Intervento “Francia vs Italia: addio Libia?”

Roma, 5 marzo 2019 

Sala Nilde Iotti, Camera dei Deputati – Piazza del Parlamento, 19

 

Relazioni internazionali: forma e sostanza divergono, tra Est e Ovest.

 

Oggi parliamo di un tema fondamentale, che riguarda l’interesse nazionale del nostro Paese.

Riguarda l’interesse nazionale perché Europa e Mediterraneo sono le due dimensioni geopolitiche di assoluta rilevanza per tutti gli italiani e per la nostra Sovranità nazionale.

 

Ricordiamoci sempre, al disopra di ogni altra questione, che abbiamo doveri ben precisi nei confronti di decine di migliaia di nostri fratelli ignominiosamente cacciati da Gheddafi nel 1970 ed ho il piacere e l’onore di salutare la partecipazione qui oggi della presidente nazionale dell’Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia (Airl Onlus), Dott.ssa Giovanna Ortu.

 

L’Associazione svolge un’encomiabile attività di tutela dei diritti dei nostri connazionali e di memoria di quanto avvenuto.

Nel 2020 ricorre il cinquantenario del rimpatrio della collettività italiana dalla Libia.

Queste le date:

– 21 luglio 1970, decreto di confisca di tutte le proprietà;

– 7 ottobre 1970, decreto di espulsione.

La ricorrenza dovrà essere occasione per il Governo Italiano di chiudere nei confronti degli aventi diritto un contenzioso che si trascina da mezzo secolo.

Ho pregato la Presidente Ortu di rendere disponibile per tutti Voi una scheda di sintesi sull’intera questione.

 

Il tema dei rapporti Italo-francesi, anche in relazione alla Libia relativamente facile da affrontare a colpi di slogan. Meno facile, forse, è metterlo a fuoco con realismo e formulare concrete proposte politiche.

Diciamoci subito che gli ultimi cinque/sei anni hanno cambiato radicalmente -e destrutturato- forma e sostanza delle relazioni internazionali.

Ma questo è avvenuto in modo diverso tra i due distinti emisferi del pianeta.

In quasi tutto l’Occidente è divenuta dominante una forma “gridata” di politica estera, per suscitare indignazione e per  acquisire consensi interni quale che sia il prezzo da pagare all’estero.

Assistiamo praticamente ogni giorno a esternazioni di questo tipo in America e in Europa, con insulti tra personalità di Governo e dichiarazioni offensive per Governi e interi Paesi. Non solo tra Paesi di schieramenti avversi, come DPRK e USA- ricordiamo gli scambi fra Trump e Kim Jong due anni fama anche, e ciò è  ancor più preoccupante, tra Paesi e Governi alleati che condividono identici valori e  comuni  interessi nazionali. Numerosi sono i Leader Europei con i quali il Presidente Trump ha polemizzato pubblicamente, venendone poi ripagato con la stessa moneta. E questi stessi Leader, e i loro gregari, hanno fatto lo stesso tra di loro.

Nella sostanza questa “nuova” politica estera provoca lo smantellamento irriflessivo di politiche  mirate a garantire la Sovranità degli Stati, a  mantenere regole efficaci nel commercio internazionale, nella risoluzione dei conflitti, nella limitazione degli armamenti, nella collaborazione tra gli Stati per la sicurezza e la crescita economica. Si generalizza – per l’America quanto per l’Europa- la linea del “disimpegno”, della rinuncia a competere, e della rinuncia – spesso gratuita- ai propri  spazi di influenza.

In quasi tutto l’emisfero Orientale del pianeta ultimi anni hanno invece rafforzato potentemente la continuità della politica estera tradizionale, in Russia come in Cina, in India come in Iran: attraverso una diplomazia che ricorre senza esitazioni anche alla forza militare o economica e che nella forma e nella sostanza, risponde a strategie precise di affermazione dell’interesse nazionale, alla proliferazione di sistemi di Governo autocratici e illiberali, alla promozione di asseriti “valori tradizionali”, religiosi e politici.

Non che Putin o Xi Jinping si astengano da una rumorosa propaganda, fatta di accuse e provocazioni all’Occidente, di appelli al “proprio” popolo contro lo straniero- o contro il “diverso”- visto come nemico. Ma è quasisempre facile individuare gli  obiettivi di queste campagne di disinformazione. E’ possibile dire lo stesso a proposito degli scambi polemici e estemporanei tra i Leader europei?

Nella sostanza, l’emisfero Orientale, si caratterizza per politiche estere “tradizionaliste”, che molti chiamano “neo-imperialiste”: sul piano politico (la promozione di regimi autocratici), su quello militare (l’enorme spesa in rapporto al PIL, pensiamo a Russia, Cina e Iran), sul piano economico (gli investimenti predatori cinesi, e i condizionamenti energetici russi). Mosca, Pechino e Teheran non fanno mistero di voler conquistare nuovi spazi di influenza e di dominio, regionale e globale. Ne deriva tra Est e Ovest una paradossale incongruenza, interamente a nostro svantaggio, nel modo di “fare” politica estera, di rappresentare e di attuare l’interesse nazionale.

