preparati – tutti noi – a una lunga lotta, prima di conseguire risultati soddisfacenti a livello globale. Non è stato del resto molto lungo il processo di maturazione per i diritti delle donne o delle minoranze razziali, ancora gravemente carenti in buona parte dell’umanità…?

Un incoraggiamento può in ogni caso venire da alcuni risultati concreti che sono stati ottenuti recentemente in Europa, in America e altrove nel mondo occidentale, e cito un fatto apparentemente “secondario” ma invece importante: l’Articolo 17 del “Covenant sui Diritti Civili e Politici”, che comprende il diritto alla privacy, è stato fatto valere – con successo – contro una legge della Tasmania che criminalizzava i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso. Questo intendo dire quando parlo di instancabile, puntuale, incessante e coraggiosa battaglia per non arretrare di un passo nella difesa dei diritti LGBT: gli strumenti vi sono, nel diritto internazionale, basta non avere timore di utilizzarli.

Forte – mi permetto di dirlo – di un percorso quarantennale di attività nella Diplomazia internazionale e in politica estera, e quindi pienamente consapevole del senso di ciò che sto per dirvi, voglio sottolineare un’affermazione che ritengo non essere  negoziabile, come universali, indivisibili e non negoziabili sono i valori formulati dalla stupenda “Universal Declaration of Human Right”: la questione LGBT rappresenta uno snodo cruciale nell’affermazione dello Stato di Diritto a livello globale, perché, laddove non vi è rispetto dei diritti LGBT, semplicemente non può esistere Stato di Diritto.

Come non concludere allora con una citazione di Giovanni Minerba, fondatore e Direttore del “TGLFF – Turin Gay and Lesbian Film Festival”, eccellenza italiana, seconda manifestazione a tematica LGBT nel mondo, quando nella sua lettera introduttiva alla 31° edizione della manifestazione, dal titolo “Precise Direzioni”, scriveva: “Continuo a chiedermi per quanto ancora dovremo solo ‘tenere a mente’ e non vedere concretamente realizzato e attuato quanto disse il Presidente Obama nel suo discorso di insediamento: ‘La nostra missione non sarà completa fin quando i nostri fratelli e sorelle gay, lesbiche e transessuali non saranno trattati esattamente come chiunque altro davanti alla legge’”

Grazie per la Vostra attenzione e buon proseguimento di pomeriggio con questo straordinario evento.

©2021 Giulio Terzi

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