 

Italia, Francia, Libia

Una politica estera imperniata sull’interesse nazionale, sulla puntuale affermazione della nostra Sovranità, e sulla rigorosa tutela dei diritti dei nostri concittadini deve riferirsi a dati di fatto concreti: di natura politica, economica, militare; oltre che a tutta quella straordinaria cornice culturale che rappresenta la storia comune di due giganti della costruzione Europea, e della storia del Mediterraneo, che sono l’Italia e la Francia. Roma e Parigi sono “partners necessari”, con interessi spesso identici e comunque sempre complementari.

I motivi sono evidenti:

* La Francia assorbe una quota elevata della nostra esportazione, 46€mld, l’11% del totale mondiale, su un interscambio complessivo italo francese pari a 82 mld€, con nostro attivo di 11€mld, un saldo attivo record per il nostro attivo in Europa, analogo a quello che vantiamo con la Gran Bretagna.

* Al forum economico italo-francese della scorsa settimana a Versailles si è sottolineato come che “gli imprenditori che lavorano nei due paesi siano molto delusi per le tensioni politiche tra i due Governi”. Auto, chimica, attrezzature industriali, banche, distribuzione, moda, turismo, servizi sono assi portanti dell’integrazione tra le due economie, e per ora non sono stati intaccati dal peggioramento di clima politico. Ma i grandi progetti infrastrutturali, come la TAV, potrebbero avere un considerevole impatto negativo, se si arrestassero. I francesi, come gli italiani, si sono detti preoccupati soprattutto dal rallentamento della nostra economia, e per l’aumento del debito pubblico.

* La Francia, oltre ad essere una delle cinque potenze con status nucleare ufficialmente riconosciute dal TNP, è membro Permanente del Consiglio di Sicurezza, con poteri di iniziativa e di veto sulle materie concernenti la sicurezza internazionale; con influenza ben maggiore di quanto non abbiano tutti  gli altri 188 Stati membri non permanenti dell’ONU.

* La partnership tra Italia e Francia è assolutamente essenziale alla stabilizzazione della Libia. Non possiamo illuderci di avere la forza, il posizionamento strategico, il sostegno internazionale per risolvere l’immane questione libica senza trovare una piattaforma comune con la Francia; una piattaforma che dobbiamo consolidare  in collaborazione con l’Egitto, gli Emirati – e gli Stati Uniti per quel che ancora sono disposti a fare, essenzialmente nell’antiterrorismo – e sin dove possibile anche con  la Russia. Affidarci ciecamente all’ONU e a quanto doveva da tempo fare il Governo di Accordo Nazionale, troppo condizionato dalla Fratellanza Musulmana, non basta.

 

Su Farefuturo, Mario Presutti ha riportato recentemente opinioni che sono da tempo anche le mie. L’Italia non è più in grado, e comunque non lo è mai stata negli ultimi sei anni, di guidare da sola la stabilizzazione politica e di sicurezza in Libia. Anche al vertice UE – Lega Araba, il Presidente Al Sisi ha rafforzato, grazie alle relazioni privilegiate che lo legano agli Emirati Arabi, alla Francia e alla Russia, il suo ruolo in Libia e nel Mediterraneo. E’ evidente l’interesse del Presidente egiziano a radicare ulteriormente la sua influenza non soltanto sull’intera Cirenaica ma, attraverso l’ormai consolidato rapporto con il Generale Haftar, a essere protagonista dell’evoluzione politica, di sicurezza  – vedasi la lotta contro gli islamisti e i Fratelli Musulmani – e nel controllo degli idrocarburi. Un controllo che non è ancora consolidato fra Tripoli, Tobruk e Bengasi, essendo l’Eni sempre un protagonista nell’estrazione e distribuzione degli idrocarburi libici. Un controllo che tuttavia, sia pure con alterne vicende, da due anni a questa parte sembra scivolare sempre più in mani russe e francesi.

Per quanto riguarda la Russia non è affatto da sottovalutare che centinaia di contractor russi sono attivi in Libia al fianco del generale Khalifa Haftar. L’azienda di sicurezza privata Wagner Group ha fornito ad Haftar 300 uomini, artiglieria, carri armati, droni e munizioni. Una fonte vicina alla Libyan Russian Oil&Gas Joint Company avviata a Bengasi lo scorso aprile ha detto che “tanti combattenti Wagner sono andati (in Libia).

I contractor di Wagner sono “interscambiabili con l’intelligence militare russa”, e lo scopo della loro presenza in Libia è “garantire i porti di Tobruk e Derna alla Flotta russa”, per essere anche in grado “di controllare il flusso petrolifero verso il Sud dell’Europa” qualora prendessero il controllo dell’industria energetica del Paese. Le forze di Haftar hanno conquistato nelle ultime settimane i principali siti petroliferi del Paese, Sharara e al-Feel, situati nella regione meridionale del Fezzan, e controllano già dallo scorso anno i terminal presenti nella cosiddetta Mezzaluna petrolifera nell’Est del Paese.

Il Gruppo Wagner è legato a Yevgeny Prigozhin, uno degli uomini più ricchi di Russia, a capo di circa una trentina di società con un impero che va dal catering ai ristoranti stellati, il cui nome è apparso anche nel filone di indagini Usa del RussiaGate ed è finito sotto sanzioni americane. Proprio Prigozhin venne immortalato al tavolo dell’incontro tra il ministro della Difesa russo e Haftar, lo scorso novembre, in un video della Novaya Gazeta.

Secondo i media britannici, i dati di volo hanno mostrato un jet privato legato a Prigozhin volare più volte da e verso lo spazio aereo libico, l’ultima volta lo scorso gennaio.

 

Il problema politico di fondo per l’Italia, è quello se continuare a puntare prevalentemente sul Governo di Accordo Nazionale, riconosciuto dalle Nazioni Unite – Governo che evidentemente dobbiamo continuare a sostenere ma sulle cui prospettive di rappresentanza esclusiva di tuta la Libia  non possiamo illuderci; o se invece diventare convinti partners di un vasto fronte internazionale – composto da Russia, Francia, Egitto, con il sostegno di altri attori regionali come l’Algeria e i cinque Paesi del Sahel –  impegnato sul piano politico al ridimensionamento delle componenti islamiste, contigue al terrorismo jihadista.

 

Da anni andiamo tutti dicendo che la stabilizzazione della Libia non può che avvenire con un impegno il più possibile unitario degli “attori globali”, a cominciare dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, e dai protagonisti regionali che ho appena menzionato. Roma ha invece dato per troppo tempo la sensazione di credere che una legittimazione puramente formale del Governo di Tripoli e delle Forze prevalenti della capitale, potesse dare un impulso decisivo alla soluzione dell’intera vicenda libica. Ma questo purtroppo non è avvenuto.

 

Leggiamo infatti nella “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2018” della Presidenza del Consiglio dei Ministri: “Nell’anno passato, in continuità con il periodo precedente, le ormai endemiche criticità che affliggono lo scenario libico hanno pesato sull’interlocuzione tra i principali attori, alimentando logiche di conflitto.

In particolare, strapotere delle milizie e affermazione dell’uso della forza per fini politici, competizione per le risorse petrolifere e per il controllo delle istituzioni finanziarie centrali, concorrenza intorno agli introiti dei traffici illeciti hanno fatto da sfondo ad uno scontro che non si è esaurito nella contrapposizione Tripoli/Tobruk, ma è andato articolandosi, trasversalmente, anche tra altri schieramenti – “secolari”/islamisti, salafiti/Fratellanza Musulmana, Gheddafisti/post-rivoluzionari.… L’aggregazione delle numerose milizie sotto un comando unico, con la loro confluenza in strutture statuali, costituisce uno dei nodi più spinosi della transizione libica. Si tratta di formazioni a composizione eterogenea, che vedono la compresenza di assetti militari formali e informali e di elementi ideologizzati, a volte anche di orientamento estremista. L’uso spregiudicato della forza armata per fini politici rappresenta, d’altra parte, un paradigma negativo ormai consolidato dei processi libici.

In Cirenaica, oltre al Libyan National Army (LNA), guidato dal Generale Khalifa Haftar con l’appoggio di realtà tribali, sono attive le Petroleum Facility Guards (PFG), che hanno più volte cercato di bloccare l’operatività dei siti estrattivi dell’Oil Crescent, e milizie radicali di ispirazione salafita riferibili ai Consigli rivoluzionari di Derna e Bengasi…”.

 

 

L’”Institution Building” libico è una priorità per la politica estera e di sicurezza del nostro Paese. Esso deve prevedere un ampio “Security Compact”. Al tempo stesso non dovrebbero trascurarsi le iniziative che si stanno definendo in seno alla società civile in Libia. Si tratta di una realtà nella quale sono stati assenti e sistematicamente negati per 40 anni i principi della rappresentatività democratica, della tutela delle minoranze, delle libertà fondamentali: in altre parole dello Stato di diritto Nessuno sforzo delle Nazioni Unite, dei Paesi partner della Libia e del Governo di unità nazionale sarà sufficiente se non verranno sostenute le iniziative anche di coloro che conoscono a fondo quel mondo, per aver vissuto e sofferto sotto il regime di Ghedaffi.

Un esempio dello straordinario impegno nel riannodare i legami nella società civile è certamente quello di David Gerbi che da anni promuove il grande progetto di inserire nel processo di riconciliazione nazionale tutte le minoranze, inclusi gli Ebrei, i Tuareg, gli Amazegh, i Tebu per ristabilire quella convivenza basata sul mutuo rispetto e sulla tolleranza che era pur stata il tratto distintivo di lunghi periodi della storia libica.

 

 

 

©2019 Giulio Terzi

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